Mortegliano () è un comune italiano di abitanti del Friuli-Venezia Giulia. Deve parte della sua notorietà alla presenza del campanile più alto d'Italia: .
Territorio Mortegliano si trova a circa e si estende per circa ; è parte degli undici comuni componenti il Medio Friuli. L'area comunale si colloca nella parte più alta della pianura friulana che si allunga fino al mare, e a pochi chilometri a nord della linea delle risorgive, dove le argille e le sabbie fini fanno risalire l'acqua in superficie.
La profondità del terreno e la ricchezza d'acqua consentono e hanno consentito un'ottima fertilità del suolo e raccolti abbondanti che hanno reso l'attività agricola storicamente importante per la popolazione del luogo. Rispetto alla tipica pianura friulana, che è piuttosto povera di vegetazione, questo territorio ha conservato una notevole vivacità paesaggistica e, oltre al consueto aspetto caratterizzato dalla presenza dei campi coltivati, presenta anche ampie aree verdi, soprattutto lungo i terrapieni arginali del torrente Cormor che attraversa l'abitato.
Questo corso d'acqua, infatti, pur solcando un paesaggio rurale improntato a una regolare suddivisione degli appezzamenti, secondo i dettami del riordino fondiario dei primi anni sessanta, arricchisce il territorio di aree interessanti dal punto di vista naturalistico. Anche se a prima vista sembra un fiume di risorgiva, con una portata perenne e una temperatura dell'acqua pressoché costante, in realtà è un corso d'acqua pedemorenico, che ha origine alle pendici dell'anfiteatro morenico dalle acque meteoriche dei rilievi collinari; tuttavia il suo solco è pressoché asciutto per buona parte dell'anno lungo tutta l'alta pianura, tranne che nei periodi di piogge intense.
Proprio per questa sua caratteristica in un opuscolo del 1899 viene così descritto dal Collini: «I tanti stessi regionali non lo conoscono altrimenti che pel burlesco nomignolo di corre e muore (da cui Cormor)».
Nel corso dei secoli l'uomo è dovuto intervenire più volte modificando il corso del Cormor: già nel 1543 furono realizzati i lavori di canalizzazione della roggia di Pozzuolo, che garantendo un apporto d'acqua costante permise l'irrigazione dei campi, così come le successive opere di sistemazione idrica portate a termine nei secoli seguenti. In ogni caso sono stati registrati numerosi straripamenti del Cormor in corrispondenza dell'abitato di Mortegliano: ad esempio fu terribile l'alluvione del 20 settembre 1920 quando il Cormor superata la stretta di Pozzuolo si aprì a ventaglio sommergendo Santa Maria di Sclaunicco, Lestizza, Talmassons e Flumignano.
Tipici del territorio sono i filari di gelsi (morâr) a delimitare gli appezzamenti, un tempo utilizzati per la coltivazione del baco da seta, mentre da secoli la coltivazione del granturco, con i vasti campi di mais, contraddistingue l'economia agricola morteglianese.
Storia
Origine del nome e età antica I primi insediamenti nella zona risalgono probabilmente all'età del bronzo, a cui subentrarono popolazioni celtiche e romane. Il nome Mortegliano, come molti toponimi della zona, è di derivazione romana e riconducibile al nome latino Murtelius, probabile antico colono della zona. Di quest'epoca rimangono alcuni ritrovamenti di anfore e manufatti rinvenuti nel secondo dopoguerra nell'attuale piazza San Paolo in occasione di scavi per le fondamenta di nuovi edifici. Due anfore (risalenti al I o II secolo d.C.) sono conservate presso gli uffici pubblici del Comune.
Il Medio Evo
Il periodo patriarcale Data la posizione del Friuli, porta di accesso di tutte le principali invasioni avvenute nel Medio Evo, dopo la caduta dell'impero romano il territorio di Mortegliano fu soggetto ai grandi spostamenti di popoli che videro l'entrata in Italia, in diverse ondate, di goti, ostrogoti, longobardi, unni. È certo che l'area morteglianese fu abitata in modo stanziale da genti longobarde, come provato dalle testimonianze archeologiche rinvenute nella vicina frazione di Lavariano e nell'area della Chiesetta di San Nicolò, per poi divenire parte nel VI secolo dei domini del Sacro Romano Impero.
