La Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose (in esperanto Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj), nota semplicemente come Isola delle Rose (Insulo de la Rozoj) è stata una micronazione ideata dall'ingegnere bolognese Giorgio Rosa nel 1958 e terminata nel 1969, costituita da una piattaforma artificiale di sita nel mare Adriatico, a al largo della costa tra Rimini e Bellaria-Igea Marina e 500 m al di fuori delle acque territoriali italiane dell'epoca.

Sebbene il 1º maggio 1968 si autoproclamasse Stato indipendente e si fosse dotata di una lingua ufficiale (l'esperanto), un governo, una moneta e un'emissione postale, non fu mai riconosciuta da alcun Paese del mondo come Stato sovrano.

L'esperienza della micronazione terminò il 26 giugno 1968 con l'occupazione da parte delle forze di polizia italiane e il blocco navale, con la definitiva demolizione nel febbraio seguente. L'episodio venne lentamente dimenticato, considerato per decenni solo come un tentativo di "urbanizzazione" del mare per ottenere vantaggi di natura commerciale e fiscale;"(...) Negli anni '60 l'idea di un'espansione urbana indefinita genera al largo di Rimini il primo tentativo di "urbanizzazione" del mare, attraverso un'operazione di cui la cosiddetta "Isola delle rose" rappresenta la prima "avanguardia speculativa." in M. Castelvetro - G. F. Giovagnoli - G. Mulazzani, Avanguardia romagnola. Architetture balneari del XX secolo, Grafis, Bologna, 1989, p. 104. solo a partire dal primo decennio del 2000 esso è stato oggetto di ricerche e riscoperte documentarie imperniate invece sul presunto aspetto utopico della sua genesi.

Ci sono analogie con il Principato di Sealand costituito nel 1967.

Nome L'entità che si voleva costituire sulla piattaforma artificiale prese il nome, in esperanto, di Libera Teritorio de la Insulo de la Rozoj (in italiano «Libero Territorio dell'Isola delle Rose»), trasformatosi poi in Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj (Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose).

Si ritiene che il termine Rozoj (in italiano «rose») sia stato mutuato dal cognome di Giorgio Rosa, progettista e costruttore della piattaforma artificiale, nonché ideatore e ispiratore dell'entità statale, oltre che dalla sua volontà di «veder fiorire le rose sul mare»., Il Collezionista, n. 12/2006. pag. 29.

Geografia

La piattaforma sorse in prossimità di Torre Pedrera, nel comune di Rimini, al largo della costa italiana, dunque 500 metri al di fuori delle acque territoriali italianeVa tenuto presente che nel 1968 il limite delle acque territoriali italiane - fissato dal Codice della navigazione (r.d. n. 327 del 30/03/1942) - era di ; con la legge n. 359 del 14/08/1974 esso venne portato a vigenti all'epoca.

L'Isola confinava esclusivamente con acque internazionali, ad eccezione del lato sud-ovest dove avevano limite le acque territoriali italiane. La superficie dell'Isola delle Rose era di 400 m² (0,0004 km²), mentre quella delle sue "acque territoriali" di 62,54 km².

In posizione simile, a circa 16 km dalla costa, si trovano le piattaforme metanifere dell'Eni "Azalea A" () e "Azalea B" ().

Storia La creazione della base

Nel 1958 l'ingegnere bolognese Giorgio Rosa pensò di costruire un telaio di tubi in acciaio ben saldati a terra, da trasportare in galleggiamento fino al punto prescelto (fuori dalle acque territoriali italiane) e installarlo. Si costituì dunque la SPIC (Società Sperimentale per Iniezioni di Cemento), con presidente Gabriella Chierici, moglie dell'ingegnere e direttore tecnico. La prima ispezione del punto prescelto, al largo di Rimini, a circa 11,5 km dalla linea di costa, avvenne tra il 15 e il 16 luglio 1958, utilizzando un sestante e allineandosi con il faro del grattacielo di Rimini.

Giorgio Rosa ipotizzò per la posa della sua isola di alzare il basso fondale marino con un sistema di dragaggio della sabbia trattenuta da alghe. I sopralluoghi avvennero utilizzando un natante, costruito in acciaio e propulso con un motore di una Fiat 500, e proseguirono per tutta l'estate del 1960, con frequenza bisettimanale, avendo come base un capanno sul molo di Rimini.

