La chiesa di Sant'Agostino con il suo ex convento, è un edificio religioso di Lanciano (CH), principale parrocchia del quartiere Lanciano Vecchio, lungo via dei Frentani.
Storia Le origini La chiesa è di particolare interesse perché presenta la facciata gotica del primo Trecento perfettamente conforme a quella della vicina chiesa di Santa maria Maggiore sul Colle Selva, sempre realizzata nel 1317 dallo scultore lancianese Francesco Petrini. Il convento fu realizzato nel 1266 dentro le mura dell'antico abitato lancianese del Colle Erminio, fu il primo monastero dentro le mura della città, se si esclude il convento di San Legonziano dei monaci Basiliani (attuale santuario di San Francesco), che all'epoca era fuori le mura.
La mano di Francesco Petrini (o anche meglio Perrini) lavorò anche ai portali e i rosoni delle altre principali chiese di Lanciano, e benché non rechino la sua firma, è stato possibile riconoscere con certezza i lavori del portale e del rosone della chiesa di Sant’Agostino, della rosa di Santa Lucia, e forse il portale della chiesa di San Nicola, poiché anche in questo caso ci fu la creazione di un ingresso completamente diverso dall’originale, avente arco romanico, posto in un piccolo slargo a ridosso di via Garibaldi. Iniziando dall’esemplare più notevole e ricco dopo Santa Maria Maggiore, si parlerà del complesso degli Agostiniani. Il convento venne realizzato nel 1313 benché i terreni fossero stati concessi ai monaci una quarantina d’anni primaE. La Morgia, La Chiesa ed il Convento di Sant’Agostino a Lanciano in I saggi Opus, Pescara 1998, p. 23.. Questa data è ricavata da un’iscrizione presso il pozzo che reca:
…Anno milleno…CCCI 3 Ind. XI Deo …Uno, e Trino… hoc …Opere pleno
Prima del 1426 a papa Martino V, i monaci Agostiniani chiesero un nuovo complesso, poiché il loro sito di Santa Maria del Monte (nota anche come "de Silva") fuori le mura in località Sciacquarella, fuori Porta Civitanova, ossia nell'attuale quartiere Cappuccini, dove sorge la parrocchia moderna di San Pietro.
Il restauro gotico Il convento fu restaurato varie volte, e di originale resta solo la facciata in stile gotico, di cui si parlerà nella descrizione, insieme al campanile quattrocentesco in stile tipico lancianese, in pietra gialla e con le tipiche cornici a zigzag. Secondo Sargiacomo la presenza di un giglio e di un’aquila sul prospetto lascerebbero intendere che il convento agostiniano fu fondato sopra una chiesa già esistente al tempo di Carlo d’Angiò,
Particolare dell’aquila Agioina sopra la cornice del rosone di Sant’Agostino, prima e dopo il restauro del 2019. poiché la figura dell’aquila è legata al casato francese, ipotesi sostenuta anche dalla vetustà della scultura della Madonna col Bambino presso la lunetta, fatta risalire a prima della facciata gotica del Trecento. Il convento è citato nel 1583 quando era posseduto da padre Agostino de’ Merulis da Offida, quando stabilì che la vicina stalla, dove nel 1280 avvenne il prodigioso miracolo della Ricciarella (localmente de “lu Frijacrìste”), dovesse essere trasformata in oratorio. La stalla potrebbe essere stata posseduta dai baroni Gigliani, che avevano il palazzo più a nord nella strada dei Frentani, con l’ingresso sovrastato dalla scritta “O amice omnia vanitas”.
