Con eurocomunismo si indica il progetto politico-ideologico di un marxismo intermedio al leninismo e al socialismo democratico, cioè un comunismo sviluppato in senso riformatore e democratico da alcune organizzazioni comuniste nell'Europa occidentale a partire dagli anni settanta caratterizzata dal rifiuto del modello di socialismo reale sviluppato in Unione Sovietica nel momento di maggiore attrito con la linea del segretario del PCUS Leonid Brežnev, una maggiore vicinanza alla classe media sociale sorta dal capitalismo e
Fu un progetto che dal 1976 coinvolse i tre principali partiti comunisti dell'Europa occidentale: Partito Comunista Italiano (PCI), Partito Comunista Francese (PCF) e Partito Comunista di Spagna (PCE), che includeva il potente Partito Socialista Unificato della Catalogna (PSUC).
L'eurocomunismo è stato sostenuto anche dai partiti comunisti di Paesi Bassi, Gran Bretagna e Austria, ha avuto influenza anche al di fuori dell'Europa come nella politica dei partiti comunisti di Giappone e Australia e di partiti di sinistra di Venezuela e Messico.
Storia Se è vero che l'eurocomunismo fu il punto d'arrivo dell'evoluzione di molti partiti europei, è vero anche che i percorsi seguiti furono diversi. In qualche caso l'impulso venne da movimenti della società civile, come, ad esempio, il femminismo, in altri fu una reazione agli avvenimenti in Unione Sovietica, che in quegli anni si trovava nel pieno di quella che Michail Gorbačëv definirà in seguito come la stagnazione brežneviana.
Tra gli anni sessanta e settanta, i partiti comunisti occidentali iniziarono ad avere una linea indipendente dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Nel 1968 il Partito Comunista Italiano, il Partito Comunista di Spagna, il Partito Comunista Finlandese, il Partito Comunista Messicano e il Partito Comunista Rumeno furono tra gli unici partiti comunisti a condannare l'invasione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia del 1968. Il nodo principale era l'atteggiamento dei comunisti davanti al principio democratico che il leninismo condannava e che per i comunisti occidentali poteva diventare «l'aspetto originale dello sviluppo del socialismo nei paesi dell'Europa occidentale o latina.»
L'11 giugno 1969, Enrico Berlinguer intervenne a Mosca, alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti, affermando che non poteva esistere un unico modello di società socialista e che il marxismo prevedeva delle realtà “storicamente determinate e irripetibili”.
L'era della distensione fra i blocchi ha avuto un ruolo importante. Infatti la diminuzione del rischio di un nuovo conflitto mondiale consentì ai partiti comunisti dei paesi occidentali di sentirsi meno vincolati a seguire l'ortodossia sovietica, e di dedicarsi, invece, con maggior impegno alla militanza nelle battaglie civili in difesa dei diritti del proletariato, come avvenne in Italia, con l'autunno caldo, e nel Regno Unito con il cosiddetto shop stewards' movement.
Anni settanta
Nel 1973, il segretario del PCI Enrico Berlinguer e del PCF Georges Marchais organizzarono un comizio comune a Bologna nel quale entrambi parlarono della necessità d'azione comune tra i partiti comunisti e socialisti dell'Europa occidentale al fine di creare una società socialista basata sul consenso e la partecipazione cosciente delle masse.
Intorno alla metà degli anni 1970 era evidente come PCI, PCF e PCE avessero le capacità per mettere in discussione la gestione del potere e della governabilità nei rispettivi paesi (Italia, Francia e Spagna). Questo implicava modifiche ideologiche talmente profonde da incontrare la diffidenza del PCUS, al quale tutti i partiti comunisti filo-sovietici dovevano riservare una certa supremazia nell'elaborazione delle linee politiche. Non a caso dall'autunno 1974 si cercò di lavorare ad una conferenza dei partiti comunisti europei dove il PCUS sperava di riaffermare la propria supremazia anche in Occidente, mentre i comunisti occidentali intendevano affiancare alla supremazia riconosciuta al PCUS, il proprio diritto di elaborare delle proprie «vie nazionali» al socialismo.
