La storia dello stato sociale italiano durante l'età liberale si riferisce alla nascita ed evoluzione delle politiche sociali del Regno d'Italia nei settori della previdenza, assistenza sociale e sanitaria, dall'Unità all'avvento del Fascismo. Durante i primi decenni dopo l'unificazione, ed in particolare durante i quindici anni che precedettero la prima guerra mondiale, furono gettate le fondamenti dello stato sociale italiano. Furono introdotte le prime assicurazioni sociali volontarie e poi obbligatorie. Le riforme si accompagnarono a profonde trasformazioni sociali ed economiche: crescita demografica, industrializzazione, allargamento dei diritti politici e maggior partecipazione delle masse nella vita nazionale, crescita dell'associazionismo e dei movimenti sindacali e socialisti, e crescita dell'istruzione pubblica.
Il ruolo sociale dello Stato cominciò molto gradualmente a crescere, seguendo tendenze già in atto in altri paesi europei. Le attese di riforme sociali misero in discussione il modello liberale di stato moderno: la sua capacità di dare risposte ad interessi non limitati alle elite, e di trovare un nuovo equilibrio tra libertà ed uguaglianza, responsabilità individuale e tutele pubbliche, sviluppo economico e sicurezza sociale.
Nel dopoguerra, l'impatto economico e sociale del conflitto, le aspettative crescenti e forti tensioni sociali diedero impeto a nuove riforme sociali. Tuttavia, la crisi della politica liberale e l'avvento del fascismo modificarono profondamente la traiettoria di sviluppo dello stato sociale italiano.
Contesto storico: cambiamenti sociali e politici dell'età liberale
L'Italia all'unificazione L'Italia appena unificata era uno dei paesi più arretrati tra le grandi potenze europee. Il 44% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà. Un bambino su quattro moriva entro il primo anno di vita, un tasso di mortalità infantile tra i più alti in Europa, così come lo erano l'incidenza di pellagra e di malattie infettive..
Le industrie e infrastrutture erano molto limitate rispetto agli altri maggiori paesi europei. Il potere nel Regno era in mano ai grandi proprietari terrieri. Solo il 1,9% della popolazione aveva diritto di voto per eleggere la Camera, mentre il re nominava i senatori. La politica dei primi decenni unitari era preoccupata di consolidare l'unità nazionale nella pubblica amministrazione, nelle finanze pubbliche e nelle principali infrastrutture dei trasporti. Un esercito numeroso rimase il metodo di controllo del malcontento sociale, specie nel meridione..
Prima fase dell'età liberale Durante i primi trent'anni lo sviluppo economico e sociale fu molto limitato. Il paese non teneva il passo con la seconda rivoluzione industriale che fiorì dagli anni 1870 fino alla prima guerra mondiale in Europa settentrionale e in America del Nord. La classe politica dell'età liberale fu espressione principalmente dei grandi proprietari terrieri e delle élite urbane. La destra storica dominò i primi quindici anni dell'Italia unita (1861-1875). Le sue politiche economiche si concentrarono sullo sviluppo di infrastrutture su scala nazionale; la liberalizzazione del commercio; ed il risanamento di bilancio. La severa tassazione dei consumi inasprì le condizioni di vita della popolazione più povera, e produsse scontri sociali..
Durante le ultime tre decadi del secolo, l’Europa venne investita da una grave crisi economica (1873-1895). Essa era stata indotta da complessi cambiamenti economici globali, tra cui il progresso nei trasporti che favorì il commercio e la diminuzione dei prezzi delle merci. L'effetto in Italia, come in altri paesi, fu di stagnazione economica e crescenti conflitti sociali.. Circa un quarto della popolazione riceveva la carità, in una forma o l'altra..
