La spedizione dei Mille fu uno degli episodi cruciali del Risorgimento. Si svolse dal 1860 al 1861 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto (borgo di Genova e allora Regno di Sardegna), alla volta della Sicilia, che faceva parte del Regno delle Due Sicilie. Lo scopo della spedizione era di rovesciare il governo borbonico e appoggiare le rivolte scoppiate sull'isola. I garibaldini sbarcarono l'11 maggio presso Marsala e, con il contributo di volontari meridionali e a rinforzi alla spedizione, aumentarono di numero, creando l'Esercito meridionale.

Dopo una campagna di pochi mesi con alcune battaglie vittoriose contro l'esercito borbonico, i Mille e il neonato esercito meridionale riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie, permettendone l'annessione al nascente Regno d'Italia.

Premesse

La seconda guerra di indipendenza terminò l'11 luglio 1859; i termini dell'armistizio di Villafranca, voluto da Napoleone III, che riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l'esclusione di Mantova), ma lasciavano Venezia e tutto il Veneto in mano austriaca, avevano creato malcontento in gran parte dei patrioti unitari italiani.

Già da maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana, della Legazione delle Romagne (Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì), del Ducato di Modena e del Ducato di Parma avevano scacciato i propri sovrani e richiesto l'annessione al Regno di Sardegna, mentre il governo pontificio aveva ripreso pieno possesso dell'Umbria e delle Marche, le cui popolazioni subirono una dura repressione, culminata il 20 giugno 1859 nelle sanguinose stragi di Perugia ad opera delle truppe svizzere pontificie al servizio di Pio IX.

Napoleone III e Cavour erano reciprocamente in debito: il primo poiché si era ritirato dal conflitto prima della prevista conquista di Venezia, il secondo perché aveva consentito che i moti si estendessero ai territori dell'Italia centro-settentrionale, andando quindi oltre quanto convenuto con gli accordi di Plombières. Lo stallo politico venne risolto il 24 marzo 1860, quando Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia, ottenendo in cambio il consenso dell'imperatore francese all'annessione della Toscana e dell'Emilia-Romagna al Regno di Sardegna.

Il contesto storico

Nel marzo 1860 esistevano in Italia tre Stati: il Regno di Sardegna, comprendente Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sardegna e ora Lombardia (eccetto Mantova), Emilia-Romagna e Toscana; lo Stato Pontificio, comprendente Umbria, Marche, Lazio e le exclave di Pontecorvo e Benevento; il Regno delle Due Sicilie, comprendente Abruzzo (inclusa Cittaducale), Molise, Campania (incluse Gaeta e Sora), Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. A questi si può aggiungere la piccola Repubblica di San Marino, che tuttavia si era sempre mantenuta distante da ogni spinta unificatrice col resto della penisola.

Bisogna aggiungere che l'Impero austriaco di Francesco Giuseppe poteva ancora essere considerato una potenza con forti interessi nella penisola italiana, poiché possedeva intere regioni come il Regno Lombardo-Veneto (ora limitato a Veneto, Friuli e Mantovano), il Trentino e la Venezia Giulia, anche se non controllava più nemmeno indirettamente né la Toscana né Modena, governate fino al 1859 dai rami cadetti degli Asburgo-Lorena di Toscana e degli Asburgo-Este, succeduti alle antiche casate dei Medici e degli Este.

La Francia si presentava nel doppio ruolo di potenza protettrice di Roma e principale alleato del Regno di Sardegna. Questa condizione permise a Napoleone III di possedere forte influenza sulle faccende italiane sino alla fine del suo impero (guerra franco-prussiana del 1870) e sarà determinante nel 1860. L'imperatore dei francesi, difatti, impediva al Regno di Sardegna tanto un'azione contro l'Austria (senza il suo sostegno), quanto un'azione contro Roma (con la sua opposizione), in base agli accordi di Plombières.

