La moda sostenibile (o ecosostenibile), in inglese sustainable fashion (o eco fashion), è un movimento e un processo di promozione del cambiamento del sistema moda verso una maggiore integrità ecologica e giustizia sociale. Il cambiamento auspicato non è indirizzato esclusivamente alla filiera tessile o al prodotto di moda, bensì comprende un mutamento di paradigma per l'intero sistema.
Ciò significa occuparsi di sistemi tra loro interdipendenti, come quello economico-finanziario, sociale, culturale ed ecologico, considerando la moda dal punto di vista di diversi stakeholder, sia a livello sociale (utenti e produttori), sia a livello ambientale, tenendo conto dell'ecosistema terrestre presente e futuro.
Le definizioni "moda sostenibile" o "moda per la sostenibilità" indicano dunque la consapevolezza delle influenze sistemiche e delle interconnessioni complesse e di lungo periodo tra contesti materiali, sociali e culturali nella moda. La moda sostenibile è responsabilità dei cittadini, del settore pubblico e privato.
Un esempio chiave della necessità di pensare in modo sistemico (system thinking) nella moda è dato dal fatto che i benefici delle iniziative a livello di prodotto, come la sostituzione di un tipo di fibra con un'opzione meno dannosa per l'ambiente, sono vanificati dagli effetti negativi dell'aumento dei volumi di prodotti immessi sul mercato.
Vicini ma comunque distinti dal concetto di "moda sostenibile" sono invece gli approcci e le definizioni di "green fashion" e "", che enfatizzano l'aspetto ambientale, e "moda etica", che si focalizza in via primaria sull'aspetto sociale. La moda ecosolidale, in particolare, individua nel prodotto ideale un capo di produzione locale, dal design essenziale, realizzato con materiali naturali e riciclabili e distribuito con un imballaggio ridotto al minimo. Tali definizioni, sebbene indichino una volontà di affrontare questioni ambientali e sociali, hanno un approccio circoscritto alla risoluzione di singoli problemi, tralasciando la prospettiva sistemica.
L'industria tessile L'industria tessile è una delle più redditizie e, allo stesso tempo, inquinanti al mondo. Produce un fatturato annuo di 1.500 miliardi di euro e oltre un miliardo di capi all'anno.
La produzione e la manutenzione degli abiti richiedono ingenti quantità di acqua, energia e risorse non rinnovabili. Le cause che rendono il ciclo di vita dei vestiti insostenibile sono riconducibili a diversi fattori:
elevato utilizzo di energia e scelta di materiali non biodegradabili in fase di produzione; impiego di grandi quantità di carburante per il trasporto di materie prime e prodotti; produzione di ingenti quantità di rifiuti solidi.
Il maggior uso di sostanze chimiche nella produzione tessile avviene durante il cosiddetto "processo a umido", cioè nella tintura, nel lavaggio, nella stampa e nei fissaggi; i macchinari adibiti a queste procedure consumano molta acqua. L'insostenibilità ambientale dell'industria della moda non è limitata alla sola fase di produzione dei capi, ma si protrae anche durante il loro utilizzo e nella fase di smaltimento..
Storia Le origini del movimento della moda sostenibile si intrecciano con quelle del movimento ambientalista moderno, di cui fa parte, e in particolare con la pubblicazione nel 1962 del libro Silent Spring della biologa statunitense Rachel Carson.. Il volume, avveniristico per l'epoca, esponeva il grave e diffuso inquinamento associato all'uso di agrofarmaci come parte dell'industrializzazione, tema ancora oggi centrale nel dibattito sull'impatto ambientale e sociale della moda.
Nei decenni successivi l'impatto delle azioni umane sull'ambiente è stato oggetto di un'indagine più sistemica, che comprende gli effetti dell'attività industriale, e di nuovi concetti per mitigarne le conseguenze, in particolare lo sviluppo sostenibile, termine diffuso nel 1987 dal Rapporto Brundtland.