L'11 luglio 1975 a Livorno, Berlinguer e il segretario del PCE Carrillo fecero una dichiarazione congiunta sulla costruzione del socialismo nell'Europa occidentale seguendo vie democratiche:.
Tali proposte furono successivamente ribadite il 14 dicembre 1975, in un evento organizzato al palasport dell'EUR a Roma con il PCE.
Nascita dell'Eurocomunismo Nel 1975, il termine "eurocomunismo" venne usato per la prima volta in Italia dal giornalista jugoslavo Frane Barbieri nell'editoriale Le scadenze di Brežnev per Il Giornale nuovo,; . e da Alberto Ronchey in un editoriale per il Corriere della Sera.; .
In un'intervista all'inserto Europa de la Stampa, Berlinguer parlò della volontà dei partiti comunisti occidentali di abbandonare ogni forma di dogmatismo marxista e che "l’autonomia di azione politica e di ricerca teorica, la nostra indipendenza organizzativa e la fine di ogni partito-guida e di ogni Stato-guida, i rapporti costruttivi con i socialisti non significano né che noi vogliamo diventare socialdemocratici, né che cessiamo di essere internazionalisti." Dichiarò inoltre che gli eurocomunisti erano indipendenti, totalmente aderenti ai principi della democrazia e non allineati con l'URSS e gli altri Paesi socialisti.
Il 26 febbraio 1976, in occasione del XXV Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, il segretario comunista italiano Enrico Berlinguer, davanti a 5.000 delegati comunisti, disse che, considerate le peculiarità della società italiana, era necessario "costruire la società socialista, col contributo di forze politiche, di organizzazioni, di partiti diversi" e che la classe operaia avrebbe dovuto "affermare la sua funzione storica in un sistema pluralistico e democratico". Manifestò quindi le intenzioni del PCI di costruire "un socialismo che noi pensiamo necessario e possibile soltanto in Italia".
Il 3 giugno 1976, Berlinguer e Marchais si riunirono nuovamente a La Villette dove il segretario italiano accennò per la prima volta all'eurocomunismo.
Berlinguer affermò che non esistevano modelli di socialismo da seguire, che in ogni Paese del mondo gli operai dovevano trovare la loro unica strada e che doveva essere riconosciuta l'indipendenza di ogni partito comunista.
Marchais aggiunse che il socialismo doveva essere uno "stato superiore della democrazia", doveva garantire tutte le libertà civili (compreso il multipartitismo) e che i partiti comunisti europei dovevano ambire a una democratizzazione della Comunità economica europea "dominata dai monopoli multinazionali", alla fine dell'interventismo e dell'ingerenza degli Stati Uniti nelle politiche interne di altri Paesi, alla riduzione degli armamenti nucleari e al termine della contrapposizione tra blocchi militari. Per raggiungere tali obiettivi, doveva essere organizzato uno sforzo comune dei partiti comunisti e socialisti, delle forze democratiche e progressiste dell'Europa occidentale superando le divergenze.
Tali idee furono riproposte da Berlinguer e Marchais durante la Conferenza dei partiti comunisti e operai d'Europa a Berlino Est, nella Repubblica Democratica Tedesca.
La conferenza di Berlino Sembrava che la conferenza di Berlino non avrebbe avuto mai luogo, stando le difficoltà, ma alla fine fu trovato un accordo di compromesso su un documento sottoscritto da tutti i 29 partiti comunisti e operai d'Europa. Nel suo discorso alla conferenza, Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI, chiarì come fosse «assai significativo che alcuni altri partiti comunisti e operai dell'Europa occidentale siano pervenuti, attraverso una loro autonoma ricerca, a elaborazioni analoghe circa la via da seguire per giungere al socialismo e circa i caratteri della società socialista da costruire nei loro paesi. Queste convergenze e questi tratti comuni si sono espressi recentemente nelle dichiarazioni che abbiamo concordato con i compagni del Partito Comunista di Spagna, del Partito Comunista Francese, del Partito Comunista di Gran Bretagna. È a queste elaborazioni e ricerche di tipo nuovo che taluni danno il nome di "eurocomunismo". Questo termine non è evidentemente di nostro conio, ma il fatto stesso che esso circoli così largamente sta a significare quanto profonda ed estesa sia l'aspirazione che nei paesi dell'Europa occidentale si affermino e avanzino soluzioni di tipo nuovo nella trasformazione della società in senso socialista».
