L’arte romanica in Abruzzo fu una corrente della storia dell'arte, che ebbe sviluppo dall' XI secolo al XV secolo circa, abbracciando i settori dell'architettura, della scultura, e in parte la pittura. Principalmente abbracciò le architetture delle abbazie, cattedrali e monasteri, ebbe l'apogeo nella metà del XII secolo, per poi venire assorbita dallo stile gotico internazionale (il tardo gotico italiano) a partire dalla metà del Duecento, che poi si diffuse ampiamente nel Trecento.
Per la moderna critica della storia dell'arte (tra i più autorevoli Bindi, Gavini, Bertaux, Moretti), il "romanico abruzzese", seppe coadiuvare nei cantieri della regione (abbazie, conventi, chiese, cattedrali, castelli) le influenze nordiche lombarde, ma anche romane e umbre, dandone un'originale interpretazione sincretica, specialmente per le botteghe degli amboni e cibori abbaziali.
Le fonti La fonte primaria è Vincenzo Bindi, che ha raccolto gran parte delle notizie storico-artistiche nel suo voluminoso Monumenti storici e artistici degli Abruzzi (1889), con citazioni di autorevoli font, come la Cronaca di San Clemente a Casauria, Muzio Muzii, Nunzio Federigo Faraglia, Ferdinand Gregorovius, Giacinto Pannella, Ferdinando Ughelli, Muzio Febonio e altri. Il Bindi, avendo studiato la storia dell'arte, fu prima di Carlo Ignazio Gavini l'autorevole storico che si occupò di descrivere i monumenti abruzzesi.
Il lavoro bindiano tuttavia si concentra soltanto sulle principali architetture abruzzesi, e non le descrive tutte. Sicché il Gavini, quando viaggiò in Abruzzo tra la fine dell'800 e il primo decennio del '900 per restaurare anche alcune chiese ammalorate dall'abbandono, o da cattivi restauri tardo barocchi e neoclassici (restaurò infatti parzialmente Santa Maria Assunta di Assergi e Santa Giusta di Bazzano), compose infine i 2 volumi della Storia dell'architettura in Abruzzo (1927), ristampata poi da Adelmo Polla editore. Gavini si proponeva di tracciare una storia generale dell'architettura romanica, gotica e tardo gotica in Abruzzo, dal VI secolo, quando inizia con la trattazione dell'ex cattedrale di Santa Maria Aprutiense, l'attuale chiesa di Sant'Anna dei Pompetti di Teramo, fino alla basilica di San Bernardino all'Aquila, spaziando dunque nella ricerca fino al Rinascimento.
Benché l'opera gaviniana risultasse obsoleta già all'epoca del soprintendente Mario Moretti, altra autorevole fonte per la storia dell'architettura in Abruzzo (anni '60), a causa di nuovi lavori di restauro e scoperte di lapidi, datazioni diverse intercorsi tra gli anni '50 e gli anni '60, resta tuttavia ancora una buona fonte per quanto riguarda la documentazione storica, che Gavini raccolse a riguardo di ciascuna chiesa, come Pietro Piccirilli, suo contemporaneo, Giuseppe Celidonio per le chiese sulmonesi, il Faraglia, il Muzii, il Bindi, Aniceto Chiappini per i monasteri e conventi francescani, anche in parte Antonio De Nino per il suo Sommario dei monumenti abruzzesi (1904)Vedi la prefazione di Mario Moretti a Architettura medieovale in Abruzzo, Cassa di Risparmio Abruzzo e Molise, 1969. Inoltre il manuale di Gavini rimane come fonte per conoscere la storia dei restauri di alcune chiese che all'epoca sua si presentavano in forme ancora barocche, oppure neoclassiche, malgrado originalmente fossero medievali (e i restauri furono effettuati negli anni '60 o più tardi), come nei casi di Santa Maria Assunta di Bominaco, di Santa Maria delle Grazie di Civitaquana (restauri effettuati nel 1935), di San Liberatore alla Maiella, che addirittura all'epoca di Gavini si trovava in completo abbandono e con il tetto sfondato, idem per Santa Maria di Cartignano a Bussi, di Santa Maria Assunta di Assergi, di San Giovanni in Venere, anch'essa in stato di semi-abbandono, delle chiese dell'Aquila che avevano subito un forte restauro barocco dopo il terremoto del 1703, come San Pietro di Coppito e San Marciano, che non avevano ancora beneficiato del restauro morettiano negli anni '60 (San Marciano fu restaurata come ricorda Francesco Verlengia negli anni '40), ecc.
