L'amante fedele è una raccolta di racconti di Massimo Bontempelli, pubblicata nel 1953. Lo stesso anno, il libro ha vinto il Premio Strega.

Il libro è composto di quattordici racconti e di una narrazione finale, più articolata, strutturata come un romanzo breve. L'amante fedele è stato tradotto in inglese, spagnolo, catalano e persiano.

I racconti Nitta. Il racconto è narrato in prima persona. Un signore ha accompagnato in macchina alcuni amici alla stazione dei treni. L'attesa si prolunga e, quando l'uomo può ripartire, ormai è notte. Gli vengono alla mente tanti episodi suggestivi del passato, e crede di sentire rumori e sospiri. Così reagisce guardando il fondo dell'automobile e ci trova una ragazzina che dorme. Lei si sveglia, ma tra i due non è possibile un dialogo, perché la ragazza riesce sempre a sviare le domande. Arrivano alla casa dell'uomo e lui non vorrebbe fermarsi, ma condurre la fanciulla, che si chiama Nitta, alla sua destinazione. Invece, con la scusa che ha fame, lei pretende che si fermino e l'uomo scende per prendere cibo in casa. Quando torna all'automobile, non c'è più nessuno: passerà la notte e il giorno dopo a chiamare inutilmente. Il ladro Luca. Luca ha compiuto un furto molto ricco e sta sul tetto della casa svaligiata, attendendo di scendere. Mentre fantastica che il capo della banda dovrebbe almeno elogiarlo, dall'altra parte del tetto emerge la figura di un poliziotto che Luca conosce bene. Non esita a puntare la pistola contro Luca, intimandogli di alzare le braccia, e il ladro obbedisce. Ma l'agente non è così abile a muoversi sui tetti e, d'improvviso, scivola; la caduta è come rallentata e solo le mani rimangono attaccate al bordo del tetto. Poi una si stacca, ma ancora l'uomo non precipita. Luca, senza comprendere il motivo, si sposta verso la mano dell'uomo e con forza lo aiuta a riprendere la presa, poi a risalire. Il poliziotto è sotto choc e piange; non riesce neppure a fumare la sigaretta che Luca gli accende e mette tra le labbra. Allora Luca raccoglie la sigaretta, la finisce e si dilegua nella notte. La violetta. Rosa ha trascorso una giornata con gli amici a godere i primi tepori della primavera e ha raccolto una violetta. Tornata nella sua stanza scrive una lettera al suo amore. Nello scrivere, viene colta dal desiderio di mettere nella lettera la violetta, ma l'ha perduta e allora congettura di uscire in piena notte per coglierne un'altra. Esce con la lettera già pronta. tutto le sembra contrario: sbaglia strada, teme di aver lasciato la casa alla mercé dei ladri, infine la violetta che inserisce nella lettera non è quella che ha colto per prima. Così, spedita la lettera, ritorna con affanno nella sua camera, dove è preda di incubi e persino di rimorsi. Dopo vari risvegli tra pianto e urla, si decide di scrivere un'altra lettera, ma si ingarbuglia talmente nel racconto che arriva l'alba e lo sforzo di scrivere è ormai inutile, perché l'altra lettera è partita. Abbandonatasi a un sonno ristoratore, Rosa si risveglia a giorno fatto e si sente di nuovo bella e felice. I pellegrini. Il racconto è narrato in prima persona. Un uomo è alla finestra di casa sua. Possiede un vecchio pianoforte e quarantadue libri, per il resto la casa è piccola e molto spartana. Nella sera, sente avvicinarsi un coro sommesso, quindi un brusio; vede arrivare un lungo corteo di uomini vestiti di scuro. Quando passano sotto casa sua, egli è sceso in vestaglia e chiede a uno del corteo chi sono e dove vanno. Riceve laconiche risposte: sono pellegrini e lui può unirsi a loro, può tenere la sua veste, non ci sono divise, anzi molti indossano vestaglie, tuniche o mantelli. Il corteo si avvia fuori città, verso una grande foresta. Qui giunge l'ordine di attraversarla