Il parco Visconteo fu riserva di caccia e luogo di svago e rappresentanza dei duchi di Milano e collegava il castello di Pavia alla Certosa.

Storia Il parco Visconteo fu una delle più originali creazioni della dinastia milanese: un vastissimo parco destinato principalmente alle cacce e allo svago dei signori e della corte (il più vasto d’Europa ai tempi) al cui interno si trovavano anche aziende agricole, fornaci e mulini di proprietà dei signori di Milano. La fama del parco era diffusa un po’ in tutta Europa, Geoffrey Chaucer, che forse ebbe modo di visitarlo durante il suo soggiorno presso la corte viscontea nel 1378, probabilmente faceva riferimento a esso descrivendo Nei racconti di Canterbury il giardino del nobile cavaliere pavese Gennaio: «così bello che non so un altro uguale in nessun posto». Sicuramente per Galeazzo II, e ancor di più per Gian Galeazzo, il parco aveva anche un forte valore simbolico: l’antico palazzo reale di Pavia, sede dei sovrani longobardi e di quelli del regno d’Italia, era dotato di un vasto giardino (viridarium), con la realizzazione del grande parco i Visconti intendevano quindi riallacciarsi a quel passato, manifestando le loro aspirazioni regie. Infatti il parco non era destinato solo allo svago, alle cacce e ai tornei (uno dei più memorabili fu organizzato da Galeazzo Maria nel 1471) dei signori, ma fu utilizzato dai Visconti e dagli Sforza come luogo di rappresentanza, qui venivano portati sovrani, prelati, ambasciatori e tutti gli ospiti più importanti, che osservando l’abbondante selvaggina, gli animali esotici, la bellezza degli edifici e l’imponenza del complesso certosino, avevano così modo di toccare con mano la grandezza dei duchi di Milano. Il parco era diviso tra il Parco Vecchio (formato dal Giardino del castello e dal Barchetto) voluto da Galeazzo II dopo il 1366 e che si estendeva per 14 chilometri quadrati e aveva un perimetro di 15 chilometri e il Parco Nuovo aggiunto da Gian Galeazzo. Con il completamento del muro di cinta, nel 1399, si veniva così a creare un vastissimo parco, la cui superficie, grazie all’addizione di Gian Galeazzo, raggiungeva i 22 chilometri quadrati (2.200 ettari), circondata da mura (il cui perimetro misurava 25 chilometri) alte 2,5 metri e spesse 90 cm e torri. Il parco si apriva, quasi a ventaglio, a nord del castello di Pavia, sede della corte di Galeazzo II e di Gian Galeazzo, terminando alla Certosa, pantheon dinastico della dinastia ambrosiana. Pur mantenendo vasti spazi agricoli, il parco era caratterizzato dalla presenza di grandi zone boschive, piantumante secondo un preciso progetto paesaggistico: esse erano infatti poste lungo i margini, lasciando libero il corpo centrale, attraversato dalla valle della Vernavola (a sua volta delineata solo una fascia di ontani), in modo che lo sguardo dei visitatori potesse spaziare e percepire la grandezza del parco. Anche i boschi erano attentamente studiati, essi erano infatti caratterizzati dalla presenza di un’essenza principale per ogni massa arborea, si ottenevano così il “bosco delle querce”, quello “dei castagni” e quello “degli olmi”. Il parco ospitava una ricchissima fauna: in età sforzesca il numero di cervi, daini e caprioli superava le 5.000 unità, ma moltissime erano anche le lepri, i fagiani, le pernici e le quaglie. Non mancavano anche orsi, posti principalmente in un serraglio detto “orsaia”. Un apposito serraglio conteneva rare specie esotiche, con esemplari a volte unici in Europa, quali struzzi, ghepardi e leopardi, bertucce e cercopitechi, pappagalli, leoni, e una capra nubiana, immortalati nel celebre Taccuino dei disegni di Giovannino de' Grassi, primo esempio di dettagliata raffigurazione naturalistica di specie esotiche dell'arte europea. Sappiamo inoltre che durante l’estate, per impedire che gli animali danneggiassero i raccolti, venivano allestiti steccati e aree delimitate dove essi venivano alloggiati. Con la caduta degli Sforza nel 1500 il parco entrò in decadenza: nel 1522 l’esercito francese che allora assediava Pavia si accampò nel Parco e lo devastò e maggiori danni furono portati durante la battaglia del 1525, che si svolse infatti al suo interno. Nel XVI il parco e gli ex edifici e strutture dei duchi furono gestiti dalla Camera Ducale, ma a Milano non vi era più una corte, dato che il duca era ora il re di Spagna, e quindi la Camera (pur nominando periodicamente nuovi capitani del Parco) si limitò ad affittare i beni a privati, principalmente aristocratici pavesi o milanesi. Progressivamente il magnifico parco scomparve: le mura e diversi edifici e strutture divennero una cava da mattoni e di altri materiali edilizi, dati in concessione a privati o ordini religiosi e sfruttati anche per costruzione dei nuovi bastioni di Pavia. Non diversamente i grandi boschi furono progressivamente abbattuti, si ha infatti notizia che, dal 1575 al 1670, parecchi alberi vennero destinati alle esigenze dell’artiglieria del ducato di Milano, mentre altri furono ceduti a privati. Con l’arrivo degli austriaci, a partire dagli anni ’50 del Settecento il Magistrato Camerario dello Stato di Milano progressivamente mise in vendita i fondi e i beni dell’ex parco. Nonostante le devastazioni, all’interno dell’area dell’ex parco si conservano tre aree naturalistiche (per certi versi eredi del magnifico parco): il parco della Vernavola, la garzaia della Carola e quella di Porta Chiossa, che si estendono per una superficie di quasi 148 ettari.

