Questa pagina contiene un'analisi critica delle opere di Luigi Albertini.
Le origini della guerra e i Venti anni . Sotto il profilo della finalità ideologica, Luigi Albertini è stato esplicito: "Mi sono dilungato nell'esame delle cause della sconfitta romena perché in quest'opera, la quale si propone un fine politico, è opportuna la dimostrazione delle sciagure che può produrre l'infatuazione nazionalistica". L'uso di un termine di valore antropologico come "infatuazione", anziché "ideologia", aiuta a capire come Albertini sentisse l'identità nazionale come un'identità personale dotata dei vizi e delle virtù di un corpo. Nelle sue pagine sarebbe impossibile trovare parole come quelle con cui Gaetano Salvemini, citando Cattaneo, tese sempre ad interpretare i vizi delle forze politiche come distorsioni ideologiche, miste di realismo e d'immaginazione - e dunque come distorsioni soltanto mentali: "Non esiste nessun programma politico il quale non sia inquadrato, sorretto, animato da una ideologia. Anche il nazionalismo, anche l'imperialismo sono ideologie. (...) Vi sono ideologie intelligenti che ci aiutano a comprendere e a classificare senza sforzi e senza storture le nuove esperienze ..., e vi sono ideologie imbecilli che contrastano con la realtà ...".Gaetano Salvemini, Dal patto di Londra alla pace di Roma, ESL, Roma 2016, pp. XXV-XXVI. Albertini preferisce non menzionare la parola "ideologia" neppure nell'accezione negativa del termine, e parla, quando raramente gli occorre, di "idealità". Preferisce spiegare le reazioni dell'opinione pubblica riferendosi a generici stati umorali e sentimentali - sui quali, tuttavia, non si sofferma per attenersi con lucidità alle cronache.
Sotto il profilo dello svolgimento tematico, le due principali opere storiografiche di Albertini si possono considerare come il complemento di centro-destra rispetto alla storiografia di centro-sinistra di Gaetano Salvemini. Il loro valore formativo non ideologico bensì tecnico, professionale, è di primissimo piano - tanto, che la loro lettura meriterebbe di entrare obbligatoriamente nei programmi delle Facoltà di Scienze Politiche sotto l'insegna della speciale materia "Scrittori Politici Italiani". Durante i decenni del secondo dopoguerra, che hanno visto dominare nei nostri programmi universitari le storiografie crociana oppure marxista, il ruolo formativo della storiografia democratico-liberale autoctona è rimasto adespoto, e il vuoto creato dalla noncalanza è stato colmato mediante riferimenti esteri, per lo più anglo-americani e francesi. Ma i posti di guida italiani non sono mai stati affatto vacanti, bensì semplicemente trascurati.
Altro aspetto assai importante che accomuna le caratteristiche delle due attività albertiniana e salveminiana è la promozione del professionismo giornalistico al rango di grande storiografia. Si tratta di un fenomeno prettamente novecentesco, sconosciuto ai due secoli precedenti: nei quali il professionismo accademico ha sprezzato in linea di principio il valore di fonte delle cronache non memorialistiche. L'avvento e i progressi del giornalismo dovevano rendere inevitabile il fenomeno della sua trasformazione in storiografia; ma sebbene in altri paesi esso fosse già più progredito e qualificato che da noi, si può senz'altro affermare per semplice constatazione che in Italia i Salvemini e gli Albertini sono arrivati ben prima dei Cartier e degli Shirer, e con opere non certo meno consistenti e pregevoli.
Le origini della guerra del 1914 sono il frutto di una seria resipiscenza dell'autore, già impegnato nella redazione dei Venti anni di vita politica. Ad Albertini non dovette sembrare sufficiente inserire un evento di tanta portata nello sviluppo della nostra vita nazionale senza dargli un solido fondamento suo proprio mediante una trattazione della storia generale europea, dalla quale esso era scaturito. Il baricentro del rapporto fra i due assi storiografici italiano e mondiale subì in tal modo un importante spostamento in senso internazionale; e la trattazione della Grande Guerra nei tre volumi della seconda parte dei Venti anni si giovò assai del brillantissimo tirocinio diplomatico, saggistico, giornalistico e memorialistico esperito con il lavoro intercorso sulle Origini.
