Le lapidi dedicate a Dante Alighieri a Bologna sono tredici e si riferiscono alla vita e all’opera del poeta. Tali manufatti sono collocati sulle facciate di edifici storici, vie e piazze della città felsinea.

Iscrizione dentro la basilica di San Domenico

La scritta è collocata sul pavimento all’interno della Basilica di San Domenico, all’ingresso della cappella dove è custodita la celebre Arca di San Domenico.

I versi citati compaiono nel XII canto del Paradiso che si svolge nel Cielo del Sole, dove si trovano gli spiriti sapienti. San Bonaventura da Bagnoregio descrive la vita di San Domenico di Guzman.

L'iscrizione recita:

Lapide di Strada Maggiore 17 La lapide ricorda che qui si trovava, nel XIII secolo, l'abitazione della famiglia Ubaldini, che diede i natali a Ottaviano degli Ubaldini il quale fu vescovo di Bologna e successivamente Cardinale. Ebbe un ruolo significativo nella battaglia contro Federico II. Dante Alighieri lo colloca all'Inferno nel cerchio degli epicurei, accanto a Federico stesso.

La lapide recita:

Lapide di via de’ Marchi 31 La lapide situata in via de’ Marchi 31 si riferisce a Graziolo Bambaglioli che fu letterato italiano. La sua notorietà sul piano letterario la si deve a un commento in latino sull’Inferno dantesco, scritto nel 1324 con l’intenzione di elogiare Dante come uomo e poeta.

La lapide recita:

Non erano lontane dal Borgo dei Bambaglioli anche le aule in cui insegnava Cecco D’Ascoli poeta, medico filosofo che era stato anche amico di Dante. Secondo una leggenda popolare i due ebbero una diatriba sulla superiorità dell’educazione sull’istinto. Per confermare la sua teoria che prevedeva tale superiorità, secondo la leggenda, Dante addestrò un gatto perché reggesse una candela e lo mostrò all’amico. Per confutare questa teoria e dimostrare la superiorità dell’istinto sull’educazione Cecco D’Ascoli si presentò con alcuni topi dentro una gabbia. Appena la gabbia venne aperta il gatto iniziò a rincorrerli, senza più dare attenzione ai richiami del suo padrone.

Lapide di via Gaibola 8 La lapide si riferisce a Venedico Caccianemico, uomo politico citato da Dante nell’Inferno nel girone dei ruffiani:

Nel suo viaggio all'Inferno, Dante incontra il bolognese Venedico Caccianemico che confessa di trovarsi nel girone dei ruffiani insieme a tanti altri bolognesi per aver spinto la sorella Ghisolabella a essere accondiscendente con il Marchese di Ferrara. Infatti, era risaputo che Caccianemico era favorevole alle mire espansionistiche degli Este.

Alcuni commentatori hanno ritenuto che con il termine "Salse" Dante facesse riferimento a un luogo che si trovava vicino al convento dell'Osservanza dove venivano seppelliti coloro che si macchiavano di infamie. A Bologna il luogo veniva chiamato in questo modo per la natura salmastra del suolo.

La lapide recita:

Lapide in via Castiglione 11 La lapide che si trova in via Castiglione 11 si riferisce a Uguzzone, padre di Jacopo Dalla Lana. Quest'ultimo fu il primo commentatore trecentesco che abbia chiosato interamente la Divina Commedia, grazie anche ai precedenti lavori di Jacopo Alighieri e Graziolo Bambaglioli che si erano però limitati alla prima cantica.

La lapide recita:

Lapide in via Castiglione 31 La lapide è collocata nel cortile interno di un antico palazzo dove Jacopo della Lana, commentatore della Divina Commedia, ebbe la sua stanza. Quest'ultimo fu il primo chiosatore che, tra il 1324 e il 1328, commentò l’intera opera dantesca grazie anche ai precedenti lavori di Graziolo Bambaglioli, il quale però si era limitato alla prima cantica.

La lapide recita:

La lapide in via dell’Abbadia 1 La lapide è collocata sulla facciata dell'Ex monastero] dei Ss. Naborre e Felice detto Abbadia ed è dedicata a Graziano da Chiusi, monaco, giurista italiano, considerato il padre fondatore del diritto canonico. Viene collocato da Dante Alighieri nel X canto del Paradiso, nel Cielo del Sole, dove San Tommaso d'Aquino lo presenta come esponente degli spiriti sapienti:

La lapide recita:

Lapide sulla parete di Porta Maggiore

Questa lapide fu collocata sulla parete di Porta Maggiore in occasione del sesto centenario della morte di Dante Alighieri e si riferisce al De Vulgari Eloquentia nel quale Dante sottolinea il diverso modo di parlare tra gli abitanti di via San Felice e quelli di Strada Maggiore, pur vivendo nella stessa città.

La lapide recita:

Lapide sulla torre Garisenda La lapide si trova sul lato orientale della Torre Garisenda e riporta dei versi del XXIII canto dell’Inferno. Il personaggio di Dante si trova nel “Pozzo dei giganti” puniti per essersi opposti a Dio, tra l’ottavo e il nono cerchio. Per descrivere il gigante Anteo che sporge dal pozzo per diversi metri, il sommo poeta attraverso una similitudine lo paragona alla torre Garisenda.