Descrizione Il Parco Vecchio: il Giardino del castello e il Barchetto

Dei lavori intrapresi da Galeazzo II per la creazione in capo al castello di un giardino e di un recinto di caccia (il Barchetto) sono menzionati per la prima volta nella corrispondenza del 1366 con Guido Gonzaga. A Mantova si indirizzava infatti il Visconti per piantumare un terreno già recintato, per cagne bracche e cigni, quest’ultimi da immettere nelle peschiere costruite tutt’intorno e a nord del castello.

Ordini di pagamento per i lavori manutentivi, fatti eseguire nel 1438 da Filippo Maria, riferiscono il nome e, grossomodo, l’ubicazione delle peschiere come pure delle falconiere: Castelina, Regale sive de casteaneis (a Mirabello), falconiera detta della Fornace, sulla Carona e presso la fornace di Mirabello.

Una grande peschiera (pischeria magna) era nel giardino e dalle misure date (204 metri di lunghezza e 16 circa di larghezza) si comprende la forma rettangolare, assai stretta e allungata. La peschiera ha “cornigi” (archetti preordinati per il riparo dei pesci dai rigori invernali e dalle calure estive), coincidenti con la descrizione fatta più di un secolo dopo dallo storico pavese Stefano Breventano. Già tra il 1383 e il 1384 Gian Galeazzo intraprese un generale riassetto del giardino: recinzioni lungo gli scolatoi delle peschiere, steccato lungo i prati della Carona e della Vernavola, recinzioni alla Torretta, pergolati per il padiglione. Nel 1384 venne anche riparato il castello di Mirabello, mentre erano in corso d’opera una cascina dietro il castello verso Santa Maria delle Pertiche, nonché il cantiere (o meglio il restauro) della Torretta, che sarà poi la “villa di piacere” suburbana del signore, per il quale furono condotti dalla riva del Ticino 244 carri di mattoni. Ancora nel 1389 venne costruito un recinto in legno per l’ovile delle pecore del signore e furono rifatti i pergolati del padiglione.

Dal Barchetto si restituisce la forma a cuneo, con apice all’altezza di Campeggi e delimitazione a oriente nella strada del Corso (l’antica strada romana che collegava Pavia con Milano e che da Porta San Vito raggiungeva il castello di Mirabello) sul quale si affacciava la porta d’ingresso del Barchetto. Il Giardino, ugualmente delimitato dalla strada del Corso, doveva estendersi a oriente almeno fino alla strada Vigentina. Ciò si intuisce dagli edifici fatti demolire da Galeazzo II per la sua costruzione: il monastero di San Cristoforo, la chiesa e l’ospedale di Sant’Antonio (fuori Porta San Vito) e la chiesa dei Carmelitani appena fuori Porta Santa Maria alle Pertiche.

