La pagina include la maggior parte dei frammenti dei lirici greci, vale a dire di quei poeti dell'antica Grecia hanno composto lirica monodica e corale, elegie, giambi ed epinici.

Naturalmente risulterebbe impossibile raggruppare tutta la mole di frammenti dei lirici greci dell'epoca arcaica (VII-V secolo a.C.) in un solo blocco; ci si limiterà quindi a riportare, tradurre letteralmente e commentare, sul confronto di edizioni critiche e dal punto di vista contenutistico del messaggio del poeta, soltanto i frammenti più noti e i testi giunti in versioni quasi integrali.

La lirica e i poeti I generi letterari e il dialetto Per gli antichi il termine "lirica" non indicava come per noi oggi la poesia soggettiva, espressione del sentimento d'autore, ma la poesia cantata con accompagnamento della lira o altri strumenti musicali a corda (kìtharis, bàrbiton, phòrmings). Era sinonimo di "melica" cioè di poesia cantata. In tale accezione tecnica, la lirica si distingueva dall'elegia e dal giambo, forme poetiche accompagnate da strumenti a fiato, in particolare dall'aulo. Nel Canone alessandrino dei Nove Lirici maggiori, furono distinte una lirica monodica, ossia nel canto da soli, e la lirica corale, eseguita da un coro danzante o da un solista "coreuta" cui rispondeva il coro, dove lo stesso poeta interveniva personalmente durante il canto, come Alcmane.

I lirici monodici erano Saffo, Alceo, Anacreonte; i corali erano Alcmane, Simonide, Bacchilide, Pindaro, Stesicoro e Ibico. Più tardi la parola lirica passò a designare generi di poesia nei quali l'autore esprimeva in prima persona, anche se non accompagnato da strumento, come l'elegia, o non erano cantati, come il giambo o l'epigramma. In antichità non c'è attestazione di differenza tra lirica corale e monodica, tuttavia una ripartizione schematica è errata, perché si sa che Saffo compose testi destinati a essere cantati dal coro, come gli Epitalami, mentre autori corali quali Pindaro e Bacchilide composero i canti per solisti.Inoltre in assenza di un esplicito riferimento al coro fatto nel testo, non si è in grado di stabilire una modalità dell'esecuzione; tuttavia la distinzione tra corali e monodici conserva un'utilità pratica, in quanto individua le differenze regionali, dialettali, metriche e contenutistiche e sociologiche rilevanti.

La poesia monodica si diffuse in Asia Minore nell'ambito del dialetto eolico (isola di Lesbo) e in quello di Anacreonte; legata strettamente all'ambiente cui apparteneva il poeta (il tiaso o l'eteria, o il circolo palaziale di Pisistrato per Anacreonte), cantò le esperienze e i sentimenti dell'io d'autore (Saffo, Anacreonte), o le vicende politiche del proprio tempo (Alceo). La poesia corale fiorì nel Peloponneso e a Sparta: il legame con queste regioni è indicato anche nella convenzione antica in base alla quale la lirica corale era scritta in dorico. Le radici di questa poesia affondano nel territorio folklorico delle feste religiose; e questo ne spiega il carattere pubblico, lo stile prevalentemente elevato, l'inclusione essenziale del mito e le sentenze moraleggianti (le frasi "gnomiche"), presenti soprattutto in Simonide, Ibico e Pindaro, la lunghezza delle composizioni, la maggiore elaborazione metrica rispetto alla monodica, la grande rilevanza data alla musica. Un altro tratto che differenzia la poesia corale dalla monodica, è il fatto di avere sempre committenti pubblici o privati; quella del lirico corale era un'attività professionale regolarmente retribuita, spesso assai lucrosa, come nel caso di Pindaro e Bacchilide.

La lirica a partire dal IV secolo a.C. fu classificata in vari sottogeneri in relazione all'occasione della composizione: simposiale, religiosa, ode civile, ecc., o inno, una preghiera agli dei, un peana (in onore di Apollo), un ditirambo (in onore di Dioniso), un treno cioè una lamentazione funebre, un encomio in onore di uomini, un epinicio, composizione speciale per i vincitori di agoni sportivi, uno scolio, eseguito durante un banchetto dai convitati, che nel canto si cedono la parola in ordine "obliquo", un imenèo, eseguito per cerimonie nuziali, un epitalamio, in onore degli sposi davanti al talamo nuziale, un partenio, composizione specializzata nel canto delle fanciulle, per cui molto famoso è Alcmane. La lirica classica greca si può dividere in tre fasi temporali: Prima fase (VII secolo a.C.): prevalgono il giambo e l'elegia (Ipponatte, Archiloco) Seconda fase (VI secolo), nel quale fiorisce la lirica monodica saffica e alcaica; fiorisce anche l'elegia dai vari sottogeneri, i cui esponenti sono Solone, Mimnermo, Teognide, Senofane, poi la lirica corale di Stesicoro e Ibico Terza fase (V secolo): dominata dai lirici corali Simonide, Pindaro, Bacchilide.

Il contenuto universale della poesia Platone nella Repubblica criticava la poesia perché non era stata in grado di analizzare razionalmente l'esperienza in sequenze legate da un rapporto di causa-effetto, come richiedeva la cultura filosofica della sofistica nel V secolo a.C. La nuova critica dialettica basata sulla scrittura, avanzava richieste di coerenza e razionalità, che la poesia antica fiorita al di fuori della civiltà del libro, come già era in avanzato sviluppo nell'epoca di Platone, non poteva soddisfare. Perché il messaggio della tipica cultura orale, praticata in larga parte ancora nella metà del V secolo a.C., si debba imprimere nella memoria dello spettatore, è necessario che lo spettatore venga emotivamente assorbito nella performance del coro o del poeta attraverso un'immedesimazione mimetica, che esclude il distacco critico necessario alla riflessione.