All'inizio degli anni novanta, in concomitanza con la conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo del 1992, nota come Summit della Terra, i "temi verdi" (come venivano chiamati all'epoca) sono entrati nelle pubblicazioni di moda e tessili.Textiles and the Environment, in International Textiles, vol. 726, 1991, pp. 40-41.Rethinking Ecology, in Textile View, n. 24, 1993, pp. 201-207.
In genere queste pubblicazioni presentavano il lavoro di aziende come Patagonia ed Esprit, che alla fine degli anni ottanta avevano introdotto preoccupazioni ambientali nelle proprie attività. I loro titolari dell'epoca, Yvon Chouinard e Doug Tompkins, erano outdoorsmen e vedevano l'ambiente danneggiato dalla sovrapproduzione e dal consumo eccessivo di beni materiali.
Entrambe le aziende commissionarono ricerche sugli impatti delle fibre utilizzate. Per Patagonia ciò portò a una valutazione del ciclo di vita di quattro fibre: cotone, lana, nylon e poliestere. Per Esprit l'attenzione si concentrò sul cotone — e sulla ricerca di alternative migliori — che all'epoca rappresentava il 90% del suo giro d'affari. Una simile attenzione all'impatto e alla selezione dei materiali è rimasta la norma nella moda sostenibile per oltre trent'anni..
I principi della moda "green" o "eco", come proposti da queste due aziende, si basavano sulla filosofia dell'ecologia profonda di Arne Næss, Fritjof Capra ed Ernest Callenbach e sul pensiero del teorico del design Victor Papanek..
Questo imperativo si fonda anche sulla comprensione femminista delle relazioni uomo-naturaGreta Gaard, Lori Gruen, Ecofeminism. Toward Global Justice and Planetary Health, in Society and Nature, vol. 2, 1993, pp. 1-35., sull'interconnessione e sulletica della cura come sostenuta da Carolyn MerchantCarolyn Merchant, The Death of Nature, Londra, Bravo, 1990., Suzi Gablik, Vandana ShivaVandana Shiva, Staying Alive, Zed Books, 1989. e Carol Gilligan, personalità che contribuirono a finanziare la prima conferenza sul cotone biologico, tenutasi nel 1991 a Visalia, in California. Nel 1992 fu lanciata la Esprit eco-collection, sviluppata dalla stilista Lynda Grose sulla base della Eco Audit Guide pubblicata dall'Elmwood Institute.
Nel corso degli anni novanta e all'inizio degli anni duemila il movimento della moda sostenibile si è esteso a molti marchi. Anche se l'attenzione primaria è rimasta incentrata sul miglioramento dell'impatto dei prodotti attraverso la lavorazione delle fibre e dei tessuti e la provenienza dei materiali, Tompkins e Chouinard individuarono presto la causa fondamentale dell'insostenibilità nella crescita esponenziale e nel consumo.. Il tema era già stato oggetto di riflessione per Esprit: nel 1990 il marchio aveva pubblicato un annuncio su Utne Reader in cui invocava un consumo responsabile. Nel 2011 Patagonia ha diffuso la campagna Don't buy this jacket, accompagnata dall'immagine di un proprio capo, per incoraggiare i consumatori a considerare l'effetto ambientale del consumo di moda e ad acquistare soltanto ciò di cui hanno bisogno.
Parallelamente all'agenda dell'industria, dall'inizio degli anni novanta si è sviluppata un'agenda di ricerca sulla moda sostenibile, che ha ora una propria storia, dinamica, politica, pratiche e un proprio linguaggio analitico e critico.Fra gli altri: ; ; Timo Rissanen, Holly McQuillan, Zero Waste Fashion Design, Londra, Bloomsbury, 2018. Il settore ha una vasta portata e comprende progetti tecnici che mirano a migliorare l'efficienza delle risorse nelle operazioni esistenti., il lavoro dei marchi e dei designer secondo le priorità correnti. e le proposte di chi cerca di ridisegnare il sistema della moda in modo radicalmente diverso, inclusa la logica di crescita.. Nel 2019 un gruppo di ricercatori ha costituito la Union of Concerned Researchers in Fashion per sostenere attività di ricerca radicale e coordinata, commisurate alle sfide della perdita di biodiversità e dei cambiamenti climatici.