Nel XII secolo Mortegliano, come il resto del Friuli, entrò a far parte dello Stato Patriarcale di Aquileia, un'entità feudale con larga autonomia rispetto al potere imperiale, comprendente oltre che al Friuli, un vasto territorio che nei secoli si estese tra Cadore, Carinzia, Carniola, Stiria e Istria. Il patriarca, nella cui nomina intervenivano il papa e l'imperatore, deteneva sia il potere spirituale, che per investitura feudale imperiale, quello temporale.
Come in altri luoghi del Friuli, al fine di ripopolare le campagne dopo i secoli bui contraddistinti da invasioni, tra le ultime quella degli Ungari, e da cicliche epidemie i Patriarchi ricorsero a immigrazioni forzate di popoli slavi (in taluni casi con la fondazione di nuovi insediamenti, come nel caso della vicina Basiliano). Anche a Mortegliano una significativa presenza di questi nuovi abitanti è testimoniata dalla presenza di un Borc Sclavs, lungo l'attuale via Marconi, dove si riunirono intorno al 1100-1200 le famiglie provenienti dalle terre slave.
La prima citazione storica di Mortegliano risale al 1247, anno in cui viene nominata Mortellanum tra le pievi soggette a tassazione da parte del Patriarca di Aquileia. Tra il X e il XV secolo è ipotizzabile che l'abitato fosse costituito da un nucleo antico, posto nell'area leggermente sopraelevata dell'attuale Piazza San Paolo, sorto intorno ad un edificio di culto dedicato al Santo omonimo, che verrà demolito nel 1490 per far posto ad una chiesa di dimensioni maggiori. Quest'ultima verrà demolita a sua volta nel 1864 per far posto all'attuale duomo.
Il piccolo nucleo urbano originario si costituì presto in un sistema fortificato "a cortina", tipico di molte zone friulane, a protezione della popolazione dalle numerose minacce che si susseguirono per i secoli. Al di fuori di questo nucleo, di limitata estensione, si sviluppava il grosso del villaggio con i campi e le abitazioni della popolazione dedita all'attività agricola.
È presumibile che la creazione di un sistema fortificato ben definito, con mura, torre di avvistamento e fossati, sia riconducibile agli inizi del XII secolo. Nel 1309, nella lotta tra il conte di Gorizia e il Patriarca di Aquileia, bande armate sotto la guida del conte slavo Giovanni Babanic, cognato del conte di Gorizia, entrarono nel paese saccheggiandolo, incendiandolo e conquistandolo. L'incendio e la conquista di Mortegliano fu l'unico fatto di rilievo dell'invasione dei Goriziani nel 1309, che portò il Patriarca Ottobono a fuggire da Udine verso Bologna. La ferocia usata dal Babanic sull'abitato di Mortegliano venne considerata un serio pericolo per il Patriarcato, e spinse Ottobono a trattare un veloce accordo (1310) con il Conte di Gorizia il quale, in cambio di cospicui benefici, venne nominato comandante delle forze del Patriarcato.
Nei decenni successivi i Patriarchi riorganizzarono i domini affidando la giurisdizione di Mortegliano ai conti di Strassoldo (1321) potente famiglia di origine tedesca, residente nell'omonimo complesso fortificato sorto nei pressi dell'antica Aquileia. A più riprese però l'abitato tornò feudo dei Conti di Gorizia, fermamente filo-imperiali, che ciclicamente si contrapposero al potere dei Patriarchi.
