Santa Sofia d'Epiro () è un comune italiano di abitanti in provincia di Cosenza in Calabria, situato a 558 metri di altitudine sul versante nordoccidentale della Sila Greca, sulla riva destra del fiume Crati.

È un comune arbëreshë (italo-albanese) della Calabria e conserva ancora oggi le tradizioni trasmesse dagli albanesi stanziati nel territorio, quali l'antica lingua albanese, il rito bizantino-greco (proprio degli arbëreshë), gli usi, i costumi e le tradizioni tipiche.

Inserita in una riserva naturale, mantiene la sua fisionomia architettonica medievale d'origine, con una forte impronta balcanica.In particolare sono conservate le gjitonì, rioni con una piazza centrale, i tipici camini lunghi a più bocche e le scalinate che precedono le entrate dell'abitato. Il suo centro antico mantiene la sua tipica disposizione articolata sotto l'aspetto urbanistico, che restituisce la disposizione delle terre di origine (Atanasio Pizzi Atti 2014), legata all'orientamento e alla caratteristiche geologiche del sito. Negli ultimi decenni le trasformazioni in atto e l'interesse solo per alcuni aspetti ha fatto in modo che l'interesse si focalizzasse esclusivamente nell'abbellire alcune delle strutture, recuperandone una di pregio, del 1835, entro le cui mura è stato predisposto il presidio museo del costume Arbëreshë, oltre all'accademia dell'arte e della musica per la ricerca e la tutela della metrica canora e dei mestieri tipici. Nel paese, oltre a un importante museo del costume albanese, è presente un'accademia dell'arte e della musica. Numerosi sono i gruppi che si applicano alle ricerche metriche musicali, due dei quali, dall'inizio del terzo millennio, suonano e cantano in albanese, riprendendo i canti tradizionali polivocali e la tradizione musicale e culturale arbëreshe.

Geografia fisica Il territorio di Santa Sofia ha un'estensione totale di circa 39 km², ha una morfologia tipicamente collinare e un'altitudine media compresa tra i 550 e i 750 metri s.l.m. La sua rete idrografica è costituita da numerosi torrenti, e i due corsi d'acqua più importanti sono il fiume Crati e il torrente Galatrella. Confina con i comuni di Bisignano a Sud-Ovest, di Tarsia a Nord e a Nord-Ovest, di San Demetrio Corone ad Est e di Acri a Sud-Est.

Storia La storia di Santa Sofia d'Epiro iniziò prima della venuta degli albanesi di rito bizantino (o greco) provenienti dalla regione della Ciamuria (Epiro) nella Calabria Settentrionale alla fine del XV secolo, con il borgo che venne fondato vicino ad una piccola masseria abbandonata preesistente.

Il vasto arco di colline che si estende a nord-est di Bisignano e scende fino al fiume Crati, fu diviso fin dal Medioevo in cinque grosse contrade: il feudo "Terra di Santa Sofia", composto dai casali di Musti, Appio, San Benedetto, Pedilati e Santa Sofia, appartenente ai vescovi di Bisignano da Papa Celestino III, con la bolla del 13 aprile 1192, e ratificata dal re di Sicilia Tancredi. Altri riferimenti archivistici informano sull'esistenza di questi piccoli centri abitati: in un registro contabile del 1268, tra "Sanctus Benedictus" e Musti è inserito il nome di "Sancta Sofia" seguito da "Apium"; nel 1269, secondo una cedola angioina, la popolazione di Santa Sofia risulta composta da 213 persone; nel 1276 il numero ufficiale di fuochi (famiglie) del casale è di 50; nel 1331, dalla Platea dell'archivio Vescovile di Bisignano, si hanno notizie del casale di Pedilati.

Un'altra importante conferma si trovava nel Palazzo dei Vescovi Baroni di Santa Sofia, in un'iscrizione risalente al 1622, anno nel quale vi era in carica Mario Orsini, vescovo di Bisignano (1611-1624). Uno dei suoi successori, Mons. Bonaventura Sculco (1745-1780), la fece riprodurre nel 1750 in un atto notarile prima che venisse distrutta durante i lavori di ampliamento del palazzo.