La Sinistra Storica dominò la politica dal 1876 al 1898. Essa rifletteva una base politica relativamente più ampia di quella della Destra. Ne condivideva l'ideologia liberale ma la interpretava in maniera più pragmatica, rimanendo tuttavia parimenti influenzata dai gruppi sociali che dominavano l’epoca, ovvero gli agrari (al sud come al nord) e i nascenti gruppi industriali al nord. In reazione alla crisi economica di fine secolo, essa introdusse misure di protezionismo commerciale per proteggere gli interessi dei settori economici prevalenti (agricoltura e siderurgia). I governi della Sinistra Storica introdussero riforme politiche generali e sociali di senso più inclusivo. Nel 1882 una riforma elettorale allargò il bacino degli elettori al 6.9% della popolazione. Venne introdotto un limitato decentramento amministrativo e si avviarono le prime riforme sociali, a partire dall'istruzione pubblica.
La fine del secolo vide in Italia il collasso del sistema finanziario, la sconfitta nella guerra di Abissinia, e una svolta politica reazionaria (governo Crispi) che culminò nella repressione dei moti di Milano.
Età giolittiana La fine del secolo e i primi anni del 1900 furono anni di svolta economica in Italia. L'industria settentrionale cominciò a crescere e la produzione e le esportazioni cominciarono a differenziarsi. Il PIL crebbe ad una velocità più che doppia rispetto alle decadi precedenti. I salari reali crebbero ad una velocità maggiore del PIL e s’accentuò la crescita dei settori industriali e dei servizi mentre diminuì il peso relativo dell’agricoltura..
Gli anni da 1902 al 1914, che vanno sotto il nome di età giolittiana, videro un ulteriore progresso delle politiche di inclusione sociale, tra cui le prime riforme che fondarono lo stato sociale italiano (vedi sotto). Nel 1912 venne introdotto il suffragio universale maschile, che portò il corpo elettorale al 23% della popolazione. Le politiche economiche rimasero di stampo liberale, ma si accentuò l’interventismo statale: furono nazionalizzate le ferrovie e le assicurazioni sulla vita (1912); e si avviarono politiche di sviluppo economico del meridione e di bonifiche agrarie, la cui efficacia fu tuttavia limitata da clientelismo e gestione burocratica..
Conflitto mondiale e la ripresa post-bellica Il conflitto mondiale costò all’Italia immense perdite in vite umane (accentuate dalla influenza spagnola). L’economia tuttavia continuò a crescere durante il periodo bellico, sebbene non ai ritmi dell’età precedente. La guerra indusse profonde trasformazioni economiche e sociali: alcuni settori industriali (metallurgia, meccanica chimica), crebbero, altri si contrassero; crebbero il ruolo e le attese di interi settori sociali (le donne, gli operai, gli ex-militari smobilizzati) e delle forze politiche di sinistra e sindacali. L’iperinflazione post-bellica erose i salari fino a circa il 1920.
La classe politica liberale entrò in crisi dopo il conflitto mondiale, nel mezzo di crescenti tensioni sociali, stretta tra i nascenti nazionalismo (e poi fascismo) e movimento socialista. Tuttavia, la crisi economica dell’immediato dopoguerra venne corretta a partire dal 1920 quando si osservò una ripresa economica, con il risanamento dei conti pubblici e la crescita dei salari reali..
Origini delle riforme sociali
Radici storiche della protezione sociale
Le politiche sociali contemporanee nel mondo occidentale trovano le loro radici nell'assistenza caritatevole e beneficenza nei confronti dei poveri. Nel corso dei secoli, gli attori principali furono organizzazioni associate alla Chiesa e la filantropia nobiliare. In Europa, le prime forme assistenziali pubbliche si svilupparono in Inghilterra e Francia a partire dal XVI secolo, non solo a scopo assistenziale, ma anche repressivo e di controllo sociale dei poveri. In Inghilterra nel XVI secolo si introdusse per prima una tassazione per finanziare strutture di ricovero forzato per i poveri, affidate alle parrocchie..