ciascuno con i propri mezzi e il ritrovo è all'uscita, sul prato davanti a un colle. Aiutato da due compagni, anche l'uomo passa la foresta, vedendo dapprima immagini diaboliche e infernali, poi celesti e angeliche. Arriva sul prato, dove moltissimi pellegrini stanno riposando. Alla ripresa del cammino il corteo avanza e avanza ed entra in una città: in una strada l'uomo riconosce la sua casa e si congeda. È l'alba. Pietro e Domenico. Il racconto si svolge durante la seconda guerra mondiale. Pietro è anziano, malato e cieco. Insonne, vorrebbe passare l'intera notte a vegliare, ma il dottore lo ha vietato e Domenico, al suo servizio, provvede a fare in modo che il padrone non si corichi più tardi delle due del mattino. Questo causa l'ira di Pietro che ogni notte esplode contro Domenico, intimandogli di andarsene e ogni notte ripete che è sul serio. Però in questa notte, all'una e quaranta, suona l'allarme aereo. Pietro si rifiuta di scendere nella cantina e si fa condurre in giardino, sotto un folto di alberi. Poco dopo è raggiunto da Domenico. Tra i due avviene uno strano dialogo: Pietro ammette che ha sbagliato tutto, che non esistono servi e padroni, che i padroni sono colpevoli. Domenico sostiene che però i servi hanno obbedito e anch'essi sono colpevoli. Ma qualcosa è cambiato in Pietro che, per la prima volta, respinge il titolo di padrone. Così, nella riconciliazione tra i due uomini, passano ripetutamente gli aerei a sganciare bombe; la casa crolla, gli alberi sono divelti, i due muoiono insieme. Convegno. Il racconto è narrato in prima persona. Il protagonista, dopo alcune letture, decide di abbandonarsi al fascino dell'ultrasensibile, pur sapendo che ogni impressione ha spiegazioni di natura fisica e materiale. Nell'ascoltare gemiti e sospiri, gli sembra ad un tratto di intercettare il dialogo tra due innamorati: la donna, Livia, ha ucciso l'amato per non perderlo mai, poi è morta a sua volta. Le considerazioni dei due si inoltrano in concetti di seconda morte, che per loro non avverrà. Ad un certo punto qualcosa allontana lo spirito della donna e l'amante, disperato, cerca di raggiungerla. Le due entità svaniscono e al loro posto arriva l'alba. Luci. Il racconto è narrato in prima persona. Un uomo, dopo una giornata di fatiche vissute con pienezza e gioia di vivere, si trova a fare un breve sonno a sera. Al risveglio sente voci che gli dicono di avanzare sulla strada fino a raggiungere le luci, una delle quali è la sua. Cammina sulla strada affiancata da siepi, poi lungo un torrente, sopra un burrone attraversato da un ponte, in un terreno senza vegetazione. Poche stelle in cielo e l'uomo non capisce se lui è fermo o se si è fermato il tempo. L'angoscia si fa sempre più grande, fino a sgonfiarsi e permettergli di riprendere il cammino. In vista di una collina dove sono tante luci, l'uomo fa più volte la scelta di quale via percorrere: scartando molto, arriva a due sole luci e sta per raggiungere quella che ritiene essere la sua. Allora la notte si ritira e lascia affiorare i chiarori dell'alba e l'uomo si risveglia dove si era coricato la sera prima, pronto a cercarsi il lavoro per la giornata. La bella addormentata. Un uomo entra in un caffè e si accorge che a un tavolino c'è una donna dormiente. Si siede con lei e dopo una serie di riflessioni, decide che è La bella addormentata. Quindi non la può svegliare perché lui non è il principe, a meno che, per il fatto stesso di svegliarla, non si trasformi nel principe. Nel locale si balla e l'uomo, senza indugio, prende tra le braccia la donna che continua a dormire. I due danzano così e la gente fa largo alla coppia, la gioia si espande per ogni dove e l'aria si riempie di musiche festose e solenni. Imperatrice. Cecilia vive con