Il dominio di Venezia e il ruolo delle vicinie Nel 1420 l'esercito veneziano sconfisse le forze imperiali poste a difesa dell'ultimo Patriarca, Ludovico di Teck. La Serenissima costituì in Friuli un dominio autonomo dei cosiddetti domini di terraferma. L'abitato di Mortegliano rimase anche sotto i veneziani un feudo dei Conti di Gorizia, ma la famiglia Strassoldo continuò ad amministrare parte della vita politica; già a metà del '400 il malcontento dei morteglianesi verso gli Strassoldo sfociò in una lite per ottenere di essere sottoposti alle leggi vigenti nei territori direttamente amministrati dai conti di Gorizia e a più riprese Mortegliano cercò di rendersi quanto più autonoma dalle signorie feudali. Ancora nel 1864 tuttavia, quando si avviarono i lavori di demolizione della Cortina e dalla torre anteposta all'antica chiesa, gli Strassoldo poterono opporsi alla demolizione del manufatto sulla base dei diritti che ancora vantavano sull'abitato.
L'amministrazione di Mortegliano, sia durante il periodo patriarcale che in quello veneziano, godette comunque di ampie dosi di autonomia. Era retta dal sistema delle vicinie: assemblee cui partecipavano i capi famiglia residenti da un certo numero di anni, chiamati a riunirsi con regolarità per decidere sia dei beni della collettività che dei lavori da eseguire. Questi potevano riguardare le opere di difesa del borgo (manutenzione delle fortificazioni) o gli adempimenti necessari a garantire l'utilizzo dei beni collettivi (mantenimento argini e strade, utilizzo delle acque, disboscamenti). Di primaria importanza era la gestione dei territori non coltivati e lasciati boschivi o a pascolo che i vari villaggi rivendicavano per le proprie necessità .Nel 1332 si verificarono forti contrasti con le ville di Castions e Carlino, soggette al Capitolo di Aquileia e ai signori di Castello, per rivendicazioni reciproche di territori e pascoli, mentre a Sud dell'attuale napoleonica a lungo sopravvisse una vasta area incolta assegnata ai morteglianesi per la legna e la caccia nominata Paludo di Mortegliano.
Le vicinie durarono per secoli, e si riunirono fino al XIX secolo. Almeno a partire dal 600 sono testimoniate a Mortegliano ben tre vicinie referenti ai Borghi cittadini: la vicinia del Borg Suvie, tra l'attuale piazza Verdi e via Udine, la vicinia del Borg di Sore, la più recente lungo l'attuale via Cavour e la Vicinia dei Borg Sapôc e Sclavs (Borghi Sottopozzo e degli Slavi), che si riunivano congiuntamente, facente riferimento alle attuali via Roma e Marconi. Nel caso di decisioni di grande importanza tutte e tre le vicinie si riunivano in assemblea generale sotto alla guida del Decano (o Degano) eletto a rappresentanza dell'intera comunità.
L'assedio turco del 1499 e i secoli successivi Nel 1477 i turchi assediano per una prima volta l'abitato causando profondi danni. Nel 1411 infatti la Cinta muraria trecentesca era stata demolita dagli Udinesi in guerra contro Cividale e probabilmente non più adeguatamente ricostruita, rendendo il paese particolarmente vulnerabile agli attacchi. Questo primo assedio portò gli abitanti a rinforzare le difese murarie della cortina.
Il 3 e 4 ottobre 1499 i Turchi assediarono nuovamente l'abitato. Avvisati dal suono delle campane i morteglianesi si riversarono nell'area fortificata, pronti questa volta a non cedere alle orde turchesche. Narrano le cronache che chi non potendo offrire utile contributo alla battaglia si riversò nell'antica chiesa di San Paolo, contribuì con la preghiera, affinché la Madonna proteggesse l'abitato e i suoi abitanti e facendo voto alla Vergine Maria qualora il villaggio fosse scampato alla prova. Vuoi per l'eroismo degli abitanti sugli spalti, vuoi per l'invocata protezione celeste, Mortegliano resistette, a differenza di molti centri dalla bassa friulana, all'assedio. Trenta furono i morti tra i morteglianesi, ventinove uomini e una donna, di cui si conservano ancora i nomi.
I superstiti vollero onorare il voto alla Madonna e l'eroicità dei caduti realizzando la Pala del Martini, uno dei capolavori dell'arte lignea del Friuli, realizzata dall'artista udinese Giovanni Martini. Non mancarono per la creazione di un così prezioso manufatto lungaggini e controversie legate anche all'importante spesa necessaria, al cui costo contribuirono volontariamente le famiglie di Mortegliano.