Dal Settecento a oggi Nel XVIII secolo la chiesa, a causa di un terremoto, venne ristrutturata in stile barocco dagli stuccatori Girolamo Rizza e Carlo Piazzola, i quali crearono una sorta di cerniera-impalcatura addossata alla muratura medievale, rispettando perfettamente lo schema della navata unica con volte a crociera. Nel 1807 il convento fu soppresso, vent’anni dopo nel 1827, in Sant'Agostino furono riunite le confraternite di Lancianovecchia e le relative parrocchie: San Biagio, San Lorenzo, San Giovanni e San Martino, mentre l’unica confraternita rimasta in attività era quella dei santi Simone e Giuda Taddeo, in ricordo della presenza delle reliquie degli apostoli. Benché il convento avesse continuato la sua attività fino alle leggi napoleoniche, l’ordine degli Agostiniani non esisteva più già dal 1654 con bolla di Innocenzo X, e vi erano solo pochi monaci, cacciati definitivamente con le leggi piemontesi del 1866, quando il convento divenne caserma dei carabinieri, cosa che è anche oggi, insieme a una sezione distaccata, sede di un gruppo polifonico e di un'associazione culturale.
La chiesa dunque continuò a svolgere le funzioni religiose, mentre il convento diventava caserma, cosa confermata anche dopo l'unità d'Italia e le leggi piemontesi, e ancora oggi è sede sia di un comando dei Carabinieri, che di associazioni culturali, tuttavia conserva il chiostro interno porticato con il pozzo. Negli anni '50 è stata restaurata, tuttavia in maniera non lineare, sicché la facciata monumentale di Petrini con gli anni si è rovinata con lo sporco degli scarichi delle auto. Nel 2018 è stato apportato un nuovo definitivo restauro della facciata, conclusosi nel 2019.
La chiesa conservava varie opere monumentali e reliquiari, e croci astili, molti dei quali nel 2002 sono stati traslati nel Museo civico diocesano di Lanciano, presso il palazzo Arcivescovile. Altre opere che la chiesa ospitò furono in particolar modo la statua di San Biagio del XV secolo e quella di Sant'Isidoro del XVIII secolo di Domenico Renzetti, poi riportate nella collocazione originaria nella chiesa di San Biagio in Larghetto Ricci, quando fu riaperta al culto.
La chiesa è sede della Confraternita di Santa Maria dei Raccomandati (che stava nella scomparsa e vicina chiesa di San Giovanni), con San Biagio, e della confraternita dei Santi Apostoli Simone e Giuda Taddeo, nella cappella attigua.
Architettura Facciata
Di interesse, come detto, è la facciata gotica in blocchi di pietra squadrati, dove, come si legge da Gavini, è manifesta tutta l’opera di Perrini, che poté creare con maggiore libertà il tipo della piccola facciata rettangolareCfr. Gavini, Storia…, II, pp. 86-88 “La chiesa ad una nave internamente rimodernata, conserva il prospetto in pietra da taglio in alcune parti assai danneggiato, ma che per i suoi caratteri stilistici si manifesta l’opera più completa della scuola di Francesco Petrini […], a Sant’Agostino egli poté creare con maggiore libertà il tipo della piccola facciata rettangolare.”. Leggendo il portale è evidente che Francesco Perrini scelse per l’ordine mendicante un modello più sobrio rispetto allo sfarzo di Santa Maria Maggiore, con una strombatura modesta, con un solo passaggio tra gli stipiti interni ed esterni, e con una sola coppia di colonnine a separarli, divisa in due tronconi con nodo intermedio, nascenti da due leoni a sbalzo sul paramento lapideo75 Moretti, Architettura…, p. 546 ..
Presso la lunetta, un tempo decorata da un affresco con iscrizioni ancora in parte evidenti, c’è il gruppo della Madonna col Bambino che aiuta a definire la personalità e il ruolo di Perrini. La stesura dei panneggi, l’alta fisionomia dei personaggi, la ricercatezza della decorazione dei volti conferma la paternità dell’autore, nonché esemplare conferma dei rapporti di Perrini con l’arte gotica abruzzese che lo ha preceduto: evidenti sono i rimandi alla scultura della Madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana76, a sua volta ispirata alle Madonne franco-angioine, per la precisione nel movimento dell’anca verso destra per mostrare più dinamismo, la ricercatezza dei particolari, la forte espressività dei due volti, il dinamismo del Bambino che con la destra si sorregge ai capelli della Vergine e poggia la sinistra sul petto della madre.
