La gola del Bottaccione, che si apre lungo la strada tra Gubbio e Scheggia, è una profonda valle fluviale tra il monte Ingino e il monte Foce (o Calvo), che deve la sua origine all'azione erosiva del torrente Camignano. Luogo naturale di incomparabile bellezza e sito scientifico di rilevanza mondiale, la gola del Bottaccione è anche ricca di importanti testimonianze storico-artistiche.
Geologia La gola, come gran parte dei siti geologici dell'Italia centrale, costituisce una sequenza stratigrafica completa, originale e ordinata, appartenente alla porzione medio alta della successione umbro-marchigiana, che va dalla fine del Giurassico (145 milioni di anni fa) a gran parte del Terziario (13 milioni di anni fa).
Le rocce calcaree stratificate sulle pareti della gola derivano dalla sedimentazione marina della Tetide, un esteso oceano che, a partire da 130 milioni di anni fa, si ritirò lasciando bacini marini come il Mediterraneo, il mar Nero, il mar Caspio, oltre alle catene montuose dal Mediterraneo all'Indocina (Alpi, Appennini, Carpazi, Himalaya). L'alta percentuale di resti fossili e microfossili planctonici derivati dagli esseri viventi in quell'oceano ha costituito la cosiddetta scaglia, che è chiamata bianca, rossa, variegata e cinerea a seconda del colore e dell'insieme degli strati fossiliferi più ricchi.
L'osservazione scientifica degli ultimi due secoli, nell'esaminare attraverso le diverse forme fossili le condizioni ambientali che hanno dato origine alle rocce depositate, ha permesso di determinare una suddivisione stratigrafica basata sul succedersi delle varie forme organiche presenti nelle rocce, identificando, nell'intervallo di tempo che va da 120 milioni di anni fa fino ad oggi, un gruppo di microfossili chiamati foraminiferi che ha permesso più di altri resti fossili di individuare periodi ben distinti della storia della Terra.M. Menichetti, R. Coccioni, A. Montanari (a cura di), The Stratigraphic Record of Gubbio: Integrated Stratigraphy of the Late Cretaceous–Paleogene Umbria-Marche Pelagic Basin, Geological Society of America, 2016
Per questi motivi, la gola del Bottaccione è un vero e proprio "archivio della Terra", una fotografia al dettaglio della sua storia, attraverso le modificazioni che, anche con drammatici sconvolgimenti, hanno determinato la faccia attuale del nostro pianeta.
la gola del Bottaccione è in corsa per ottenere il riconoscimento di “Unesco Global Geopark”, per l’alto valore scientifico, culturale, sociale ed educativo che rappresenta.
E nel Bottaccione si può, prima di tutto, osservare a cielo aperto due importanti eventi anossici.
Il "livello Bonarelli" e il "livello K-Pg"
Lungo la strada statale che percorre la gola sono quindi segnalati due siti di interesse geologico primario:
in loc. II Mulino, ove osserviamo, al tetto della scaglia bianca prima della scaglia rossa, uno strato argilloso nerastro, internazionalmente noto come "livello Bonarelli", dal nome dello scienziato italiano Guido Bonarelli, che lo descrisse per la prima volta nel 1891, un livello stratigrafico ascrivibile a circa 94 milioni di anni fa e che segna il limite fra Cenomaniano e Turoniano.G. Bonarelli, Il territorio di Gubbio. Notizie geologiche, Roma, Tip. Economica, 1891; Descrizione geologica dell'Umbria Centrale, ms. 1901, ed. postuma Foligno, Centro Umbro di Studi per le Risorse Energetiche, 1967 Tale livello è tuttora ben visibile, nel territorio di Gubbio, anche lungo la strada della Contessa (Cava Vispi). Si tratta di uno strato che generalmente presenta uno spessore tra i 45 e i 200cm, composto da sedimenti prevalentemente argillosi e siltosi, di colore nerastro, con basso tenore di carbonato di calcio, ricchi di silice (derivata dalla deposizione di scheletri di radiolari) e con abbondante materia organica. Il livello, che è stato riconosciuto in Italia dalla Lombardia (dove si intercala entro le torbiditi e le emipelagiti del Flysch Lombardo) all'Appennino Centrale (Marche e Umbria), dove risulta compreso nella successione calcareo-marnosa emipelagica della Scaglia Bianca, ma presente con caratteristiche analoghe e correlabili come età anche in Nord Africa, Spagna, America centrale, e