L'eccidio di Sabbiuno di Paderno fu l'uccisione, avvenuta il 14 e il 24 dicembre 1944, di quasi un centinaio di partigiani e prigionieri politici da parte delle forze nazifasciste a monte Sabbiuno di Paderno, collina a sud di Bologna.
Contesto storico Nell'agosto del 1944, dopo aver completato la liberazione dell'Italia Centrale, le truppe alleate avevano lanciato l'Operazione Olive per tentare lo sfondamento della Linea Gotica. Le forze della Resistenza presenti a Bologna, incoraggiate dai successi dell'esercito alleato, si preparavano all'insurrezione in appoggio allo sfondamento del fronte, allora ritenuto imminente. A questo scopo, fra il settembre e l'ottobre 1944, i partigiani avevano stabilito diverse basi operative in città. Il 7 novembre i tedeschi scoprirono e attaccarono una base in via del Macello (zona del Cavaticcio). Si venne ad un durissimo scontro, noto come la battaglia di Porta Lame.
Nel frattempo, a fine ottobre 1944, l'offensiva alleata si era esaurita e nell'inverno fra il 1944 e il 1945, il fronte di guerra si era stabilmente assestato lungo la Linea Gotica sull'Appennino a meno di 20 chilometri da Bologna. Con il proclama Alexander del 13 novembre 1944, il comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo, il feldmaresciallo inglese Harold Alexander, richiedeva alle forze della Resistenza dell'Italia settentrionale la cessazione delle operazioni su vasta scala e l'attestarsi su posizioni difensive.
La stasi dell'avanzamento alleato creò le condizioni adatte per un inasprimento della repressione da parte delle forze fasciste e naziste contro quelle della Resistenza. Nei mesi a seguire, le forze nazifasciste - avvalendosi di spie infiltrate, confessioni estratte sotto tortura e prigionieri usati come esche - procedettero all'uccisione dei partigiani identificati e all'attacco delle basi della Resistenza in città, che culminarono in violenti scontri, fra cui spicca la battaglia della Bolognina del 15 novembre 1944. I partigiani superstiti si videro così costretti ad uscire dalla città e tornare nelle sedi operative della campagna.
I rastrellamenti Il 5 dicembre 1944 i tedeschi e i fascisti - su indicazione di alcune spie infiltrate nelle brigate partigiane - operarono due grandi rastrellamenti ad Anzola Emilia e ad Amola di Piano (San Giovanni in Persiceto), dove avevano le loro basi un distaccamento della 7ª Brigata GAP e reparti SAP della 63ª Brigata "Bolero".
Oltre 200 persone, ma pare addirittura di più, furono dapprima concentrate nelle scuole, nei cinema, nelle caserme e nelle carceri locali, dove vennero sottoposte a interrogatori e non di rado a sevizie da parte delle SS tedesche. Successivamente vennero trasferiti nel carcere di San Giovanni in Monte, dove si trovavano già centinaia di detenuti. Altri ancora si aggiunsero nei giorni successivi. Alcuni rastrellati vennero rilasciati, mentre gli altri prigionieri, ammassati nelle celle sovraffollate e malsane del carcere, vennero sottoposti a ulteriori interrogatori e torture.
L'eccidio
Il 14 dicembre 1944 un primo gruppo di prigionieri, comprendente partigiani la cui identità ed attività erano certi, venne prelevato dal carcere e condotto a Sabbiuno di Paderno, collina a sud della città. Qui vennero uccisi in massa a colpi di fucile. Le esecuzioni furono probabilmente affidate alle SS italiane e alle Brigate Nere. Alcuni corpi rotolarono lungo i fianchi della collina verso il Reno.
Il 22 dicembre diversi carcerati vennero deportati nel campo di transito di Bolzano e nel campo di concentramento di Mauthausen. Molti non fecero mai ritorno.
Un terzo gruppo di prigionieri fu prelevato dal carcere di San Giovanni in Monte il 23 dicembre e ucciso a Sabbiuno con le stesse modalità del primo gruppo.
Si stima che furono almeno 58 le persone uccise, ma - date le difficoltà nell'identificare i corpi - non è da escludere che siano avvenute ulteriori fucilazioni anche nei giorni successivi. Nelle esecuzioni vennero fucilate anche persone che non erano direttamente legate alla Resistenza, come il commerciante ebreo Leo Kocker, catturato a Castelfranco Emilia.
L'occultamento Fino all'autunno 1944 le fucilazioni di massa di oppositori politici, perpetrate per mano delle Brigate Nere e della Guardia Nazionale Repubblicana, venivano spesso pubblicizzate a scopo intimidatorio attraverso manifesti e pubblicazione sul giornale locale Il Resto del Carlino. Fra l'ottobre e il dicembre 1944, invece, si inaugurò a Bologna e in Romagna una stagione caratterizzata da "eccidi occultati", perpetrati in segreto dall'Außenkommando Bologna del SiPo-SD con specifica volontà di eliminazione e occultamento delle vittime.
L'eccidio di Sabbiuno si colloca all'inizio di questa stagione di eccidi occultati: se una lista incompleta di nomi dei fucilati nella prima esecuzione del 14 dicembre 1944 apparve sui muri di Bologna (ma non sui quotidiani), la seconda esecuzione del 23 dicembre non fu invece oggetto di alcuna comunicazione, così come da lì in avanti verranno perpetrate in segreto tutte le esecuzioni avvenute a partire dal 10 febbraio 1945 nei pressi della piccola stazione di San Ruffillo.
La scoperta L'eccidio rimase pressoché sconosciuto per diversi mesi, quando si iniziarono a rinvenire i corpi delle vittime, fucilate e gettate al di sotto del calanco.
In un primo tempo furono identificate 47 salme mentre 8 rimasero senza nome. Successivamente furono rinvenute altre salme isolate nei dintorni, il che suggerisce che le fucilazioni siano proseguite anche dopo dicembre.
Le vittime La precisa identificazione del numero e dell'identità delle vittime dell'eccidio è resa difficile dalle contraddizioni presenti nelle poche fonti disponibili, nonché dalla difficoltà nell'individuare e identificare le salme. Segue la lista delle vittime registrate alla Certosa di Bologna come provenienti da Sabbiuno o registrate come tali all'anagrafe del Comune di Bologna e di quelle desunte dal registro dei carcerati della Casa circondariale di Bologna.