La Rivolta di Milano del 12 febbraio 1311 fu un tumulto scatenato dai Torriani, guelfi e signori di Milano, in seguito all'incoronazione a re d'Italia di Enrico VII di Lussemburgo. La rivolta fallì a causa dell'appoggio al futuro imperatore da parte della famiglia rivale dei Visconti, determinando la caduta della signoria di Guido della Torre e la fuga dei Torriani da Milano.
Storia Antefatti
La delegazione imperiale arriva a Milano In seguito alla sua incoronazione a re di Germania il 6 gennaio 1309, Enrico VII di Lussemburgo si accordò con papa Clemente V per l'incoronazione imperiale. Il papa si disse disposto ad effettuarla in cambio della difesa dei diritti della Santa Sede, del mantenimento dei privilegi garantiti alle città sotto lo Stato della Chiesa e della promessa di intraprendere una nuova crociata. Così, dopo aver sistemato le controversie con gli Asburgomolti nobili ed ecclesiastici boemi erano scontenti dell'interregno di Enrico di Carinzia pertanto Enrico VII decise di legittimare al trono di quel paese il figlio Giovanni combinando il suo matrimonio con Elisabetta, figlia del defunto sovrano Venceslao II, precedendo in questo modo gli Asburgo a cui verranno comunque confermati i feudi imperiali., si fece precedere come da consuetudine dai suoi legati capitanati da Gerhard von Bevar, vescovo di Costanza. L'ambasceria imperiale giunse a Milano nell'aprile del 1310 e parlò nel Broletto Nuovo alla presenza di Guido della Torre e del podestà Bregadino da San Nazzaro, annunciando le intenzioni del sovrano ed esortando tutti i suoi vassalli ad andargli incontro. Il consiglio generale decise di prendere tempo prima di deliberare ed è ignota la risposta che venne affidata ai legati imperiali. A Guido della Torre non piacque affatto la discesa del sovrano in Lombardia dal momento che rischiava di mettere in pericolo il suo potere in città e quello dei guelfi nella signoria. Presto tra il popolo milanese si rincorsero le voci della venuta del futuro imperatore e molti nobili si apprestarono a montare a cavallo per precederlo. Quando Guido se ne avvide proibì a chiunque di parlarne in pubblico e vietò persino agli esponenti delle più nobili famiglie della città di recarsi da Enrico. Si decise quindi di riunire tutti i maggiori esponenti guelfi delle città lombarde in assemblea per deliberare sul da farsi. Due opinioni emersero rispetto alle altre: Guido avrebbe voluto impedire militarmente l'entrata del futuro imperatore in Italia sfruttando le forze unite delle città guelfe mentre il suocero Filippo Langosco, signore di Pavia e conte palatino di Lomello, si dichiarò pubblicamente vassallo imperiale. Simone Corrobiano, signore di Vercelli, e Jacopo Cavalcabò, signore di Cremona, cercarono di inutilmente di persuaderlo a raggiungere una linea comune. Guido, disperato e fuori di senno, iniziò a percorrere in lungo e in largo il Broletto gridando che Dio voleva castigarli per le loro divisioni e lamentandosi per il caso capitatogli. Finalmente il Langosco riappacificò gli animi proponendo che si lasciasse venire l'imperatore fino ad Asti e che nel frattempo egli vi si sarebbe recato insieme ad altri per sondare le sue intenzioni e scusarsi per la mancata presenza di molti nobili guelfi. A tal posizione si arrese anche Guido.Giulini, Memorie, vol. 4, pp. 850-853
La discesa di Enrico VII di Lussemburgo in Italia Nell'ottobre del 1310 Enrico VII di Lussemburgo attraversò il Colle del Moncenisio giungendo il 24 del mese a Susa, il 29 ad Avigliana per poi sostare all'inizio di novembre a Torino quindi a Chieri e arrivando il 10 novembre ad Asti. Lo seguivano la bella moglie Margherita di Brabante, il duca Leopoldo d'Asburgo, diversi vescovi, molti nobili tedeschi e francesi e un corpo di mille cavalieri e altrettanti arcieri che si accrebbe con le truppe ghibelline di diversi signori italiani mano a mano che il corteo avanzava verso Milano. Tra i primi ad accoglierlo vi furono Filippo Langosco e il lodigiano Antonio Fissiragasignore di Lodi e già podestà di Milano nel 1303 e nel 1307 i quali presto compresero che i timori di Guido della Torre erano fondati. Era infatti intenzione del futuro imperatore il promuovere la convivenza tra guelfi e ghibellini e deporre di fatto i signori guelfi dal loro dominio sulle città italiane affidandolo alle istituzioni comunali sotto la supervisione di un vicario imperiale di sua nomina. Chi invece sfruttò l'occasione fu Matteo Visconti che già l'anno precedente aveva inviato presso il sovrano l'abile Francesco da Garbagnate che esponendo i meriti e delle capacità del suo signore, riuscì convincere Enrico a convocarlo. Matteo, dopo essere stato deposto dalla signoria di Milano dai Torriani nel 1302, si era ritirato a vita privata a Motteggiana, dov'era protetto dagli Scaligeri ma grazie alle sue spie non aveva mancato di seguire le vicende politiche milanesi, aspettando il momento giusto per tornare alla ribalta. Partì dunque travestito ed accompagnato da un servo giungendo di nascosto ad Asti. Presto fu riconosciuto dai ghibellini che vi si erano riuniti e fu condotto trionfalmente al cospetto del sovrano che salutò con deferenza. Nel