Il giardino non ha allora valenza diversa dall’ hortus conclusus suburbano, luogo di svago del signore e della sua corte, distinto rispetto alle possessioni fondiarie, acquistate preferibilmente a occidente del Navigliaccio o lungo il suo asse, ciascuna con una propria produzione specializzata (vino, grano, avena ecc.).

Il Navigliaccio, dedotto da Galeazzo II nel 1365, ingenera la sistemazione idraulica congiunta della città (fossati, fosse della cittadella e del castello, Carona occidentale) e del suo territorio che è premessa per la più straordinaria tra le creazioni signorili: il parco Visconteo, del quale segna il margine occidentale, unitamente alla nuova strada Pavia- Binasco (attuale statale dei Giovi).

Il Parco Nuovo Il parco propriamente inteso, protetto da mura, è opera di Gian Galeazzo. L’idea del latifondo signorile, separato in uno con la porzione settentrionale di Pavia che accoglie – e le contrappone- le sedi rappresentative del potere, sembra prendere corpo con i provvedimenti del 1383. Venne infatti costruita allora una nuova strada maestra per Milano a margine e in tangenza orientale del Navigliaccio (l’attuale statale dei Giovi), mentre la strada del Corso (l’antica rettilinea strada romana che univa Pavia a Milano) restò interno al parco, rimanendo così di esclusivo utilizzo del signore e della sua corte. Da allora la Cittadella venne intensivamente occupata con residenze ducali, stalle e magazzini (dove vennero depositati i prodotti provenienti dalle tenute agricole signorili) e Porta San Vito, che si apriva sulla strada del Corso, venne chiusa.

Il compimento del parco, nella sua completa estensione e articolazione, sembra correlabile con l’acquisto da Antonio Meriggi dell’intera tenuta di Cornaiano nel 1394. I nomi Parco e Parco Vecchio si attestano nel 1395, nel 1396 è menzionata la divisia nova, cioè il muro che divideva i due parchi. Quindi a questa data dovevano essere già ultimate le mura del parco, realizzate sottraendo anche sedimi a privati ed enti religiosi, come ebbe a lamentarsi il capitolo di Santa Maria alle Pertiche, al quale erano stati sottratti alcuni terreni per la costruzione delle mura.

Strutture, edifici e insediamenti nel parco

Il Bagno ducale

Durante i restauri degli edifici del Parco intrapresi da Filippo Maria nel 1438, viene menzionato il Grande Bagno del Giardino; le misure dell’impianto (che era una vera e propria piscina coperta), ma anche il collegamento con la peschiera grande dello stesso giardino, collimano con la famosa descrizione di Stefano Breventano (1570), allorché, con le distruzioni già intervenute all’epoca della caduta di Ludovico il Moro, non sussisteva altro che la vasca di forma quadrata di 18 passi (pari a circa 25 metri di lato), con rivestimento di marmo bianco, racchiusa un tempo da tavole di larice, con quattro grandi finestre e un tetto a forma di padiglione. Nel 1438 il bagno viene rivestito in serizzo da Ambrogio Orsanigo, che fu pagato per il taglio, squadratura, formazione dei fori e sedi per le grappe del serizzo del bagno. Non se ne ha la certezza, tuttavia è possibile che alcuni studi di Leonardo da Vinci per i condotti dell’acqua calda e fredda «del bagno della duchessa» fossero proprio riferiti alla “piscina” del parco, anche se si è ipotizzato che Leonardo realizzò, intorno al 1490, un nuovo bagno per Isabella di Aragona. Quando il bagno era utilizzato dai duchi, per tutelare la loro privacy, venivano posizionati dei pannelli di legno intorno alla struttura, si conserva infatti una lettera di Galeazzo Maria indirizzata al capitano del Parco con la quale lo Sforza sollecitava l’invio di “ante” in legno per il bagno.

La Torretta e il Giardino della Torretta