Nel corso dell’ottocento, la rivoluzione industriale e la crescita demografica cambiarono fondamentalmente le società europee e crearono nuovi strati di povertà e fragilità sociale. Le prime forme di protezione sociale assunsero non solo ruoli di assistenza, ma anche di ordine pubblico e di gestione della forza lavoro. Il nascente intervento statale (più accentuato in alcuni paesi, come la Francia, che in altri) si combinava con il tradizionale ruolo della beneficenza e delle istituzioni religiose e con un ruolo crescente delle associazioni operaie e dei sindacati.
Contesto europeo nell'Ottocento Nel corso della seconda metà dell’ottocento, i paesi europei più avanzati svilupparono interventi di protezione sociali sempre più articolate, con connotazioni talora differenti, che gradualmente diedero forma ai diversi modelli di stato sociale. Con l’accentuazione dell'industrializzazione, si diffusero le associazioni operaie di ispirazione socialista che promossero forme di assistenza mutualistica. Esse soprattutto esercitarono una pressione politica per chiedere riforme sociali da parte dei governi liberali-conservatori, che guidavano la maggior parte dei paesi. In Inghilterra vennero intraprese importanti riforme legislativi che introdussero tutele del lavoro e libertà sindacali. Tra gli anni 1870-1880 vennero fondati i primi partiti socialisti in Francia, Belgio, Germania e Spagna. La questione sociale, le riforme dell’assistenza e del lavoro, e l’introduzione di assicurazioni previdenziali divennero rapidamente centrali alle tensioni sociali e alla gestione del consenso politico..
Negli anni 1880 in Germania il governo di Bismarck gettò le fondamenta del primo vero stato sociale europeo, con l’introduzione delle assicurazioni obbligatorie per malattia, infortuni, vecchiaia, invalidità e morte del capofamiglia. Furono introdotti sistemi contributivi e si ampliò il ruolo dello stato nella gestione delle previdenze, a fianco delle associazioni mutualistiche..
Riforme analoghe verso l’estensione delle coperture assicurative (volontarie od obbligatorie) vennero intraprese anche in altri stati europei, assieme alla forte crescita del mutualismo operaio, l’estensione delle tutele del lavoro, e il crescente intervento pubblico nell'assistenza locale..
Situazione dell’Italia unificata In Italia l’assistenza era gestita dalle Opere Pie associate alla Chiesa e finanziate dalla beneficenza, lasciti ereditari e dal patrimonio delle congregazioni religiose. Nel 1861 esistevano 18,000 Opere Pie. Le loro risorse economiche aggregate erano molto ingenti..
Le società operaie si erano diffuse soprattutto in Piemonte, in seguito allo spazio concesso dallo Statuto Albertino all'associazionismo. Nel 1861, si contarono 450 società mutualistiche. Esse erano ispirate più da idee mazziniane e liberali che socialiste.
Lo Stato aveva un ruolo assistenziale marginale: attraverso il Ministero dell’Interno, si occupava di medicina preventiva e delegava l’assistenza alle autorità locali. Le leggi consideravano la povertà un problema di ordine pubblico e includevano norme punitive e restrittive per “oziosi” e “vagabondi”. Nel 1862 una legge di riforma introdusse un blando controllo statale sulle Opere Pie, applicando un approccio che già esisteva in Piemonte. La legge delegò le funzioni di controllo a province e comuni, incaricati di assistere i poveri attraverso le Congregazioni di carità e gli Uffici pubblici di beneficenza.L’assistenza sanitaria e sociale era limitata e indirizzata a poche categorie vulnerabili: fanciulli abbandonati, malati di mente e alcuni portatori di handicap.
Nascita dello stato sociale in Italia
Riflessione politica e culturale sulla questione sociale Più filoni di pensiero e pressione politica influenzarono la nascita delle politiche sociali. I governi liberali erano espressione di elite urbane, agrarie ed industriali. A fronte dei cambiamenti sociali ed economici e della crescita dei movimenti socialisti e operai, essi promossero gradualmente politiche più inclusive..