A parte studi successivi al nuovo manuale di Mario Moretti, come quelli di Francesco Gandolfo, le tre fonti principali ancora oggi di riferimento per la storia del romanico abruzzese sono Gavini, Bindi e Moretti.
Contesto Fioritura delle abbazie benedettine Bisogna capire che oggigiorno la lettura delle varie architetture abruzzesi, soprattutto per le chiese, i monasteri, i castelli, è completamente stratigrafica, in quanto tali monumenti furono oggetto di saccheggi, distruzioni e rifacimenti attraverso i secoli; e per comprendere il passaggio da uno stile all'altro nell'ambito architettonico, è necessario conoscere le vicende storiche della regione d'Abruzzo. Nell'ambito chiesastico dunque, nel IX-X secolo abbiamo la fioritura dei grandi monasteri benedettini e poi cistercensi, quali l'abbazia di San Clemente a Casauria, la chiesa di San Clemente al Vomano, la chiesa di Santa Maria di Propezzano, l'abbazia di San Pietro ad Oratorium (prima metà dell'VIII secolo), il complesso benedettino di Santa Maria a Bominaco con il celebre pittoresco oratorio di San PellegrinoIgnazio Carlo Gavini, Storia dell'architettura in Abruzzo, I, 1927, cap. "L'Architettura nel secolo duodecimo", pp. 383-300. Ma moltissimi altri furono i monasteri, oggi non più esistenti, che vennero fondati, testimoniati dei regesti dei monasteri di Farfa, San Vincenzo al Volturno e Montecassino, che prima dell'872, con la fondazione di San Clemente a Casauria, si spartivano il territorio ecclesiastico abruzzese. A causa, dunque dei rifacimenti, soprattutto a partire dall'XI-XII secolo con l'ingresso dell'arte romanica, non è possibile stabilire con certezza quale fosse il tipico stile dell'epoca franco-longobarda, e restano solo scarne testimonianze da documenti, come ad esempio la presenza di un pavimento a mosaico presso la chiesa di San Maurizio a Lanciano, stessa presenza riscontrata a Santo Stefano in Rivomaris, on in torri di avvistamento, comunque restaurate e manomesse nei secoli successivi alla loro costruzione.
L'architettura ecclesiastica primaria, come si è visto, specialmente durante la ricostruzione delle antiche città romane di Teate, Histonium, Interamnia, Anxanum, durante l'arrivo dei Longobardi e poi dei Franchi, si è mostrata attraverso la conversione degli antichi templi pagani in cenobi e cappelle votive dedicate alla Madonna, a San Michele Arcangelo (protettore dei Longobardi), a Santissimo Salvatore, o a San PietroGavini, op. cit, I, pp.13-33. E questi sono gli esempi della chiesa di San Giorgio, poi San Biagio di Lanciano, eretta sopra il tempio di Minerva (altri esempi in città si hanno con la chiesa di Santa Lucia sopra Giunone, Santa Maria Maggiore sopra Apollo), San Paolo di Chieti sopra il tempio dei Dioscuri, Santa Maria Aprutiensis in San Getulio sopra la domus romana del I secolo, San Pietro di Vasto sopra Cerere, Santa Maria Intus di Sulmona (oggi San Gaetano). Insomma, non solo per i centri, ma la colonizzazione e la riconversione cristiana degli antichi templi si sparse anche in quei piccoli santuari presenti lungo i tracciati antichi della via Valeria, della via Claudia Nova, della via Traiana, come ad esempio è stato dimostrato per Santa Maria a Vico nel teramano, da Francesco Savini e confermato dal MorettiM. Moretti, Architettura Medioevale in Abruzzo (dal VI al XVI secolo), p. 8
Caratteristiche del romanico in Abruzzo Come ha ben evidenziato il Gavini nella parte finale del suo primo volume sulla Storia dell'architettura in Abruzzo, tirando le somme delle varie tipologie di maestranze che si sparsero in Abruzzo, si possono individuare tre "scuole", come lui le definì, attirandosi le successive critiche di Moretti per la troppo facile categorizzazione di scuole d'arte ben definite in assenza di documenti precisi.
