Padergnone (Padergnón o Padrignón in dialetto trentino) è una frazione di 809 abitanti del comune italiano di Vallelaghi in provincia di Trento.
Ha costituito comune autonomo fino al 31 dicembre 2015, dopodiché dal 1º gennaio 2016 assieme ai comuni di Terlago e Vezzano, forma il nuovo comune di Vallelaghi.
Storia
Segni di Roma Il primo atto amministrativo in grado di coinvolgere delle istituzioni della Conca dei Due Laghi sembra essere quello consumato nel secondo secolo d.C. dal toblinese Druìno, il quale, in qualità di amministratore dei campi dei Toblinati, dovette versare duecento sesterzi al collustrione vezzanese per ottenere l'autorizzazione alla costruzione del tempietto dedicato ai fati e alla fate, di cui parla la lapide murata in Castel Toblino.
Con i suoi tre siti funerari d'epoca romana (quello di Sottovi, della Croce e dei Cantoni) e con l'ospitalità data alle famiglie di coloni romani (i Paterni e i Barbati) ai fini della produzione del vino retico, l'area padergnonese, compresa com'era fra il collustrio vezzanese a nord e il complesso abitativo dei Tublinates a sud, diede il suo specifico contributo alla romanizzazione (molto intensa) della Valle dei Laghi e partecipò alla formazione del pagus tardo-imperiale che la interessava. Quest'ultimo si poneva come intermedio fra il territorio del muncipium Tridenti (eretto nel 46 d.C.) e quello del pagus Nomassi (Lomaso) in Giudicarie.
I pagi, naturalmente, erano tenuti (alla lontana) a rispettare le leggi romane, ma a livello locale ubbidivano, coll'andare del tempo, alle disposizioni dei magistri pagorum e dei curatores pagi, che si servivano delle cosiddette leges paganae (antenate dei futuri statuti comunali) ed erano dotati di tutte le competenze riguardanti la gestione del culto e di ciò che allora costituiva i pubblici servizi. Già in età augustea il municipium trentino, con confine al Gaidoss, venne assegnato alla tribù Papiria, ma il territorio fu attribuito alla tribù Fabia, appartenente al municipium di Brescia. Le terre attualmente trentine costituivano l'ultima propaggine settentrionale della X Regio Italica. Più oltre si profilavano le aree provinciali della Raetia e della Vindelicia.
Verso la rarefazione istituzionale
L'eco delle istituzioni romane resse anche nel 268 d.C., quando un esercito minaccioso di Alemanni, penetrato nell'attuale Valle dei Laghi, fu sconfitto a stento dall'imperatore Claudio II nella piana di Riva. Da allora un castrum, collocato sul Castìn, vegliava sulla conca padergnonese, e la zona divenne importante, oltre che per motivi economici e civili, anche per ragioni militari. I soldati cristiani, apportatori di reliquie, la resero significativa anche dal punto di vista religioso: è probabile che ad essi risalga, infatti, il culto cristianizzatore di San Valentino, di Santa Massenza e dei santi Nerei.
Gli Alamanni tornarono nella zona anche nel 271; nel 452 giunsero gli Unni, nel 464 gli Alani e nel 476 i Goti. Erano spinti a percorrere la terra dalle temibili fortificazioni erette in Valle dell'Adige, incoraggiati dalla viabilità locale messa a punto da secoli di presidio militare romano. Intorno ai magistri pagorum e ai curatores pagi (come il toblinese Druino) si andavano condensando alla bene e meglio i futuri nuclei delle pievi. Era iniziato il tempo della rarefazione istituzionale soprattutto delle campagne, temperata soltanto dall'insorgenza delle eredi di pagi: le pievi rurali.
