Il mos maiorum (dal latino mōs maiōrum, letteralmente «usanza, costume degli antenati») rappresenta il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana.Mos Maiorum, Brill Online. Per una società come quella romana, le tradizioni sono il fondamento dell'etica: esse comprendono innanzitutto il senso civico, la pietas, il valore militare, l'austerità dei comportamenti e il rispetto delle leggi. Il Mos maiorum, fondendosi nell'insieme dei valori acquisiti in seguito all'ellenizzazione della cultura latina, darà vita alla humanitas.

Il termine mosAl plurale, più comune, mores., puntualmente e invariabilmente tradotto con il termine riduttivo costume a livello scolastico, è in realtà un termine latino molto più ricco semanticamente e ha valore insieme ideale e pragmatico, in quanto comprende il sistema di valori di un singolo individuo o di una società e, contemporaneamente, la prassi che coerentemente ne deriva. Da mos deriva l'italiano "morale".

Il termine mores era già usato nel periodo protostorico dalle tribù stanziate nel territorio laziale, in riferimento a usi di tipo magico-religioso. Ne dà una definizione Sesto Pompeo Festo: Festo 157, traduzione in Istituzioni di diritto romano, p. 29.

Dal periodo regio all'età imperiale, i mores vengono a identificarsi come un corpo di princìpi e di valori esemplari per la comunità romana. Chiunque non rispettasse il "Mos maiorum" infrangeva il codice degli insegnamenti etici e morali romani.

Mores come costume e usanze I mores sono dei precetti normativi accettati da tutta la comunità, poiché investiti di unauctoritasDerivante sia dal fatto che venivano seguiti e tramandati dai patres, sia in quanto rivelati dai sacerdoti.. Questi mores non solo sono un'usanza investita di sacralità, bensì rappresentano un abbozzo di 'costituzione' per l'intera comunità romana obbligata a seguirli. Si riteneva infatti, soprattutto in epoca regia, che il rispetto di tali precettiInvestiti a un tempo di una valenza sia religiosa, sia magica. proteggesse dalle forze dell'occulto, in quanto espressione del soprannaturale e della volontà divina. I mores, come sistema di credenze e di valori universalmente riconosciuti e unanimemente condivisi all'interno della civiltà romana, informavano a sé, l'agire pubblico e privato dell'individuo. Non si è certi, ma è possibile che i mores, una volta emanati, avessero la funzione di creare un precedente normativo.

Storia Protostoria: dal X secolo a.C. alla metà dell'VIII secolo a.C.

Secondo le opere storico-giuridiche di Gaio e Sesto PomponioSesto Pomponio, De origine iuris fragmentum I, 1; Gaio, Istituzioni di Gaio, I, 1. i mores, sono usi e costumi delle tribù che si unirono fondando la città di RomaRoma arcaica e le ultime scoperte archeologiche. Aspetti di vita quotidiana nella Roma arcaica: dalle origini all'eta monarchica..

In quella prima fase erano solo i mores a identificarsi con il diritto romano, costituendo il modello al quale gli appartenenti alla comunità adeguavano il loro comportamento: tali modelli derivavano da secoli di usanze precedenti, risalenti ai pagiMario Amelotti, Lineamenti di storia del diritto romano, p. 45.. Gli studiosi ritengono che antecedentemente all'età regia, quindi nel corso della fase pre-civica, i mores si basassero sul comportamento delle familiae, e, successivamente, a partire dalla metà dell'VIII secolo a.C., anche delle gentes, nel rispetto delle forze naturali, secondo l'interpretazione dei sacerdoti, che, a mano a mano li raccoglievano tramandandoli oralmente, e custodendoli in archivi sacerdotali segreti.