Nel documento approvato, tuttavia, era l'URSS che di fatto cantava vittoria. Se infatti da un punto di vista teorico i cedimenti agli eurocomunisti erano stati notevoli, nella prassi veniva nuovamente giustificato il non rispetto del dissenso nelle società dell'Est e il diritto a penetrare politicamente in Africa. Veniva altresì rilanciata l'idea sovietica di una Europa neutrale fra i blocchi. Di fatto dopo la conferenza l'eurocomunismo veniva già ridimensionato nelle sue ambizioni. Ufficializzazione L'eurocomunismo divenne ufficiale il 3 marzo 1977, quando i segretari generali Enrico Berlinguer del PCI, Santiago Carrillo del PCE e Georges Marchais del PCF si incontrarono a Madrid e presentarono le linee fondamentali della "nuova forma".
Nel 1977 Carrillo pubblicò il libro L'eurocomunismo e lo Stato dove descrisse la nuova linea politica dei comunisti dell'Europa occidentale e affermò che l'URSS non era un vero stato socialista.
Il 2 novembre 1977, in occasione delle celebrazioni del 60º anniversario della rivoluzione d'ottobre, Berlinguer affermò che "la democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l'avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un'originale società socialista". Al segretario spagnolo Carrillo non fu concessa la parola. Nel PCE nacque una fronda filo-sovietica. Davanti alla tensione Spagna-URSS, i comunisti francesi e italiani preferirono non schierarsi.
Il IX congresso del PCE del 1978 eliminò dallo statuto il riferimento al marxismo-leninismo e il partito si definì "marxista, rivoluzionario e democratico, che si ispira alle teorie dello sviluppo sociale elaborate dai fondatori del socialismo, Marx ed Engels, e al loro metodo di analisi". Ciò portò alla scissione.
Nel 1979, il XV Congresso del PCI definì l'eurocomunismo come una terza via, diversa dalle esperienze socialdemocratiche e da quelle successive alla rivoluzione d'ottobre, dell'URSS e di altri stati socialisti. Eliminò dal proprio statuto l'articolo 5 che prevedeva lo studio e l'applicazione del marxismo-leninismo da parte degli iscritti al partito.
Il XXIII Congresso del PCF sostituì il termine con "socialismo scientifico" ed eliminò il riferimento alla dittatura del proletariato.
Le realtà nazionali Fu soprattutto nei partiti comunisti con un grande radicamento nel tessuto sociale, come il Partito Comunista Italiano ed il Partito Comunista Francese, che le idee eurocomuniste si affermarono rapidamente, mentre quelli più piccoli o con un ruolo marginale nelle rispettive compagini sociali mantennero più o meno la tradizionale linea di dipendenza da Mosca.
Il Partito Comunista di Spagna e il suo affiliato catalano, il Partito Socialista Unificato della Catalogna, avevano già manifestato tendenze politiche liberali all'interno del Fronte Popolare durante la Guerra civile spagnola, ed emersero dal periodo franchista seguendo una linea essenzialmente eurocomunista.
Il Partito Comunista di Gran Bretagna vide l'emersione di esponenti eurocomunisti che cominciarono a occupare posizioni di rilievo all'interno del partito; essi erano definiti anche gramsciani, dal momento che il loro pensiero traeva forte ispirazione dagli scritti di Antonio Gramsci, e rappresentarono una parte consistente del partito, definita delle politiche culturali o culturale.