Quando, nella seconda metà del secolo VI, arrivarono i Longobardi, San Martino in monte divenne terra di frontiera. Come tutti gli altri San Martino che compongono il sistema giudicariese, anche il territorio dei due laghi fu sede di una guarda inerpicata sull'omonimo gahagi, dove gli arimanni custodivano gelosamente la loro identità ariana contro quella cristiana dei conquistati. La piccola chiesa dall'abside quadra, quando anche i longobardi si fecero cristiani, fu intitolata al santo vescovo di Tours, la cui vita è il paradigma dell'esistenza di questo popolo. San Martino fu confine fra la diocesi di Milano e quella di Aquileia, la prima fedele, nelle controversie teologiche della seconda metà del secolo VI, alla chiesa romana, e l'altra propugnatrice, fino agli inizi del secolo VIII, dello scisma tricapitolino.
I Longobardi non erano un popolo molto compatto. Fra il re e i nobili, detti duchi, non correva buon sangue. Fino ad un certo momento la zona appartenne al patrimonio regio, ma in seguito il potente duca di Trento Evìno (morto nel 595) annetté al suo ducato (gau), che confinava con quello di Brescia, anche il territorio padergnonese con tutta l'odierna Valle dei Laghi e forse anche il Basso Sarca. Nonostante essa dovesse risentire ancora per molto della sua situazione di frontiera, fu verosimilmente questa circostanza a costituire la prima formale (e debole) assegnazione della zona alla sfera istituzionale trentina. Accanto al gau trentino si andava configurando la ripartizione territoriale della Judicaria Summa Laganensis, che comprendeva il Basso Sarca, Le Giudicarie, le Valli di Ledro e del Chiese, e dipendeva direttamente dal re o, in suo nome, da un giudice con poteri autonomi rispetto ai duchi.
I Longobardi impiegarono quasi cento anni ad imparare il latino e a capire che i reati andavano puniti dalla legge e non con fàide di famiglia, e che in caso di controversie giudiziarie ci volevano prove e testimoni anziché improbabili giudizi di Dio. Dei latini sottomessi, quelli che non erano schiavi erano solo semiliberi gravati di pesanti tributi. Ciò nonostante la gente del luogo imparò più dai Longobardi che da qualsiasi altro popolo invasore. I Longobardi davano grande importanza alle assemblee, che erano tutelate dall'Editto di Rotari (643), tanto quelle règie e quelle generali degli arimanni (art. 8), quanto quelle ducali o placiti e quelle pievane, chiamate conventus ante ecclesiam o fabulae inter vicinos (art. 346). I vicini avevano diritto di prestare giuramento in mancanza di uno dei giudici detti sacramentales; ad essi spettava l'arbitrato per stabilire eventuali danni provocati al bestiame o verificatisi in seguito ad incendio doloso. Era anche riconosciuta ai vicini una forma di proprietà comune, indivisa e indivisibile, ignota al diritto romano e matrice dei futuri usi civici. Fu da questa cultura vicinale longobarda che poterono nascere, più tardi, Regole e Comuni.
L'istituzionalizzazione della pieve La Chiesa di Roma non amava gli ariani Longobardi, e più di una volta si rivolse ai Franchi per toglierli di mezzo. Delle varie incursioni franche in territorio longobardo, quella del 590, comandata da Cedino, ebbe la ventura di distruggere il castrum Vitiani, per poi inoltrarsi oltre il Casale a radere al suolo il castrum Ennemase (Lomaso). Dopo che i Franchi, nel secolo VIII, scesero per conquistare, il circondario padergnonese fece parte del Sacro romano impero di Carlo e poi del Sacro romano impero Germanico dei Sassoni e del Franconi.
Carlo dei Franchi lasciò dapprima i duchi al loro posto, dopo aver sterminato con inaudita ferocia ogni rimasuglio di arianesimo nostrano: la sua violentissima dearianizzazione è consegnata al leggendario racconto delle sue imprese contenuto nel Privilegio di Santo Stefano di Carisolo. In seguito, però, egli riempì la zona di conti e di marchesi di origine franca, trasformando anche il ducato di Trento prima in contea e poi in marca. I Franchi introdussero il sistema feudale: secondo loro l'unico proprietario del mondo era l'imperatore sacro e romano, il quale, con le buone o con le cattive, concedeva in beneficio a certi suoi fedeli feudatari (abilitati a ripetere in proprio l'operazione in scala ridotta) qualche territorio con la gente che ci abitava e che faceva tutt'uno con la terra.