Il Regno delle Due Sicilie era guidato da un monarca giovane e inesperto (Francesco II di Borbone, succeduto al padre Ferdinando II solo il 22 maggio 1859, meno di un anno prima della spedizione); nel 1836 il reame borbonico aveva peggiorato le relazioni con il Regno Unito, a cui aveva dovuto la sopravvivenza durante il periodo napoleonico, con la "questione degli zolfi". Infine, il Regno delle Due Sicilie era caduto in una sorta di isolamento diplomatico: aveva infatti rifiutato la partecipazione alla guerra di Crimea al fianco di Francia e Regno Unito, al cui fianco viceversa aveva partecipato il Regno di Sardegna, e finì con il poter contare solamente sulle proprie forze.

Il regno meridionale era ancora lo stato più esteso della penisola e poteva fare affidamento sull'esercito più numeroso, forte di uomini (oltre che di 4 reggimenti ausiliari di mercenari) e sulla flotta più grande di stanza nel Mediterraneo (11 fregate, 5 corvette e 6 brigantini a vapore, oltre a vari tipi di navi a vela). Come amava ricordare Ferdinando II, era difeso "dall'acqua salata e dall'acqua benedetta", cioè dal mare e dalla presenza dello Stato della Chiesa che, protetto dalla Francia, avrebbe teoricamente impedito ogni invasione via terra dal nord Italia. Nell'autunno-inverno del 1859 Francesco II propose a Francesco Giuseppe (marito di sua cognata, l'imperatrice Elisabetta) di intervenire a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Ferdinando IV di Toscana e dei duchi di Modena e Parma per restaurare i deposti sovrani sui loro troni e territori in Italia centrale, spodestati dalle insurrezioni, non previste negli accordi di Plombières. Tuttavia, l'Austria, appena uscita militarmente sconfitta dal conflitto della seconda guerra d'indipendenza, non era più in grado di rivestire quel ruolo di restauratore che aveva svolto nei passati decenni e declinò la proposta. L'iniziativa si scontrava direttamente con la politica di Torino e, di conseguenza, di Parigi, dal momento che Napoleone III, per giustificare all'opinione pubblica francese la guerra condotta contro l'Austria, doveva annettere alla Francia i territori oggetto degli accordi di Plombières.

Quando negli ambienti diplomatici europei, nell'autunno 1859, circolò l'idea di una conferenza riguardante la risistemazione dell'Italia a seguito dei recenti eventi, Francesco II si dimostrò indifferente, non cogliendo l'opportunità di mostrare una presenza attiva internazionalmente..

La situazione nel Regno delle Due Sicilie

Nel corso degli anni erano state diverse le ribellioni che i Borbone avevano dovuto sedare: i moti siciliani del 1820 e del 1837, la rivoluzione calabrese del 1847dove Domenico Romeo, nel settembre del 1847, fu a capo di una rivolta, di cui è considerato l'ideatore, il promotore e l'organizzatore. Egli ordì una trama tra Calabria, Sicilia e Basilicata che coinvolse i veterani della Carboneria, e che, in accordo con i patrioti siciliani, doveva propagarsi in tutto il Regno. Il 3 settembre, con 500 insorti, occupò Reggio, ma, non essendoci unità d'intenti tra i dissidenti, la rivolta fallì e venne repressa nel sangue. Romeo fu decapitato, mentre a Gerace vennero fucilati cinque insorti: Michele Bello, Rocco Verduci, Pierdomenico Mazzone, Gaetano Ruffo e Domenico Salvadori., la rivoluzione siciliana del 1848-1849 e quella calabrese dello stesso annoLa rivolta fu capeggiata da Benedetto Musolino, che istituì un Governo provvisorio a Cosenza. e il movimento costituzionale napoletano del 1848. Dal punto di vista militare, fondamentale era stata l'alleanza e il sostegno militare dell'Impero austriaco. Per due volte, infatti, i Borbone avevano riguadagnato il trono in seguito all'intervento degli eserciti austriaci: nel 1815 l'austriaco Federico Bianchi aveva sconfitto l'esercito napoletano di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, nella battaglia di Tolentino e nel 1821 l'austriaco Johann Maria Philipp Frimont aveva sconfitto un secondo esercito napoletano, quello di Guglielmo Pepe, nella battaglia di Rieti-Antrodoco. Nel 1849 le forze borboniche, che cercavano di invadere la Repubblica Romana, furono affrontate e vittoriosamente respinte dai volontari italiani comandati da Garibaldi. Nel giugno 1859 si ebbe una rivolta di una parte dei reggimenti di mercenari svizzeri (il 3º Reggimento Svizzero), in conseguenza del fatto che il governo elvetico quell'anno aveva deciso che i suoi cittadini non avrebbero più potuto prestare servizio militare in potenze straniere., e parte delle truppe mercenarie al soldo dei Borboni vennero disciolte..