la madre, è ancor giovane, ma non sembra destinata al matrimonio. Un giorno dà segni di follia dicendo frasi strutturate, ma non attinenti alle situazioni. In breve finisce in manicomio e la madre non ha il consenso di visitarla, fino al giorno in cui il medico curante non la chiama per illustrarle le terapie che dovrebbero guarire Cecilia. Il dottore definisce la paziente una demente che crede di essere qualcun altro: si considera l'imperatrice bizantina Teodora. Ma dopo l'iniezione di alcune sostanze, tornerà alla normalità. Lasciata sola con Cecilia, si sente interpellare con deferenza: da imperatrice, quale la ragazza crede di essere, ha lasciato gli affari di Stato per ricevere la propria riverita madre. Quanto a Giustiniano, suo marito, ha appena deposto un Papa, ostile in politica a lei, la madre. E tutte le affermazioni di Cecilia sono improntate alla gioia e all'importanza di essere Teodora. Quando i medici mettono fine all'incontro, la madre, senza porre indugio, proibisce al dottore di guarire la figlia. Ottuagenaria. Daniela ha convocato i suoi tre figli: Celeste, con il marito Mauro; Giovanni, scapolo; Alberto, con la moglie e un ragazzetto. La cameriera è la settima, occasionale testimone della serata. Daniela impone ai figli di ascoltare la storia della sua vita; da ragazza sognava di diventare una rivoluzionaria; si è sposata solo per contraddire i suoi genitori; rimasta vedova, ha congedato i figli maschi ed è vissuta solo per Celeste, per farne una donna fuor dal comune, come lei avrebbe voluto essere. Il racconto si protrae e Daniela lascia andar via dapprima il figlio Giovanni, quindi Alberto con moglie e figlio. La confessione continua solo con Celeste e il genero. Daniela ritiene di aver fatto la vita più noiosa che si possa immaginare, finché un giorno è riuscita a causare la rovina di un ministro, che si è poi sparato un colpo di pistola. Dopo la tragedia, Daniela si è ritirata, ma ha subito un altro tradimento dalla vita: Celeste a vent'anni ha voluto sposarsi e nulla di quanto la madre aveva desiderato per lei si è mai avverato. Così Daniela ha passato trent'anni a macerarsi nell'isolamento e nell'odio: non quello che provava da giovane verso i genitori, ma un odio cocente e indirizzato verso Mauro, colpevole di averle sottratto la figlia. E all'improvviso, estratta una piccola pistola, Daniela spara al genero, lo colpisce mortalmente alla gola. L'amante fedele. Vittorio è l'amante di Teresa e confida all'amico Mario quanto abbia sofferto quel giorno, allorché Teresa è partita per una vacanza di sessanta giorni. Considerato una rarità, un amante fedele, Vittorio non risparmia i mezzi per contare i tristi giorni della separazione, riversando poi tutte le sue elucubrazioni su Mario. Quest'ultimo, dopo vari giorni, gli ricorda che sono entrambi invitati dai Consalvo, ma la sera dell'invito, Vittorio si trova ad andare da solo. Qui viene provocato dalla padrona di casa, signora Cosima, determinata a farlo suo. Vittorio oppone una validissima resistenza allora e in seguito, quando Cosima gli va in casa, in camera da letto. Poiché è respinta con un manrovescio e, peggio, con la dichiarazione che piuttosto Vittorio se ne andrebbe al bordello, anziché con lei, la donna ordisce un piano terribile. A Vittorio viene recapitato uno scritto in cui gli si dice di andare in un luogo e di chiedere di Teodora. Incuriosito, egli vi si reca e qui trova Cosima tra altre donne di piacere. La chiama, ma lei asserisce di essere Teodora, gli si offre, poi lo caccia disgustata perché lo trova ubriaco. Così l'amante fedele non è più tale, eppure, quando con Mario torna dai Consalvo, la padrona si comporta come nulla fosse mai successo, né mai si fosse incapricciata di uno come Vittorio.