La dermatologia è una delle branche della medicina più antiche, se ne hanno infatti testimonianze che la collocano presso le prime civiltà umane, sotto forma di un semplice interesse verso ciò che fosse più visibile del nostro corpo. Allo stesso tempo, però, è anche una delle ultime ad essere stata riconosciuta come specializzazione vera e propria, con tutto ciò che questo comporta, quindi medici specializzati in questo settore, terapie specifiche ed uno studio sempre più approfondito verso i tessuti e le funzioni che caratterizzano l'apparato tegumentario.
Storia della dermatologia La dermatologia non ha ricevuto il giusto interesse che meritava sin da quando le scienze mediche hanno iniziato ad essere indagate e approfondite già nell'antichità: la causa di questo ritardo può essere spiegata dalla comune percezione della pelle come qualcosa di esterno e superfluo. Nell'immaginario letterario degli Antichi la pelle non era portatrice di buone notizie, e insieme alle ossa, indicavano gli effetti che la sofferenza della malattia e della vecchiaia avevano prodotto sul nostro corpo. Inoltre pellis e cutis rappresentavano semplicemente la materia come inerte e insensibile, di un corpo che era già stato consegnato alla morte, e spesso le malattie cutanee vennero interpretate come segni di punizione divina e pertanto fonti di disagi sociali. Tuttavia il più grande riconoscimento all'apprendimento degli Antichi è il fatto che la terminologia per la classificazione delle malattie è rimasta pressoché intatta: ancora oggi conserviamo la stessa varietà lessicale che la medicina greco-romana aveva adottato e divulgato, puntando sulla creatività espressiva che, però, in molti casi non corrispondeva a condizioni specifiche, cosa che non sarebbe avvenuta fino all'età moderna.
Dermatologia nell'antichità
Popoli Mesopotamici Tra i primi ad interessarsi alle malattie cutanee vi furono i popoli mesopotamici (Sumeri, Assiri e Babilonesi), che cercarono di capire il perché di questi problemi, spesso ricorrendo a spiegazioni che affondavano le loro radici sulla religione, e per primi osservarono e definirono varie dermopatie. Le condizioni cutanee venivano ritenute come un segno di ira divina, dovute ad un peccato o ad una mancanza dell'individuo verso la divinità, ma non solo, erano anche sinonimo di sporcizia e mancata igiene quotidiana, e pertanto queste sintomatologie influenzavano l'individuo nelle attività comuni, mentre i caratteri sfiguranti, causati dalle malattie cutanee, ne condizionavano la vita sociale, causando talvolta l'isolamento dell'individuo stesso per paura di possibili contagi. Per primi gli Assiri e i Babilonesi definirono malattia cutanee quali verruche, pustole e scabbia; infine iniziarono anche ad utilizzare sostanze quali unguenti, lozioni e tinture a scopo terapeutico.
Egitto
Nell'antico Egitto fu notevole l'interesse verso la cute come ben si evince dalle figure dei faraoni o degli alti funzionari statali, i quali apparivano truccati e imbellettati qualora vi fossero eventi pubblici, iniziando pertanto a creare una rudimentale tradizione cosmetologica.
È proprio in area egizia che furono rinvenute le prime testimonianze scritte che mostrano interesse verso l'ambito dermatologico, come ben si evince dai papiri di Ebers e di Smith. Il papiro di Ebers tratta di numerosi argomenti di ambito medico, tra i quali la dermatologia: pone attenzione a varie malattie cutanee quali eruzioni, ulcere e tumori, e sull'utilizzo di unguenti adatti al trattamento di tali disturbi. Nel papiro di Smith vengono fornite indicazioni per applicare uno dei primi preparati dermatologici mai registrati prima di allora, segnando con precisione il metodo corretto per l'applicazione dell'unguento e gli effetti che ne derivano da esso: questo veniva preparato da un frutto, l'hermayet, che dopo specifiche lavorazioni veniva trasformato in una sorta di massa con consistenza simile all'argilla. Secondo le indicazioni riportate dal papiro, veniva consigliato al paziente di utilizzare tale unguento per trattamenti quali la rimozione delle rughe, macchie, segni dell'età e per eliminare tutti i piccoli difetti della pelle, garantendone inoltre l'efficacia di tale rimedio. Importante in ambito dermatologico fu senza dubbio la figura di Cleopatra, la quale pose molte attenzioni alle cure della pelle per fini prettamente estetici: tramite i suoi bagni immersa nel latte, scoprì i benefici dell'acido lattico nell'idratare la pelle, ed inoltre è risaputo che la regina d'Egitto conoscesse già tecniche epilatorie basate sull'uso di olio, zucchero e succo di lime.