I liberali napoletani, comunque, non avevano avuto la forza sufficiente per imporre una costituzione nemmeno dopo la battaglia di Solferino e San Martino. Essi erano, però, presenti in buon numero nelle alte cariche dell'esercito e dell'Armata di Mare; lo storico de Cesare afferma che, fin dallo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Francesco II non poté di fatto più contare sulla marina, poiché solo pochi ufficiali di marina rimasero fedeli alla causa del re di Napoli.. Dopo la vittoria franco-piemontese nella battaglia di Magenta, a Napoli si ebbero vivaci manifestazioni anti-austriache dei liberali, che convinsero Francesco II a nominare il generale Carlo Filangieri primo ministro e ministro della guerra, non lasciandogli tuttavia scegliere i ministri del suo governo.. La popolazione delle province continentali conservava la suddivisione in due parti politiche, o in "due nazioni", secondo la definizione di Vincenzo Cuoco: la prima di possidenti e la seconda del popolo delle campagne e della capitale (ovvero i lazzari); quest'ultima era generalmente vicina alla dinastia borbonica, come avevano dimostrato il successo del movimento sanfedista, che nel 1799 aveva rovesciato la Repubblica Napoletana, con la strage dei giacobini del regno, la resistenza antifrancese del periodo 1806-1815 e il fallimento della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane del 1857 e come dimostrerà anche il successivo e complesso fenomeno del brigantaggio postunitario. , mentre la prima si era manifestata con i moti costituenti nel 1820 a Napoli, i moti del Cilento nel 1828, i moti di Penne nel 1837, i moti di Reggio Calabria del 1847 e di Sicilia e Calabria del 1848 ancora nel Cilento nel 1848 e nello stesso anno a Napoli con l'ottenimento della Costituzione revocata l'anno seguente.

Prima dell’arrivo di Garibaldi si era pensato a un complotto contro il nuovo re Francesco II e la giovanissima consorte Maria Sofia di Baviera. L’ascesa al trono dei giovani sovrani avrebbe infatti suscitato sentimenti di gelosia da parte della vedova di Ferdinando II e matrigna di Francesco II, la precedente regina Maria Teresa, che mal si rassegnava alla perdita del potere. Si pensò allora a una congiura con l’aiuto della camarilla per sostituire Francesco II con il Conte di Trani, secondogenito della regina madre austriaca. Le prove, vere o no, raccolte da Carlo Filangieri vennero gettate nelle fiamme del camino dallo stesso Francesco II, che pronunciò le parole “È la moglie di mio padre“..

Luigi Settembrini aveva evidenziato e denunciato le gravi problematiche in cui versava il regno con la sua Protesta del popolo delle Due Sicilie.

I mazziniani e la Sicilia

L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1859, era l'indipendentismo siciliano. A partire dall'ottobre di quell'anno si erano registrati sull'isola focolai di protesta e Salvatore Maniscalco, direttore generale della polizia sull'isola, era scampato a un tentativo di assassinio.