La scuola aprutina: che agì nel teramano, in particolare a Teramo, fino al nord della Pescara, con maestranze marchigiano-umbre.Gavini, op. cit., II, pp. 347-359; oppure cit., I, pp. 229-235 La scuola della Maiella o di San Liberatore, i cui maestri originari del Lazio attorno Montecassino furono chiamati dall'abate Desiderio per i cantieri di San Liberatore alla Maiella, San Clemente a Casauria,San Pietro ad Oratorium, San Pelino e San Panfilo Alcuni maestri lombardi che posero mano alle chiese di Santa Maria delle Grazie a Civitaquana, Sant'Angelo di Pianella, nonché a chiese del teramano, come San Giovanni ad Insulam (Isola del Gran Sasso) e Santa Maria di Ronzano La scuola aquilanaGavini, op. cit., II, pp. 281-299: che come di recente ha affermato orlando Antonini, ex vescovo dell'Aquila, si affermò tra la fine del XIII secolo e il XIV secolo, influenzata dalla presenza umbro-laziale, ma anche dai maestri di Sulmona, che dettero avvio ai cantieri della basilica di Santa Maria di Collemaggio.
Impianto: la chiesa-abbazia è massiccia, a pianta rettangolare, in alcuni casi irregolare, come Santa Maria Aprutiensis, e il duomo di Santa Maria Assunta a Teramo, o anche San Pietro di Coppito all'Aquila. Robusti pilastri o contrafforti a volte proteggono la chiesa, come la basilica di Sant'Eusanio Forconese. Gran parte delle chiese esistenti già nell'VIII-IX secolo, le cattedrali e le abbazie, presentano il presbiterio rialzato per lasciare spazio alla cripta, sacello antico della chiesa originaria, che presenta quasi sempre un impianto irregolare, quasi ottagonale, con scansione in campate da ordini regolari di colonne, quasi sempre materiale di spoglio da templi romani, come i sacelli di San Clemente a Casauria, Santa Maria Aprutiensis, San Giovanni in Venere, San Massimo di Penne, San Panfilo.
Finestre e rosone: eccezion fatta per San Liberatore alla Maiella, la cui facciata in parte fu ricostruita negli anni '60 per l'apertura sciagurata di un finestrone rettangolare nell'epoca barocca, ci sono due scuole individuate da Gavini: la scuola lombarda, che sul modello della basilica di Sant'Ambrogio realizzò delle facciate a salienti, tripartire, e con finestre semplici al posto dei rosoni, e poi la scuola umbro-laziale che realizzò le monumentali facciate a salienti con i rosoni,oppure gli oculi (in alcuni casi erano dei rosoni, le cui colonne caddero con i terremoti, o che furono riutilizzate per altre costruzioni). Eccezion fatta per San Pelino a Corfinio, il cui cantiere rimase incompiuto (la facciata doveva essere impostata sul modello, forse, di San Paolo a Ripa d'Arno di Pisa), queste facciate sono tripartire, mostrano alla base tre portali, quelle pi+ felicemente riuscite, come appunto San Liberatore alla Maiella (malgrado la ricostruzione della parte di sopra), mostrano la decorazione in cornice di arcatelle cieche, sul modello lombardo e toscano.Gavini, op. cit., I, pp. 119-145
Portale: quasi sempre le grandi chiese abruzzesi, eccezion fatta per le cattedrali, e qualche abbazia (San Giovanni in Venere, San Bartolomeo di Carpineto, San Pietro ad Oratorium, Santa Maria Assunta di Bominaco) mostrano un'impostazione di tre portali, dei quali quello centrale è più grande. Non esiste un modello specifico, perché il caso di San Clemente a Casauria, riccamente decorato da scene di "Bibbia parlante", fu un caso sui generis voluto dall'abate Leonate. L'impostazione più convenzionale si rifece al romanico lombardo, con il portale a tutto sesto lunettato, decorato da fregi e girali vegetali e animali. Soltanto a San Liberatore alla Maiella abbiamo tutti e tre i portali riccamente decorati, mentre sembra che le altre chiese abbiano preferito la decorazione solo nel portale maggiore. La decorazione del fregio e la scelta dei modelli, secondo Gavini, fu di determinante importanza per datare e distinguere i diversi stili usati nel romanico abruzzese.