La lapide recita:

La Torre Garisenda di Bologna venne citata anche in un sonetto, nel quale Dante maledice i propri occhi perché si son distratti a guardar la Garisenda e non si sono concentrati sulla Torre degli Asinelli, riferendosi probabilmente al passaggio della bella fanciulla di cui tutta Bologna all'epoca parlava e che di lì passava sempre.

Oltre alla versione bolognese, che costituisce la più antica attestazione nota di una rima dantesca, esiste una versione tramandata secondo la lezione dei codici trecenteschi toscani.

Versione bolognese del 1287

No me poriano zamai far emenda

de lor gran fallo gl'ocli mei, set elli

non s'acecaser, poi la Garisenda

torre miraro cum li sguardi belli,

e non conover quella, mal lor prenda

ch'è la maçor dela qual se favelliVersione trecentesca toscana

Non mi poriano già mai fare ammenda

del lor gran fallo gli occhi miei, sed elli

non s'accecasser, poi la Garisenda

torre miraro co' risguardi belli,

e non conobber quella (mal lor prenda):

ch'è la maggior de la qual si favelli

Lapide di Strada Maggiore 104 La lapide ricorda che Strada Maggiore è citata nel “De Vulgari Eloquentia” lib. 1 cap. IX (L'eloquenza della lingua volgare). Si tratta di un trattato in lingua latina scritto da Dante Alighieri tra il 1303 ed i primi mesi del 1305 nel quale Dante sottolinea il primato che la parlata bolognese assume in rapporto alle altre aree linguistiche regionali. Il sommo poeta riconosce come sia stupefacente che delle persone che vivono all’interno della stessa città abbiano parlate differenti, citando proprio i bolognesi di Borgo San Felice in contrapposizione a quelli di Strada Maggiore. La lapide recita:

Lapide di via Arienti 40 La lapide ricorda la presenza del Convento dei Frati Gaudenti, un ordine militare e ospedaliero sorto nel XIII secolo. L’origine dell’ordine è una confraternita sorta a Bologna che ebbe tra i principali promotori Loderingo degli Andalò che Dante collocherà all'Inferno (Canto XXIII), precisamente nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, tra gli ipocriti, insieme a Catalano dei Malavolti (detto anche Catalano dei Catalani), dove saranno costretti a vagare per l'eternità coperti da cappe di piombo pesantissime, coperte d'oro zecchino.

La lapide recita:

Lapide in via San Felice

La lapide di via San Felice, proprio all’angolo con via Guglielmo Marconi, ricorda che questa zona della città detta Borgo San Felice è stata citata da Dante nel De Vulgari Eloquentia, nel libro I capitolo IX. Nel trattato, scritto in latino tra il 1303 e il 1305, il sommo poeta sottolinea la differente parlata tra i bolognesi di Borgo San Felice e quelli di Strada Maggiore.

La lapide recita:

Lapide di via Volto Santo La lapide, posta nel 1961, ricorda che in questa zona della città si trovava l’abitazione di Guido Guinizzelli, considerato l’inventore e il padre del Dolce stil novo che Dante ricorderà come padre e maestro nel canto XXVI del Purgatorio.

Viene inoltre ricordato che in questo girone insegnavano il poeta grammatico e latinista Giovanni del Virgilio, che con Dante intrattenne una relazione epistolare, e il letterato docente Benvenuto da Imola che fu uno dei primi commentatori della Commedia di Dante.

La lapide recita:

Bibliografia

E. Moore (a cura di), De vulgari eloquentia, Oxford, Stamperia dell'Università, 1894 Saverio Bellomo, Filologia e critica dantesca, Brescia, La scuola, 2008, pp. 91–101 Paolo Nannelli, Francisco Giordano, La Torre Garisenda. Il processo conoscitivo e l'intervento di consolidamento, in INARCOS, rivista ingegneri e architetti, Bologna, LIV, 603, ottobre 1999. Francisco Giordano (a cura di), La torre Garisenda, Bologna, Costa, 2000. Giunta C. (a cura di), Rime, in Dante Alighieri, Opere, dir. da M. Santagata, vol I, Mondadori, Milano, 2011, pp. 155-9. In rif. all'enigma del sonetto della Garisenda. Umberto Bosco e Giovanni Reggio, La Divina Commedia - Inferno, Le Monnier 1988 Graziolo dei Bambaglioli sull'Inferno di Dante. Una redazione inedita del commento volgarizzato Massimo Seriacopi, Firenzelibri, 2005 Graziolo de' Bambaglioli, Trattato delle volgari sentenze sopra le virtù morali, a cura di M. Seriacopi, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2006 Della Lana, Iacopo, detto il Laneo, Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani.

Voci correlate Influenza culturale di Dante Alighieri Lapidi della Divina Commedia di Firenze Lapidi della Divina Commedia di Siena Storia di Bologna

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