Mentre i Longobardi avevano favorito, con l'andare del tempo, la piccola proprietà privata o allodiale e la proprietà collettiva o vicinale, e avevano mantenuto le distanze dalla Chiesa di Roma, i Franchi favorivano la servitù della gleba e si dedicavano soprattutto al clero, verso il quale erano straordinariamente prodighi di benefici. Nell'area trentina essi vanno ricordati soprattutto per l'istituzionalizzazione delle pievi e soprattutto delle decime. Queste ultime erano in vigore fin dagli albori delle pievi, assumendo allora però la modalità di versamento spontaneo dei ricchi e dei potenti al fine dell'alimentazione del tesoro per i poveri. A partire dalla regola di Aquisgrana, emanata da Ludovico il Pio nell'816, la decima venne secolarizzata con una caratteristica duplice inversione: da una parte venne istituzionalizzata, resa obbligatoria e addossata alle classi meno abbienti a favore del ceto clerico-feudale, e dall'altra fu parificata alle imposte civili, fino a quando, nella prima metà del secolo XX, venne abolita come privilegio feudale.
La congerie istituzionale e la confederazione del Pedegaza Il circondario padergnonese divenne, nella prima metà del secolo XI, parte integrante del Principato vescovile di Trento, dal quale sarebbe uscito soltanto dopo ottocento anni. La collocazione politico-amministrativa di un'unità insediativa medievale è frutto della congerie istituzionale tipica del tempo. Il Principe vescovo di Trento era suddito immediato del Sacro Romano Impero ed insieme risultava posto sotto avvocazia del Conte di Tirolo che, dal XIV secolo in avanti, era anche arciduca d'Austria e spesso anche imperatore. Nel Principato Padergnone era posto nella Pretura esterna ultra Athesim, con tutte le altre comunità del Bucco di Vela fino a Cavedine, mentre il nome di Pretura interna era riservato alla città di Trento, e quello di Pretura esterna citra Athesim designava le comunità di sponda sinistra dell'Adige. Ad iniziare almeno dal secolo XIII la Pretura esterna venne divisa per ragioni fiscali in varie gastaldìe. Padergnone era compreso, insieme con Vezzano e il Pedegaza, nella gastaldia di Maiano con sede a Santa Massenza o a Ciago, mentre a nord-est si estendeva la gastaldia di Oveno (Sopramonte) e a sud la gastaldia di Arco.
Di grande importanza religiosa, e quindi civile, era poi la collocazione pievana, che vedeva Padergnone inserito nella pieve di Calavino, che confinava, fino almeno al secolo XII, con la pieve di Santa Maria di Trento e con quella di San Lorenzo del Lomaso. Più tardi si costituirono la pieve di Sopramonte, con sede a Baselga (prob.1183), la pieve di Cavedine (prob.1267) e forse la pieve di Terlago (1445). Infine v'era la collocazione comunitaria, che metteva insieme in una rudimentale confederazione, con vari e differenziati vincoli, Padergnone con quello di Vezzano e gli altri del Pedegaza.
Gli Statuti quattrocenteschi e il sodalizio vezzano-padergnonese La storia statutaria padergnonese ha inizio il 2 aprile 1420, quando gli Antiani et majores ac regulani villarum Vezani et Padrignoni ottengono i primi Statuti da Antonio da Molveno, vicario del conte di Tirolo Federico Tascavuota, che in quel periodo aveva occupato la città di Trento e fatto esiliare il principe vescovo Giorgio di Liechtenstein. La concessione era probabilmente legata ai servigi che la nostra gente aveva prestato al Tascavuota, allorché s'era sentito il bisogno di rimettere in sesto il forte del Castìn per contrastare le puntate verso Trento del Lodron, alleato del vescovo. Naturalmente questi primi Statuti, redatti in latino e quindi sintomatici di una composizione abbastanza elitaria dell'autorità costituita, non si pongono come generatori delle cariche e delle norme locali, ma piuttosto come ricognitori e formalizzatori delle stesse, già di per sé presenti da secoli sul territorio padergnonese.