nei sedimenti oceanici del Nord Atlantico, costituisce inoltre, nonostante l'esiguità dello spessore, un marker stratigrafico (un "livello guida") di notevole estensione su scala mondiale. La formazione del sedimento argilloso avvenne per un forte impoverimento di ossigeno delle acque dei mari causato dal depositarsi sui fondali di grandi quantità di materia organica dovuto alla conquista delle terre emerse da parte degli oceani - il livello è conosciuto anche come "Cenomanian–Turonian Oceanic Anoxic Event (OAE 2)" -, che favorì la morte degli organismi viventi e la conservazione e trasformazione dei loro resti in scisti bituminosi, considerati quindi anche le rocce-madri del petrolio;
in loc. Bottaccio, possiamo invece osservare, all'interno della scaglia rossa, uno strato argilloso dello stesso colore noto a livello internazionale come limite K-Pg, precedentemente limite K-T, ricco di iridio, un metallo molto raro nella crosta terrestre. La gola è chiamata anche “gola dell’Iridio” poiché negli anni Settanta il geologo statunitense Walter Álvarez scoprì con l'aiuto del padre Luis, premio Nobel per la fisica, e di altri scienziati dell'Università di Berkeley, che in quel sottile strato di roccia la concentrazione di iridio era almeno 30 volte superiore al normale e formulò diverse ipotesi, finché, nel 1979, propose la teoria che un grosso meteorite, impattando nella penisola dello Yucatan e formando un cratere di circa 180 km di diametro (poi rinvenuto all'inizio degli anni Novanta), doveva aver colpito la Terra immettendo nell'atmosfera un'enorme quantità di iridio e dando luogo, 65 milioni di anni fa, all'estinzione di gran parte dei gruppi viventi, animali e vegetali, compresi i dinosauri.W. Álvarez, The mountains of Saint Francis, New York, W. W. Norton, 2009
La celebre microfotografia del “livello a iridio” del Bottaccione, studiata da Isabella Premoli Silva, mostra chiaramente come questo livello argilloso separi in modo netto il mondo del Mesozoico da quello del Cenozoico. La sezione sottile delle rocce studiate al microscopio evidenzia infatti il cambio nel contenuto in microfossili (foraminiferi planctonici) presenti nei calcari sotto e sopra lo strato-limite. Il primo strato del Cenozoico ne contiene forme molto piccole, poco diversificate, con caratteri primitivi, la cui specie, in onore del sito in cui è stata individuata, ha assunto il nome di Globigerina eugubina. L’ipotesi di Álvarez - pur tenendo conto della distribuzione mondiale dell’evento, sia sui continenti sia nei sedimenti oceanici -, è tuttora oggetto del dibattito scientifico, che considera altre possibili cause o concause all'origine di quell'estinzione di massa della vita sulla Terra.
Il GSSP del Campaniano
Ma le evidenze geologiche del Bottaccione non si fermano qui. Nel 2023 il sito ha conosciuto l'attribuzione di un nuovo marker stratigrafico di rilevanza primaria con l'assegnazione del Golden Spike al Campaniano (83,6 mil. di anni fa), che diventa così un punto di riferimento (GSSP, ovvero Global Boundary Stratotype Sections and Points) delle sezioni che definiscono i limiti inferiori degli stadi geologici sulla Carta Cronostratigrafica Internazionale.
Si tratta quindi di un affioramento di rocce che, sulla base di informazioni paleontologiche, fisiche e chimiche, consente di definire precisamente il limite tra le due età geologiche del Santoniano e del Campaniano.
Flora e vegetazione Le gole rupestri, probabilmente sin da epoca romana, vengono, da noi, chiamate foci. Il termine foce, infatti, deriva dal latino fauce(m), ‘fauce’, ‘bocca spalancata d’un animale’. Si tratta, come appare chiaro, d’una metafora zoonimica, che realizza una calzante analogia tra le fauci d’un animale ed il varco scavato, "intra" due monti, da un torrente.
La gola del Bottaccione o, nel luglio del 1190, “Foce Caminiana” (cfr. Pio Cenci, Carte e diplomi di Gubbio dall’anno 900 al 1200, perg. 408), stretta dall’abbraccio dei monti Foce, o Calvo (già Mons Filiorum Ugonis, monte S. Jacopo o Jacobo o di S. Giacomo), ed Ingino (già monte di S. Gervasio) deriva il suo nome dal termine dialettale “bot(t)accio”, ‘bacino di raccolta delle acque d’un mulino’.