salone si trovavano anche Filippo Langosco, Antonio Fissiraga e Simone Corrobiano ma Matteo, sposando la linea imperiale per perseguire i propri obiettivi, cercò di abbracciarli ricevendo in cambio un rifiuto e parole sprezzanti. Matteo replicò con un discorso in cui invitava tutti a deporre le passate inimicizie e ad operare per il bene comune in accordo con la volontà del sovrano che gli fece guadagnare l'approvazione di tutta la corte. Qualche giorno dopo a dar manforte al Visconti ci pensò anche Cassono della Torre, già arcivescovo di Milano, che dopo essere stato deposto ed esiliato dalla città da Guido della Torre in quanto sospettato di congiurare con la famiglia rivale, lo aveva scomunicato. Egli si rivolse ad Enrico chiedendo di essere reinstallato quale vescovo della città e domandando la sua intercessione affinché i suoi fratelli fossero liberati dalla rocca di Angera. Alla fine di novembre Matteo e Cassono si accordarono nella residenza astigiana del vescovo di Basilea con la mediazione di Enrico. Entrambi furono poi nominati procuratori per ciascuna delle due parti e formalizzarono l'accordo il 4 dicembre nella casa di Simone Rovera, dov'era ospitato il Visconti, alla presenza di molti esponenti delle due famiglie. L'accordo prevedeva che si perdonassero i danni e le ingiurie ricevute, Matteo poi promise a Cassono che non avrebbe più preso le armi contro Milano o le altre città guelfe se non con l'approvazione dell'arcivescovo, che non si sarebbe intromesso nei territori sotto il diretto controllo arcivescovile né nei feudi della sua famiglia, che avrebbe rinunciato insieme al figlio Galeazzo ad ogni carica pubblica a patto che nessun altro aspirasse a diventare signore della città, che il consiglio generale fosse eletto dall'arcivescovo e il podestà a sorte, che lo avrebbe aiutato a recuperare la rocca di Angera e altri castelli, che si sarebbe dichiarato suo vassallo e avrebbe giurato fedeltà e diversi altri capitoli minori.Giulini, Memorie, vol. 4, pp. 853-857
Il re entra a Milano Enrico VII presto lasciò Asti e il 17 dicembre 1310 raggiunse Casale dove incontrò un medico che gli promise di farlo entrare a Vigevano, retta da un podestà della sua stessa famiglia. Il re approvò, inviando Giovanni II del Viennois un corpo di soldati che riuscirono facilmente a prendere il controllo della città senza colpo ferire espellendo il podestà. Mentre si svolgeva questa operazione, Enrico passò il Po ed entrò prima a Vercelli poi a Novara dove riconciliò le due fazioni dei Brusati e dei Cavallazzi. Guido della Torre, pressato dall'avvicinarsi del sovrano, liberò i parenti di Cassono e inviò alcuni ambasciatori ad accoglierlo. Enrico li accolse benevolmente, poi ordinò al suo maresciallo Enrico di Fiandra di precederlo in città per preparare gli alloggi per in reali e il seguito. Successivamente il re di Germania lasciò Novara, attraversò il Ticino passando per un guado poiché l'acqua quell'anno era particolarmente bassa e giunto sull'altra sponda iniziò ad essere accolto dai milanesi. A causa della neve che scendeva copiosa fu costretto a fermarsi a Magenta. Qui lo raggiunse il maresciallo a cui Guido della Torre non aveva concesso l'uso del Broletto Vecchio per alloggiare il re. Enrico ordinò allora che tutti uscissero da Milano disarmati per incontrarlo e alla fine anche Guido, ultimo tra tutti, fu costretto a cedere e a recarsi al suo cospetto e baciargli il piede. I suoi scudieri però non abbassarono l'insegna di fronte al re e i tedeschi gliela strapparono di mano e la gettarono a terra. Il 23 dicembre Enrico entrò a Milano attraverso Porta Vercellina e prese alloggio dapprima all'Palazzo Arcivescovile poi al Broletto Vecchio mentre la regina restò nel primo. Il 24 dicembre convocò i principali esponenti dei Torriani per discutere della pace con i Visconti. Nel giorno di Natale non si tenne messa in quanto la città era stata interdetta da Cassono. Il 27 dicembre si tenne una sessione solenne del consiglio generale prezzo il Broletto Nuovo, in cui Enrico, circondato da molti membri delle casate dei Torriani e dei Visconti, impose loro la pace, in seguito confermata il 2 e 3 gennaio 1311 sotto pena del pagamento di mille libbre d'oro per chiunque la infrangesse. Volle inoltre che i proscritti ritornassero nelle loro città ed in possesso dei loro beni assolvendoli dalle sentenze emesse contro di loro. Il 28 dicembre venne montato un grande palco davanti alla chiesa di San Francesco Grande sul cui trono si sedette il re e più in basso i maggiori esponenti dei Visconti e dei Torriani. In quell'occasione Enrico ricevette il giuramento di fedeltà da un popolo giubilante, depose Guido della Torre dalla signoria costringendolo ad abbandonare il Broletto Vecchio e licenziò il podestà Ricuperato Rivola sostituendovi il borgognone Jean de Cheaux. Questi sciolse il consiglio generale e vi sostituì un'assemblea formata da dodici nobili e dodici popolani che deliberò che l'incoronazione si sarebbe fatta all'Epifania. Il vicario rimase in carica solo fino al 12 gennaio quando fu sostituito dal dispotico Niccolò Bonsignori.Giulini, Memorie, vol. 4, pp. 857-864
L'incoronazione