Perché ci sia riflessione, si deve poter confrontare un pensiero con un altro espresso prima, ma questo confronto richiede che il testo sia scritto, e non composto di "alate" parole per citare Omero. Le poesie che erano composte oralmente, successivamente come i due testi omerici, vennero immortalate nella scrittura nel VI secolo a.C., molte delle quali oggi si sono salvare grazie alla citazione di storici, filosofi e commentatori, come l'anonimo del Sublime, Plutarco, Platone, Diogene Laerzio, Sant'Agostino. Nell'oralità il distacco dello spettatore non è possibile, la fruizione aurale implica l'identificazione stretta, empatica con la realtà proposta dall'artista. Il messaggio poetico coinvolge totalmente il pubblico occupandone i sensi, soprattutto l'udito, grazie alla suggestione del metro, del ritmo, della musica.

Gli studiosi moderni solo in seguito a ricerche recenti, condotti attraverso il confronto con contesti poetici di altre culture orali ancora in voga nel nord della Grecia o in Africa, hanno messo a fuoco questa caratteristica della poesia arcaica greca, diverso da quella moderna soprattutto per il tipo di comunicazione, che non è lettura, ma la performance pura davanti all'uditorio, affidata all'esecuzione di un singolo o di un coro con l'accompagnamento di uno specifico e relativo strumento musicale. L'oralità concerneva i tre momenti della "composizione - comunicazione trasmissione", affidata alla memoria, Questa assumeva una grande importanza per il poeta, si pensi alla figura dell'aedo, riproposta anche nei poemi omerici nella figura di Demodoco alla corte di Alcinoo, che allettava i commensali del palazzo reale con episodi cantati di cicli narrativi della guerra, come la guerra di Troia, o i cicli del ritorno (i Nostoi), o di imprese epiche di eroi da suddividere in episodi, come le fatiche di Eracle, affinché egli potesse essere invitato in più corti o nella stessa, ma a più riprese, per essere compensato con del cibo.

L'aedo è "prescelto" dalle Muse, come ricorda Esiodo, e nella tradizione egli è cieco, ma dotato del dono della poesia e della veggenza, e soprattutto del dono e della capacità della memoria. Un esempio della tecnica artigianale posseduta dal poeta è offerto dalle "formule omeriche", che si riallacciano all'epiteto formulare, che sono frequenti nei due poemi dell'Iliade e Odissea. Si tratta di espressioni che ricorrono, in un termine improprio sono dette "stereotipate" in quanto ripetitive nel corso dei canti, che ricorrono invariate, con la funzione di agevolare la memorizzazione dell'episodio narrato nel canto, nell'ambito di una cultura orale arcaica; così come ad esempio ricorre la formula in Odissea (IX, vv. 103-104, 179-180, 471-472) "salirono dentro la nave, e presero posto agli scalmi, e in fila seduti, con i remi battevano l'acqua del mare spumoso", o gli epiteti "Agamennone signore di popoli - Odisseo dal multiforme ingegno - Zeus adunatore di nubi - Achille dal piede rapido".

Questo procedimento lascia intuire che il poeta omerico disponeva di un certo bagaglio culturale di formule già preconfezionate metricamente e sintatticamente parlando, che egli assemblava facilmente con nuovi versi per la performance. Il termine stesso "rhapsodòs" significa cucitore di canti, non già un creatore per forza di materia nuova da cantare, ma anche semplicemente un elaboratore di materiale già esistente, in cui egli sarebbe assurto a ruolo di perfetto artigiano "demiurgo" mediante la tecnica della formula. Le formule standardizzate erano raggruppate intorno a temi ugualmente prefissati, come il consiglio, l'adunata dell'esercito, la sfida delle armi, la spoliazione dei vinti in battaglia, lo scudo dell'eroe, e così via, elementi ricorrenti nei poemi omerici, quanto più nell'Iliade, nei poemi a carattere guerresco.Probabilmente esistevano anche scuole per poeti, dove era insegnata la dizione.B.Gentili, Lirica greca arcaica e tardo antica, in Introduzione allo studio della cultura classica, Marzorati, Milano 1972, I, p. 22

Al di là della funzionalità rispetto alla memorizzazione, la formularità riflette il carattere aggregativo, non analitico, del pensiero orale, che tende a comporsi di gruppi di elementi: ossia nell'epos si parla non di un soldato qualunque, ma del soldato "valoroso" (ἀγαθός) e non di una fanciulla qualsiasi, ma della bella fanciulla, elementi che incarnano modelli di virtù e di qualità positive inerenti a ciascun personaggio descritto nel racconto, ognuno con una specifica qualità che immediatamente lo rende riconoscibile al pubblico, che fungono da modello da seguire, da cui le caratteristiche preliminari della "enciclopedia tribale omerica". Ciò esclude un pensiero analitico, come quello della filosofia dei tempi di Platone. Quando un'espressione formulare si è cristallizzata, è bene mantenerla intatta. La formularità è stata studiata soprattutto in Omero, ma in realtà riguarda anche la poesia, come dimostrano elementi in Saffo e Alceo, nel modo di descrivere oggetti o divinizzazioni della natura, come l'Aurora "dita di rosa"; e sotto questo riguardo di continuità, non c'è appunto una soluzione tra l'epica e la lirica: assenza di organicità e riutilizzo dei materiali del simposio: l'oralità della composizione della fruizione comporta la strutturazione paratattica del periodo.