Sulle mura urbiche di via Guido Bonarelli, già via del Fosso, fiorisce, esuberante e sgargiante, la valeriana rossa (Centranthus ruber). Sotto alla cascata grande del Camignano, sùbito prima di Santa Croce, vi è la pianta d’Alatèrno (Rhamnus alaternus) più bassa in quota del Bottaccione. Da quel lato della roccia partiva un antico acquedotto, scavato nella viva roccia calcarea (Maiolica) della balza. Santa Croce ebbe tale dedicazione il 14 settembre, festa liturgica dell’Esaltazione della Croce.
La magnifica gola calcarea del Bottaccione, assieme a quella del torrente Cavarello, e del fosso di Zappacenere, conserva aspetti storico-culturali e floristico-vegetazionali di grande rilevanza antropologica e scientifica. Non ci soffermeremo qui sull’importanza mondiale, geologica e paleontologica, della gola del Bottaccione, già trattata in altre parti di questa voce, quanto, piuttosto, sui suoi aspetti botanici.
Sulle pareti delle antichissime rocce carbonatiche, separate dall’alveo del torrente Camignano, s’insediano, infatti, rare specie botaniche, in prevalenza tipiche della flora mediterranea, e, segnatamente, dell’orizzonte vegetazionale della lecceta. Entrambi i versanti della gola del Bottaccione sono, così, punteggiati da arbusti e piante erbacee rupestri, come l’Alatèrno (Rhamnus alaternus), il Laurotìno (Viburnum tinus), il Léccio (Quercus ilex), il Terebìnto (Pistacia terebinthus), lo Scòtano (Cotinus coggygria), il Siliquastro o Albero di Giuda (Cercis siliquastrum), forse l’Allòro (Laurus nobilis), che è sicuramente presente nella Foce del Cavarello.
L’Euforbia cespugliosa (Euphorbia characias), anch’essa presente lungo il torrente Cavarello, è di frequente rinvenimento nella porzione iniziale e mediana della gola, mentre l’Acanto (Acanthus mollis) è rinvenibile soltanto nei pressi del Palazzo Ducale, nel Parco Ranghiasci-Brancaleoni e nei dintorni dell’ex monastero benedettino femminile di San Marziale. La Violaciocca (Erysimum cheiri) si aggrappa sia alle rupi sia alle poderose mura urbiche. Comuni sono, poi, la Sassifraga meridionale (Saxifraga lingulata), la Valeriana rossa (Centranthus ruber), e la Bocca di leone (Anthirrinum majus), dai bei fiori rosso bordò. Presente, sia sulle pareti rocciose del Bottaccione sia sulle mura urbiche di Gubbio, è altresì il fico selvatico (Ficus carica caprificus). Lungo le praterie collinari, situate verso la testata della valle del torrente Camignano, si riscontra, inoltre, quella non comune orchidea che va sotto il nome volgare di Barbone (Himantoglossum adriaticum).
Risalendo la gola del Bottaccione, in alto e a destra, in corrispondenza del ”Condotto”, cioè dell’ardito acquedotto trecentesco, progettato dal grande architetto eugubino Matteo di Giovannello, detto Gattapone, insiste, probabilmente, la maggior concentrazione di Alatèrno di tutti e cinque i monti di Gubbio. Altri bellissimi accantonamenti rupestri d’Alatèrno si rilevano sul diedro roccioso sovrastante la grotta de Sant’Agnese del Monte Ingino, a quote comprese tra i 650 ed i 750 m s.l.m. Fra i funghi, va quantomeno segnalata la presenza del dialettalmente detto “spignòlo” o “fóngo da lo spino” (Tricholoma georgii), rinvenibile su alcune piccole praterie (“pratelle”) che punteggiano il versante settentrionale della Gola del Bottaccione. La pianta forse più rara dell’Ingino è, però, probabilmente, la Dripide comune (Drypis spinosa), vegetante (non lontano dalla basilica minore di Sant’Ubaldo), in rarefatta stazione eterotopica, su di un ghiaione del versante sudorientale della montagna, poco al di sopra degli 800 m s.l.m.