Riguardo all'origine bizantina di Santa Sofia, si deve effettivamente considerare che verso l'anno 869 d.C. i Bizantini fecero irruzione nel territorio del principato longobardo di Salerno occupando Cosenza, Bisignano e Rossano: è probabile quindi che un esiguo gruppo di soldati fermatosi sulle colline poco lontane da Bisignano, possa aver dato origine ad un minuscolo nucleo di abitazioni, attribuendogli il nome di Santa Sofia. Dopo un iniziale momento di sviluppo e di accrescimento demografico, le cinque borgate vennero spazzate via dalla tremenda epidemia di peste che infierì sulla Calabria alla metà del XIV secolo. I danni della peste furono poi aggravati dai numerosi terremoti, tra i quali il più disastroso fu quello del 1450.

I feudi dei vescovi di Bisignano rimasero desolatamente vuoti e assolutamente improduttivi; questo fu uno dei motivi per cui Mons. Giovanni Frangipani, vescovo di Bisignano dal 1449 al 1475, favorì dal 1472 nelle sue terre, l'insediamento di un gruppo di albanesi provenienti dall'Epiro. Negli stessi anni il principe di Bisignano era Girolamo Sanseverino (1471-1478).

La già citata epigrafe del 1622 del Palazzo Vescovile (1572?) di Santa Sofia faceva risalire l'insediamento della comunità di Albanesi a 150 anni prima della collocazione dell'iscrizione, ovvero al 1472. Da questo momento gli Albanesi si trovarono irrimediabilmente invischiati nella rete di obbligazioni e tributi fiscali che gravavano sulle popolazioni dell'Italia Meridionale in quel particolare momento storico. Essi risultarono sottomessi sia al vescovo di Bisignano che al principe Sanseverino e ad ambedue dovevano corrispondere decime su tutte le loro attività. Il vescovo inoltre esercitava sulla popolazione la giurisdizione civile e religiosa, mentre il principe controllava l'ordine pubblico nel feudo.

Per regolarizzare la loro posizione giuridica e per difendersi dai soprusi dei gabellieri, il 1º agosto 1530 gli albanesi di Santa Sofia contrassero capitolazioni, redatte in Morano, con il principe di Bisignano Pietro Antonio Sanseverino. Il 26 settembre 1586 i Sofioti stipularono in Bisignano altri statuti con il vescovo Mons. Domenico Petrucci (1584-1598), presso il notaio Marcello Baccario.

Altro importantissimo documento è la Platea dei beni dell'episcopato bisignanese, redatta dal canonico tesoriere della cattedrale, Mons. Francesco Domenico Piccolomini (1492-1530). In questo atto si leggono i fuochi che costituivano i casali di Santa Sofia (77 fuochi) e di Pedilati (29 fuochi).

Nel 1543 gli abitanti di Pedilati, per protesta contro l'eccessivo fiscalismo, bruciarono il proprio casale e si stabilirono in Santa Sofia che contava ormai 96 fuochi, circa 296 abitanti. Durante il principato di Bernardo Sanseverino iniziò poi la decadenza economica della florida dinastia dei signori di Bisignano e le difficoltà finanziarie della Casa divennero ancora più evidenti sotto il suo discendente Carlo Mario Sanseverino che, per rimediare alle dissolutezze del padre, si vide costretto a svendere numerosi feudi che costituivano il suo patrimonio.

Il casale di Santa Sofia fu dal 1517 al 1572 feudo di Casa Sanseverino per poi passare ai Milizia e, in seguito, tornare ad essere feudo di Casa Sanseverino Principi di Bisignano.

Per quanto riguarda il XVII secolo, lo stato della ricerca storica è ancora incompleto e frammentario; si può quindi affermare che, generalmente fra gli abitanti del casale regnava uno stato di povertà diffusa, a cui sfuggiva solo una piccola porzione di popolazione costituita da nobili locali, proprietari terrieri e dalla numerosa classe dei clerici, possessori di mulini ad acqua, vigneti e gelseti. Nel XVIII secolo, grazie anche al miglioramento delle condizioni culturali favorito dall'apertura del collegio italo-greco "Corsini", prima a San Benedetto Ullano, poi a San Demetrio Corone, si sviluppò gradualmente una nuova classe sociale di ceto medio-borghese: ciò determinò una più forte differenziazione sociale fra gli abitanti di Santa Sofia.