Nella Bibbia Persino nella Bibbia vi sono accenni alla dermatologia, e in particolar modo la lebbra assume un ruolo rilevante: propriamente con questo termine venivano designate almeno 72 malattie dermatologiche diverse (tra le quali forse erano incluse anche la sifilide e il vaiolo), che causavano l'esclusione dell'individuo affetto dalla società, costretto ad identificarsi impuro per via di questa malattia alla quale si credeva non vi fossero rimedi. Nella Versione dei Settanta, il termine lebbra era usato per tradurre l’ebraico tsarâ’ath, cioè la malattia deturpante della pelle e manifestazione della rabbia di Dio, intesa come castigo divino con conseguenti limitazioni e impedimenti nella società. Nella Bibbia si trovano poi riferimenti a varie malattie cutanee quali tumori, psoriasi e ulcerazioni.
Popoli orientali I persiani conobbero e descrissero la lebbra, i nei e il vaiolo, ma senz'altro fu grande l'interesse mostrato in campo dermatologico dalle popolazioni indiane, come si evince all'interno dei Veda, nei quali si trovano informazioni riguardo a vaiolo, morbillo, erisipela, eczemi e tante altre malattie cutanee. Anche cinesi e giapponesi conoscevano la dermatologia, e si interessarono all'osservazione di diverse malattie cutanee, sulle quali lasciarono dettagliate descrizioni cliniche: trattarono della vitiligine, dell'acne, dell'alopecia e di altre anomalie di pelle e unghie.
Grecia È senz'altro la medicina greca a dare un significativo contributo alla dermatologia, grazie alle figure di importanti medici. Per molti secoli la storia greca fondò il suo pensiero intorno al concetto del καλὸς καὶ ἀγαθός, ovvero la stretta connessione tra bellezza esteriore e interiore, pertanto, essendo l'aspetto esterno dell'individuo fonte di grande attenzione, le cure del corpo furono di grande interesse all'interno della Grecia classica, le quali si basarono soprattutto su una corretta dieta e sull'importanza dell'attività fisica. In ambito dermatologico tra i primi nomi rilevanti vi è quello di Alcmeone di Crotone, il quale nel suo trattato 'Natura elenca varie malattie cutanee e possibili cure per esse. Empedocle di Agrigento, appellato guaritore miracoloso o anche dominatore di epidemie, espone l'innovativa teoria della respirazione cutanea, basata sull'idea di uno scambio di minuscole particelle (oggi diremmo molecole gassose) tra l'esterno e l'interno dell'organismo, tramite le vie dei pori, e pertanto designa la cute come succedanea ai polmoni, e proprio alla luce di ciò essa dovrebbe essere ben curata. Nel IV secolo, Filistione di Locri, allievo di Empedocle, conferma l'ipotesi del maestro parlando proprio di respirazione attraverso i pori cutanei nel suo poema 'Sulla natura o sulle origini'. Ma il massimo esponente della medicina greca fu Ippocrate, il quale attribuisce alla pelle una funzione eliminatoria, descrive i peli, le ghiandole cutanee e le unghie; nel campo patologico riconobbe l'edema, i foruncoli, la gangrena e tante altre malattie cutanee. E inoltre ad Ippocrate che dobbiamo l'attribuzione di molti termini medici ancora oggi in uso: fu proprio egli ad utilizzare per la prima volta la parola δέρμα per definire la pelle, o ancora per primo coniò il termine καρκίνωμα per designare un processo morboso indicativo di tumore maligno. Ippocrate, coerentemente al pensiero greco, promosse una vita sana, della quale i protagonisti sono l'ambiente, l'alimentazione e la ginnastica, fondamentali per un buon mantenimento del corpo e della pelle. Cerca persino di spiegare le origini delle componenti cutanee, ricorrendo a fantasiose ipotesi:
Infine, in linea con la sua teoria dei quattro umori, considera la pelle come uno dei luoghi capaci di ricevere gli umori alterati, e pertanto descrive le numerose dermopatie che possono verificarsi sulla superficie cutanea.