La Madonna col Bambino del portale Uno studio del professor Alessandro Tomei approfondisce la particolarità della Madonna di Scurcola, già studiata da Pietro Toesca, che la attribuiva a un modello decisamente di matrice franceseP. Toesca, Storia dell’arte italiana. II. Il Trecento, Torino 1951, p. 378., a differenza di giudizi immediati riguardo ad un modello toscano, mentre Giovanni Previtali78 G. P. Revitali, Sulle tracce di una scultura umbra del Trecento, in Paragone N. 181, 1965, pp. 16–25. tentò un nuovo approccio sulla possibile origine del modello umbro-toscano, collocandola in data di realizzazione al primo Trecento. Tuttavia la presenza molto forte dei modelli del Regno di Napoli, in quell’epoca in mano agli Angiò, a L’Aquila è visibile negli esempi della Madonna di San Silvestro e della Madonna di Fossa con tabernacolo dipinto a due ante, e dintorni nella seconda metà del XIII secolo, come la testimonianza di altri manufatti in loco e nel Reatino, porrebbero una soluzione certa a questi dubbi sui relativi modelli di provenienza, soprattutto per le caratteristiche già dette della resa plastica, e per alcune caratteristiche che hanno molto in comune con le Madonne francesi dell’ultimo quarto del Duecento, come la rotazione del busto, le mani del Bambino aggrappate alla chioma della Vergine, caratteristiche rintracciabili nella Madonna del Louvre del 1265-70, o nella statua della Madonna della chiesa di Saint Martin a Bayel.
In conclusione, la Madonna della Vittoria risulta un prodotto di interpretazione e fusione di vari modelli francesi già esistentiTomei, Materia e colore…, p. 5., perfettamente incanalati e leggibili in una sola opera di pregio nella Marsica.
Agli elementi di sperimentalismo e maggior cura dell’ornato, tornando alla questione dei portali di Perrini, si aggiungono numerosi collegamenti dei trafori a motivi vegetali e geometrici sulle colonnine, perfettamente ispirati al modello originale di quelli presenti sulla chiesa di Santa Maria Maggiore. Presso la facciata ci sono decorazioni piatte: una targa da stemma e quattro croci laterali ottenute con cinque scodelline di maiolica invetriata.
L’ipotesi che Perrini fosse a direzione di una sua bottega, dove i ruoli erano divisi è data dal rosone di Sant’AgostinoGandolfo, Francesco Perrini…, p. 127.: in Santa Maria Maggiore la cornice che cinge l’oculo in grandi foglie d’acanto trova una ragione d’immediato confronto con quella che borda il timpano sottostante, nel caso di Sant’Agostino il legame si crea tra la cornice fogliata che sormonta l’oculo e quella subito a ridosso della lunetta del portale, segno di continuità operativa ma anche del gioco combinatorio che presiedette alla scelta dei motivi e alla loro distribuzione. Sull’innovativa cornice si sofferma anche Gavini, ipotizzando tuttavia che nel finestrone si ritrovino molte parti che sembrano esser state prese dalla facciata di Santa Lucia, parlando di “scuola di Lanciano”, e tanto che se ne ripetono le forme, ossia le mensole su cui posano i leoni, le colonnine soprastanti, probabilmente per cercare una spiegazione alla mancanza di una delle colonnine pensili della chiesa del rione Borgo, e la modestia lampante dei due telamoni antropomorfi.
Confronto della facciata con la facciata di Santa Maria Maggiore
La novità di Sant’Agostino e Santa Maria Maggiore sta nella cornice, molto simile a quella della cattedrale di BitontoP. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Il Medioevo, Torino 1927, pp. 76-77, ossia con la porzione superiore che va a poggiare su due colonnine tangenti alla circonferenza, rette da elementi poggianti su mensole85 Gandolfo, Francesco Perrini…, p. 138.. Questo motivo venne ripreso da Perrini anche per i cantieri di Santa Lucia, San Leucio e San Pardo. Quelli di Santa Maria Maggiore sono telamoni simili alle sculture della lunetta del portale, stilisticamente assai espressivi, memori di quelli sul portale della Cattedrale di Ortona.