Nell'estate del 1962 però, per problemi tecnici e finanziari, l'impresa si bloccò; inoltre nell'ottobre dello stesso anno fu intimato dalle autorità italiane di rimuovere qualsiasi ostacolo alla navigazione.

Il 30 maggio 1964 furono contattate le capitanerie di porto di Rimini, Ravenna e Pesaro, rispettivamente per opzionare gli spazi in banchina, per i rifornimenti di gasolio e per la costruzione della struttura dell'isola presso i cantieri navali e per la pubblicazione dell'avviso ai naviganti per la segnalazione della presenza di strutture.

La dichiarazione d'indipendenza

Per tutto il 1965 e il 1966 proseguirono i lavori di armamento della struttura, ma molto lentamente, poiché per le avverse condizioni meteomarine si poteva operare per non più di circa tre giorni a settimana.

Il 23 novembre 1966 la capitaneria di porto di Rimini intimò di cessare i lavori privi di autorizzazione, poiché la zona era in concessione all'Eni. Il successivo 23 gennaio anche la polizia s'interessò della vicenda, richiedendo conferma che si trattava di lavori sperimentali. Il 20 maggio 1967 alla profondità di 280 metri dal piano di calpestio dell'isola fu trovata, per perforazione, una falda di acqua dolce. Il 20 agosto 1967 l'isola venne aperta al pubblico.

Intanto sull'isola i lavori continuavano: sui pali fu gettato un piano in laterizio armato alto 8 metri sul livello del mare su cui vennero eretti dei muri che delimitavano dei vani. L'area a disposizione era di 400 m². S'iniziò una soprelevazione di un secondo piano, che doveva concludersi, in previsione, in cinque piani. Fu attrezzata anche l'area di sbarco dei battelli (la "Haveno Verda", in italiano il "Porto Verde") – che avveniva tramite banchine e scale – con dei tubi di gomma pieni di acqua dolce (con peso specifico, quindi, minore, di quello dell'acqua di mare e galleggianti) per tranquillizzare lo specchio d'acqua destinato allo sbarco; questa soluzione era già stata adottata da analoghe piattaforme al largo di Londra.

L'isola artificiale dichiarò unilateralmente l'indipendenza il 1º maggio 1968, con Giorgio Rosa come presidente.

Dopo la dichiarazione d'indipendenza La dichiarazione di Giorgio Rosa fu resa pubblica con una conferenza stampa solo il 24 giugno 1968.

La primavera riminese del 1968 vide un intenso traffico marittimo dalla costa italiana verso l'Isola delle Rose e viceversa, destando crescente preoccupazione da parte delle forze dell'ordine italiane.

Le azioni di Rosa furono viste dal governo italiano come uno stratagemma per raccogliere i proventi turistici senza il pagamento delle relative tasse, dato che l'Isola delle Rose era facilmente raggiungibile dalla costa italiana.

Presto la Repubblica Italiana dispose un pattugliamento di motovedette della Guardia di Finanza e della capitaneria di porto vicino alla piattaforma, impedendo a chiunque, costruttori compresi, di attraccarvi, di fatto ottenendo un blocco navale.

In quel momento l'Isola delle Rose aveva soltanto un abitante stabile, Pietro Bernardini, che, dopo essere naufragato nel mare Adriatico durante una tempesta, aveva raggiunto la piattaforma; successivamente l’aveva presa in affitto per un anno.

Il 21 giugno 1968 Rosa ebbe un colloquio con il capitano Barnabà del Servizio informazioni difesa, il servizio segreto militare italiano.

Nella tarda primavera del 1968 pare che la micronazione si fosse dotata (o stesse per dotarsi) di una propria piccola stazione radiofonica in onde medie, presumibilmente al fine di disporre di un mezzo d'informazione per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla propria causa e per contrastare le azioni repressive del governo italiano.

La demolizione

Qualsiasi fosse il motivo reale dietro la micronazione di Rosa, il governo italiano rispose rapidamente e con decisione: il 25 giugno 1968, 55 giorni dopo la dichiarazione d'indipendenza, una decina di pilotine della polizia con agenti della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza circondarono la piattaforma e ne presero possesso, senza alcun atto di violenza. All'isola fu vietato qualunque attracco e non fu consentito al guardiano Pietro Ciavatta e a sua moglie, uniche persone al momento sull'isola, di sbarcare a terra.