Roma
Anche in ambito medico i romani devono la loro conoscenza ai greci, ma non solo: furono influenzati anche dal sapere etrusco, i quali praticavano una medicina magica, basata sulla credenza del potere rigeneratore dell’acqua e sull’utilizzo di pomate, unguenti e vegetali, quest’ultimi usati come antisettici o per curare ferite e piccole lesioni cutanee. Tra le figure del mondo latino che contribuirono maggiormente in ambito dermatologico vi furono senz’altro Aulo Cornelio Celso e Claudio Galeno. Celso fu il primo a scrivere un trattato sulla medicina, il De Re Medica, nel quale trova spazio il suo sapere in ambito dermatologico: nei capitoli IV e V del libro Celso pone particolare attenzione a varie malattie dermatologiche, delle quali provvede ad una dettagliata descrizione, impiegando una terminologia particolarmente specifica e talvolta ricorrendo a nuovi termini. In questi capitoli tratta di malattie quali ulcere, carcinoma, scabbia, lebbra, vitiligine, e tante altre sintomatologie. Galeno anche trattò di numerose malattie cutanee quali le ulcerazioni, soffermandosi in particolar modo su quelle che colpiscono i genitali (Galeno fu tra i primi a capire che esse derivassero da rapporti sessuali), ritenne che il colore dei capelli fosse dovuto alla temperatura del cervello, trattò di tumori, gonorree (delle quali anche intuì il carattere sessualmente trasmissibile), e fu il primo a parlare di dermatitis artefacta. Anche nella vasta letteratura latina traspare interesse in ambito dermatologico da parte dei grandi poeti, quali Plinio il Vecchio, che nella sua opera, 'Naturalis Historia', racchiudeva a grandi linee tutto il sapere romano in possesso sino a quel momento, comprese le scoperte mediche allora circolanti a Roma, e pertanto dedica una parte della sua opera a tali innovazioni: nel libro XXVI nomina numerose malattie cutanee, tra le quali tratta del fuoco sacro (termine che può riferirsi all'ergotismo o all'herpes zoster) e della lebbra; inoltre elenca alcune ricette sulla cosmesi, menziona le ulcere genitali, e parla dell’uso del sangue mestruale in ambito terapeutico, il quale ritenuto potentissimo anche nel Medioevo, dove veniva usato in ambito dermatologico per combattere verruche e tumori cutanei.
Dermatologia nel Medioevo e nel Rinascimento
Medioevo Tra il IX e il X secolo nacque la Scuola Medica Salernitana, ed è proprio presso di essa che furono registrati importanti contributi in ambito dermatologico, e vennero introdotte nuove definizioni di malattie, con particolare attenzione per le malattie sessualmente trasmissibili. Costantino l’Africano ha il riconoscimento di aver sintetizzato le cognizioni del mondo greco, arabo e bizantino in campo dermatologico, rimaste valide fino al Rinascimento. Trattando le malattie della pelle, Costantino ripropone la visione Ippocratica per cui la natura tende a portare sulla superficie del nostro corpo gli umori cattivi per purificare il corpo umano, spiegando così la causa delle dermatosi. Costantino afferma che le eruzioni della pelle possono verificarsi lungo tutto il corpo, ma sono più frequenti in volto, e descrive le verruche come escrescenze cutanee dure e spesse che si sviluppano soprattutto sulle mani e sui piedi, dove l’organismo è più predisposto ad espellere la bile nera (in caso di verruche dure) e il flegma (in caso di verruche molli e indolenti), in linea con la teoria degli umori.