In un primo momento i mores non costituirono leggi effettive ma, soprattutto nella Roma precivica, erano precetti unanimemente condivisi e attuati dalla comunità. Intorno al X secolo a.C. i sacerdoti raccoglievano tramite forma orale, e probabilmente anche per iscritto, tali usi, mantenendoli segreti. In questo periodo erano gli unici detentori di conoscenze giuridiche, e uno dei loro compiti consisteva nel rivelare, sempre segretamente, questi usi, al soggetto che li richiedesse o piuttosto a interpretarli nel modo che ritenessero più adatto. Quindi consigliavano al richiedente una condotta da seguire per conseguire un proprio legittimo interesse o per difendersi correttamente da un diritto altrui. Ciò perché nel diritto dell'epoca era insita una forte componente morale, che occorreva dunque rispettare, seguendo determinate ritualità nelle dichiarazioni, nei comportamenti e in generale nell'agire sociale, tanto pubblico quanto privato. Tali modalità continuarono a vigere sia nel periodo regio sia in buona parte del repubblicano. Nell'età regia l'interpretazione fu affidata al rex e al Pontifex Maximus, talvolta congiuntamente.

Età regia

Nessuna fonte tramanda nulla di preciso sui mores nell'età primitiva di Roma, e di come si evolsero nel tempo. Solo Sesto PomponioSesto Pomponio, De origine iuris fragmentum I, 5. confidava che, con i primi re, fu necessario definire norme scritte, tanto da generare l'atto normativo delle leges regiae. Grazie anche ad altre fonti, tra cui Plutarco, Cicerone, Sesto Pomponio, conosciamo queste norme emanate dai re, anche attraverso l'intervento del Pontefice massimo.

Gli storici hanno ipotizzato che ci potesse essere un profondo collegamento tra "leges regiae" e mores, dal momento che anche il pontefice possedeva l'autorità per emanarle. Si ritiene dunque che alcuni di tali atti, con qualche modifica, altro non siano che costumi diventati leggi. Secondo la tradizione, è in quest'epoca che si emanarono in forma scritta le leggi, benché il primo non fu Romolo, che le emanò sempre in forma oraleSebbene Dionigi d'Alicarnasso ci informa che alcune di esse furono rese in forma scritta per volere dello stesso Romolo., anzi la prima compilazione, che si perde nella leggenda, sarebbe il fantomatico Liber Numae di Numa Pompilio, che tuttavia non ci è pervenuto: in questo libro, infatti, si sarebbero raccolte le norme sia stabilite da Romolo sia da Numa Pompilio, segnatamente i riti sacerdotaliNon sappiamo se costituissero un'opera autonoma o una sezione del Liber. sicuramente derivanti dai moresVedi Leges regiae e paricidas, pagg. 18-19.. Trassero ispirazione da tali scritti anche i re successivi, creando nuove leges, e, probabilmente anche nuovi mores, in parte ripresi o sviluppati dai mores attribuiti a Numa. La tradizione successivamente ci parla anche di altre opere, come il Commentarius di Servio Tullio e i Libri sibillini, che Tarquinio il Superbo ricevette dalla ninfa Sibilla, nei quali sarebbero raccolti alcuni riti religiosiLivio, Ab Urbe condita libri I, 31, 8. L. Pisone ap. Plinio 28, 4, 14,;;Livio, Ab Urbe condita libri I, 60, 4..

Tutti gli atti normativi dell'età regia sono comunque scomparsi, a causa dell'incendio che colpì Roma nel 390 a.C.Vedi Istituzioni di diritto romano, pag. 33. per opera dei Galli di Brenno. Comunque, sia le pratiche tradizionali, sia i rituali arcaici, affondano le proprie radici nelle consuetudini collettive.

A un certo punto però i mores non furono più sufficienti, in quanto il popolo romano richiedeva un diritto più sicuro e non incerto, come attesta l'Enchiridion di Pomponio:

poi, più avanti, ci parla di leggi regie, emanate dai re della tradizione:

Nell'età regia anche il rex era a conoscenza dei mores interpretati, e poteva rivelarli. D'altra parte anche il Pontifex Maximus contribuiva all'emanazione delle leges regiae, per cui, alcuni studiosi ritengono che talune di tali leggi siano in realtà mores attuati con, o almeno in parte, un atto normativo regio. Di conseguenza tale agire diventa un'ulteriore modalità di emanazione di mores (seppur indiretto), di mores e legislazioni del periodo precedente.

Età repubblicana (509-27 a.C.)