Obiettivi L'industria della moda ha l'opportunità di agire diversamente e di riconsiderare il ruolo del profitto e della crescita, creando allo stesso tempo nuovo valore per la società e per l'economia.
L'obiettivo della moda sostenibile è creare ecosistemi e comunità prosperi attraverso la propria attività, il che può comprendere: aumentare il valore della produzione e dei prodotti locali, prolungare il ciclo di vita dei materiali, valorizzare i capi di abbigliamento senza tempo, ridurre la quantità di rifiuti e limitare i danni all'ambiente creati dalla produzione e dal consumo..
Un altro obiettivo è educare le persone a un consumo rispettoso dell'ambiente, promuovendo la figura del green consumer. Vi è tuttavia una crescente preoccupazione che tale modello possa incentivare la crescita economica, mentre gli obiettivi dell'impresa sostenibile sono mitigare e invertire l'inquinamento, lo sfruttamento del lavoro e le disuguaglianze da cui l'industria della moda trae profitto.
Ciò è emerso chiaramente nelle discussioni seguite alla notizia che nel 2018 Burberry avrebbe distrutto merci invendute per un valore di circa 28,6 milioni di sterline, esponendo non solo la sovrapproduzione e la successiva eliminazione delle scorte come pratica commerciale ordinaria, ma anche i comportamenti dei marchi che minano attivamente un'agenda di moda sostenibile.
La sfida di rendere la moda più sostenibile richiede un ripensamento dell'intero sistema. La Union of Concerned Researchers in Fashion sostiene che l'industria stia ancora discutendo le stesse idee avanzate alle origini, tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta, e che, guardando al lungo periodo, i progressi effettivi in termini ecologici siano stati scarsi, poiché i cambiamenti incrementali sono stati assorbiti da un'economia in espansione fondata su estrazione, consumo e spreco.
Una domanda ricorrente per chi opera nel campo è se la stessa espressione "moda sostenibile" non costituisca un ossimoro.. Ciò riflette la difficoltà apparentemente insanabile di coniugare la moda (intesa come cambiamento costante, legata a modelli di business fondati sulla continua sostituzione dei beni) e la sostenibilità (intesa come continuità e parsimonia). Il paradosso si attenua se la moda viene considerata in senso ampio, non solo come processo allineato ai modelli espansionistici. e al consumo di nuovo abbigliamento, ma come meccanismo che conduce a modi di vivere più consapevoli. su una Terra preziosa e mutevole..
Sostenibilità sociale, ambientale ed economica
La sostenibilità si articola in tre dimensioni:
sostenibilità sociale: la capacità di garantire condizioni di benessere umano equamente distribuite per classi e genere; sostenibilità ambientale: la capacità di mantenere qualità, riproducibilità e reperibilità delle risorse naturali; sostenibilità economica: la capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione.
Principi e pratiche L'approccio sostenibile al design dell'abbigliamento coniuga una dimensione etica, relativa alle condizioni di lavoro e al benessere dei lavoratori, e una ambientale, orientata all'impiego di materiali a basso impatto tanto in fase di produzione quanto di smaltimento.
Principi e caratteristiche Il settore si fonda su alcuni principi ricorrenti:
Condizioni di lavoro. Dagli anni novanta il movimento si oppone allo sfruttamento dei lavoratori, in particolare dei minori, e sostiene l'innalzamento dei salari nei paesi in cui la manodopera tessile è retribuita al di sotto della soglia di sussistenza. Riciclo e riduzione degli scarti. Si mira a riutilizzare quanto più materiale possibile, limitando gli scarti allo stretto necessario. Diritti degli animali. La sostituzione delle pellicce costituisce il primo passo, seguita da quella di altri materiali di origine animale come le piume.