Si può ancora oggi individuare questo importante movimento sociale dalla costruzione di numerosi palazzotti "nobiliari", pervenutici nelle sistemazioni del XIX secolo, ma sicuramente iniziati e presenti fin dal secolo XVII, che differenziandosi dal semplice tessuto urbanistico del villaggio, evidenziano lo stato di agiatezza raggiunto da alcune famiglie. Da questi casati provengono figure che hanno reso importante il paese: Pasquale Baffi, Angelo Masci e Mons. Francesco Bugliari, propensi ad accogliere e diffondere le nuove idee del Secolo della Ragione anche a costo della propria vita. Nel periodo del Risorgimento furono numerosi gli italo-albanesi di Santa Sofia d'Epiro che lottarono per l'indipendenza e per l'Unione della Nazione italiana, dichiarandosi sostenitori della dinastia sabauda contro quella borbonica, la quale trovò fiero sostegno solo in poche famiglie. A conferma di ciò, nel 1861, storico anno del plebiscito per l'Unità d'Italia, i 352 votanti di Santa Sofia d'Epiro iscritti nelle liste elettorali si espressero quasi all'unanimità per l'annessione dal vecchio Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno Sabaudo.

Negli anni della seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1943, Santa Sofia d'Epiro fu uno dei 14 comuni della Calabria designati dalle autorità fasciste ad accogliere profughi ebrei in internamento libero. I 4 confinati, provenienti dalla Polonia, furono liberati con l'arrivo dell'esercito alleato nel settembre 1943. Dei mesi trascorsi nelle campagne di Santa Sofia dopo la liberazione parla anche David Henryk Ropschitz, medico ebreo ex-internato a Ferramonti, nel suo libro autobiografico,

Monumenti e luoghi d'interesse Architettura Arbëreshe Il centro Antico di Santa Sofia d'Epiro è allocato lungo una linea che si sviluppa da Est verso Ovest; da fonti filologiche si sa che nell'area occidentale, nella zona adiacente all'attuale chiesa di Santa Sofia (Qisha Vjeter, ), nel IX secolo sorse un minuscolo villaggio fondato da soldati greci, in seguito abbandonato o distrutto. Nel XV secolo, quando giunsero i profughi albanesi a ripopolare le cinque contrade sterminate dalla peste nera, si insediarono strategicamente nei pressi della chiesa vecchia (Santa Sofia – Terra), mentre, con molta probabilità, un secondo gruppo si accampò sul fianco Est.

Lo spazio urbano che originò il primo nucleo insediativo, con molta probabilità, ricalcava le impronte tipiche dei gruppi familiari allargati arbanon, con i quattro rioni tipici, l'origine di tutti i paesi dei Balcani: Chisa, Bregu, Sheshi e Katundi, sono i rioni fondativi. Nel passaggio dalla famiglia allargata alla famiglia urbana, per rimanere uniti e non perdere il loro antico ceppo, utilizzarono una versione più moderna dell'antica Shichita, denominandola Gjitonia, noto come "il luogo dei cinque sensi".

Tipi edilizi Le dimore più povere o del primo periodo: semplici abitazioni a piano terra ancora di matrice estrattiva in quanto erano semi incastonate sul declivio e caratterizzate da una falda unica del tetto che va verso l'ingresso dove sono allocate la porta gemellata a una piccola finestra (Scesci i Passionatith). Le case a due livelli: nate dopo il Settecento con la crescita, in altezza, dei moduli. Lo spazio di pertinenza delle prime abitazioni è completamente utilizzato e quindi si aggiunge un piano superiore al piano terra, che è raggiungibile da una scala interna; dopo tale modifica, con i frazionamenti familiari e con le disponibilità economiche in lieve miglioramento, al modulo abitativo si aggiungono i noti profferli esterni che restringono strade e vicoli.