Il "Governo della Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose" inviò un telegramma al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat per lamentare «la violazione della relativa sovranità e la ferita inflitta sul turismo locale dall'occupazione militare», venendo ignorato. Il 5 luglio 1968 Stefano Menicacci, deputato del Movimento Sociale Italiano, inoltrò a Franco Restivo (DC), ministro dell'interno del secondo governo Leone, in carica dal 24 giugno 1968, la seguente interrogazione:

Il 10 luglio 1968 Nicola Pagliarani, deputato del Partito Comunista Italiano, inoltrò al ministro Restivo la seguente interrogazione:

Un giorno più tardi, l'11 luglio, le autorità italiane permisero a Ciavatta e sua moglie di sbarcare a Rimini.

Il 7 agosto seguente Rosa fu interrogato dal dottor Mariani della questura di Bologna e il giorno dopo fu emesso il dispaccio n. 519601/1.20 del Ministero della marina mercantile (il ministro pro tempore era Giovanni Spagnolli, senatore della Democrazia Cristiana), indirizzato alla capitaneria di porto di Rimini, con cui si notificava alla S.P.I.C., nelle persone del suo presidente Gabriella Chierici e del suo direttore tecnico Giorgio Rosa, di provvedere a demolire il manufatto costruito al largo di Rimini, con l'avvertimento che altrimenti si sarebbe proceduto d'ufficio allo smantellamento.

Il 27 agosto Rosa notificò un ricorso in sede giurisdizionale di due pagine (il n. 756/68) firmato da Chierici, in qualità di presidente della S.P.I.C., e dagli avvocati Elvio Fusaro ed Enzo Bruzzi alla capitaneria di Porto di Rimini per conoscenza e all'indomani lo consegnò all'Ufficio Ricorsi del Consiglio di Stato a Roma con la richiesta di sospensiva al decreto n. 2/1968 del 16 agosto 1968. La nota fu presa in esame dai professori Letizia e Ceccherini.

Il 4 settembre Umberto Lazzari, di Radio Monte Ceneri, interpellò il relatore del Consiglio di Stato, che assicurò un esito favorevole a Rosa.

Il 21 e 22 settembre vennero indicati i nomi dei componenti della 6ª sezione del Consiglio di Stato che doveva giudicare.Presidente Vincenzo Uccellatore, relatore Mario Gora, consiglieri Carlo Anelli, Lorenzo Cuonzo, Alfano Quaranta e Mario Egidio Schinaia, segretario Pasquale Del Po.

Il 24 settembre la Commissione speciale del Consiglio di Stato produsse un parere favorevole a un quesito posto dal Ministero della marina mercantile circa i provvedimenti da adottare per la rimozione dell'isola.

Il 27 settembre venne trattato in prima udienza il ricorso; una seconda seduta si tenne l'8 ottobre, e in questa sede il ricorso venne respinto; il relatore Mario Gora e il consigliere Lorenzo Cuonzo, si seppe in seguito, votarono favorevolmente al ricorso.

Intanto il 30 settembre 1968 le autorità governative italiane stimarono (con un preventivo) che la demolizione dell'isola sarebbe costata circa 31 milioni di lire.Oltre 264.000,00 € del 2006, utilizzando i dell'ISTAT.

Il 6 ottobre l'avv. Praga propose a Rosa di interessare Nicola Catalano, già giudice della Corte di Giustizia delle Comunità europee dal 1958 al 1962, per un ricorso al Consiglio d'Europa di Strasburgo.

Il 15 ottobre a Rosa fu comunicato dal brigadiere Biscardi di Bologna e da Olivieri, capo ufficio postale di Via de' Toschi n. 4 in Bologna, che giacevano in quell'ufficio postale, provenienti da Copenaghen, riviste e documenti per l'Isola delle Rose.

Il 1º novembre di quell'anno furono interessati anche Giovanni Bersani, delegato all'Assemblea parlamentare della CEE nella Democrazia Cristiana, e Cleto Cucci del Foro di Rimini.