Con la cacciata dei Tarquini si concluse l'età regia, e l'unico diritto ritorna a essere le rivelazioni e l'interpretazione dei soli Pontefici dei mores. Però in questo periodo, che durerà circa 50 anni, la plebe comincia a sospettare che i Pontefici interpretino solo a vantaggio della classe sociale alla quale appartengono, i patrizi, a discapito degli stessi plebei.

Nella prima metà del V secolo a.C. si giunse a un punto di rottura. Alcune fonti, tra cui Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, raccontano che a partire dal 462 a.C. si creò un movimento plebeo, il cui fine era una legislazione scritta, legislazione che ottennero nel 450 a.C. grazie a un decemvirato legislativo durato due anni, commissione che aveva il compito di elaborare in massime il diritto esistente fino ad allora, dunque per lo più dei mores.Secondo alcuni studiosi anche tramite leges regiae, che hanno avuto la funzione di 'memorizzare' i mores. Successivamente, dal momento che queste massime non erano di facile lettura, la loro interpretatio era comunque lasciata ai Pontefici e pertanto tenuta ancora segreta, perciò da ritenere sempre rientrante come interpretatio di mores, almeno sino a quando Tiberio Coruncanio non la renderà pubblica attraverso un'interpretazione laica e creando vero e proprio diritto ovvero la creazione dello Ius Civile. D'altra parte però, le XII Tavole erano un'opera che non poteva riguardare e non riguardava tutti i rami del diritto perciò dove non arrivavano le XII Tavole venivano utilizzati e rivelati i moresIstituzioni di diritto romano pgg 32-33.

Sempre secondo Sesto Pomponio la prima opera riguardante i moresSempre indirettamente poiché riguarda le leges regiae. dell'età repubblicana secondo la tradizione era rappresentata dallo ius papirianum di Sesto PapirioSecondo alcuni Gaio Papirio, Pontifex Maximus nel 509 a.C., una raccolta di tutte le "leges regiae" appartenute all'età regia: anche quest'opera si perde nei meandri della tradizione e non sappiamo se sia esistita per davvero. Il primo cinquantennio del V secolo a.C. venne caratterizzato dal regolamento dei mores in forma di massime, ma da Livio e da Dionigi d'Alicarnasso ci viene raccontato che, a partire dal 462 a.C., i plebei, resosi conto che i Pontefici emanavano i mores solo in favore loro o dei patrizi, cominciarono a richiedere un'opera scritta che riassumesse l'essenza dei mores in modo tale da interrompere il monopolio dei Pontefici su questi regolamenti orali, tramandati e conosciuti solo dai sacerdoti. Così con un decemvirato legislativo durato un paio d'anniLe fonti sono discordanti. nel 450 a.C. venne emanata la legge delle XII Tavole. Si trattava di una raccolta dei mores fino ad allora esistenti. Poiché l'opera risultò di difficile interpretazione, venne affidata ai pontefici, che mantennero così il monopolio interpretativo, dove le XII Tavole non contemplavano determinate norme. Tutto ciò mutò con Tiberio Coruncanio, primo pontefice plebeo: egli rivelò i rituali e come venivano emanate le XII Tavole e da qui si osserva la presenza dei primi giuristi laici. Fonti utili potevano essere anche lo ius usucapionisDi Appio Claudio Cieco. e lo ius FlavianumDi Gneo Flavio..

Il primo giuristaO, sarebbe meglio dire, vero studioso del diritto. può essere considerato Sesto Elio, diventato poi anche console, il quale nel 198 a.C. stila un'opera di analisi delle XII Tavole e dell'interpretazione pontificale, oltre alle legis actiones, chiamata tripartita (lat. tripertita). Anche quest'opera non ci è pervenuta, ma sicuramente poteva essere di grande aiuto per capire i collegamenti mores-XII Tavole e mores-legis actiones. I mores dovevano comunque essere ancora molto seguiti nel I secolo a.C. Il giurista Gaio Svetonio Tranquillo ci racconta di un editto di censura emesso nel 92 a.C. che pone i mores quali regolamenti ai quali si devono adeguare tutte le consuetudiniGaio Svetonio parla di novità forse riferendosi anche alle leggi, in qualche misura. si devono adeguare, in caso contrario verranno ritenute inique.

Età imperiale (27 a.C.-395 d.C.)