Se la lettura delle Origini rappresenta un eccellente tirocinio internazionalistico anche per il lettore, come fu per l'autore, bisogna però concludere che i Venti anni sono opera di maggiore valore formativo per lo spirito, per la mentalità, per la destrezza e per la competenza politecnica di un giovane esordiente alla grande vita politica. Ciò che diversamente, del resto, non avrebbe potuto essere. Non che la sua esposizione della vita nazionale sia completa - o altrimenti non ci sarebbe bisogno di cercargli complementi in Salvemini o in Nitti. È abbastanza comprensibile che la ricerca in un perfetto liberale di una maggiore comprensione per i problemi sociali diversi dal mantenimento dell'ordine pubblico rimanga troppo spesso delusa - ma non altrettanto comprensibile è la vera e propria reticenza che circonda i rari accenni alle questioni tributarie.Rapidi accenni sparsi in Venti anni, I, 1, pp. 204, 212, 215-216. Altrove parla dell'istituzione da parte di Salandra di un'imposta progressiva sull'entrata (ivi, I, 2, p. 285). Un incremento delle imposte, una riforma tributaria e finanziaria organica, un'imposta progressiva globale ivi, I, 2, pp. 305-307. Nell'autunno 1915 pensa che "Si sarebbe dovuto stabilire anche da noi su solide basi l'imposta complementare sui redditi" (ivi, II, 2, p. 63). Nel febbraio del 1917 il ministro delle finanze Meda "accennò" alle linee di una riforma tributaria concepita da Einaudi (ivi, p. 412) Per chi abbia letto le memorie di Lloyd George, poi, anche l'aspettativa di una trattazione dei problemi riguardanti l'approvvigionamento commerciale dall'estero e la produzione industriale, nonché l'organizzazione dei trasporti e della sussistenza, resta delusa per ragioni meno comprensibili. Si capisce che Albertini era un liberale per idealità e per cultura politecnica diretta, esercitata in modo effettuale, conclusivo, mentre aveva meno interesse per i troppo aleatori svolgimenti di largo raggio e di lungo periodo.
Muovendosi sull'esagono dei principali vertici della grande vita politica (diplomatico, parlamentare, militare, sociale, finanziario, produttivo) Albertini è un grande maestro nei primi tre, che predilige: sempre precisissimo e persino insistente, ripetitivo - ciò che non nuoce mai alla lettura, rendendola appassionante col cadenzare l'anamnesi. Per l'indagine diplomatica egli è pari a Salvemini, che cita sempre con giudizio consenziente; ma per le cronache parlamentari lo può largamente superare nella sprezzante descrizione, sempre meticolosamente argomentata, della paludosa maggioranza giolittiana. E per le alternative strategiche militari della guerra, nonché persino per le dispute sulla tattica, il lettore trova in Albertini il primo chiaro sunteggiatore di quesiti che erano già stati focosamente disputati negli anni della guerra e del dopoguerra, e che vengono discussi ancora oggi in termini non diversi - ma senza mai menzionare il suo nome.Massimo L. Salvadori, per esempio, inizia la sua postfazione alla riedizione degli scritti salveminiani della vecchia edizione Gobetti 1925 con queste parole: "Nel novero delle grandi personalità che, muovendosi insieme nella sfera della cultura e della politica, hanno fatto spicco nel Novecento italiano, emergono soprattutto Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giovanni Gentile, Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci" (ESL, Roma 2016, p. 359). Il nome di Luigi Albertini al solito manca perché, con tutto il rispetto per Einaudi e per Gramsci, non si tiene conto della differenza fra il ruolo esercitato nella vita pubblica e il ruolo acquisito nella vita scientifica e letteraria
Le mancanze negli interessi di Albertini si possono senz'altro giudicare con indulgenza, qualora la sua opera venga messa a confronto con opere straniere di pari importanza. Nessuno scrittore anglo-americano presenta uno spettro di interessi altrettanto ampio né, soprattutto, variato secondo la rapsodia delle contingenze (come quando, frequentemente, l'autore si preoccupa di spiegare sviluppi diplomatici con sviluppi parlamentari, o militari, o autoritari - e viceversa). Sotto questo riguardo sinfonico, le sole memorie di Lloyd George possono essergli lontanamente paragonate - ma non le memorie assai più celebri di De Gaulle e di Churchill, troppo poco politecniche. Quanto ad un confronto con Poincaré, la differenza consiste nel fatto che le sue sono memorie personali - e fra le più soggettive. Non si trovano in Albertini (né, del resto, in Churchill o De Gaulle) giudizi ravvicinati di carattere come, per esempio, questo su Aristide Briand: "Il excellait dans la conciliation des contraires et dans l'art des adaptations successives. Il semblait avoir des organes sensoriels secrets pour flairer les occasions, pressentir les événements, sonder la pensée d'un interlocuteur et dégager l'opinion moyenne d'un auditoire".Au service de la France, Plon, Paris 1926, I, p. 19 Albertini giudica le persone soltanto coi fatti e le azioni. Per trovare qualche accenno d'una sua linea soggettivistica di giudizio rispetto ai grandi autori stranieri (o allo stesso Salvemini, del resto) bisogna, semmai, leggere le parole con cui ha contratto il suo impegno storiografico con i sentimenti della parte più virile della nostra nazione: "Accanto alla storia esteriore, cioè diplomatica, militare ed economica della guerra, c'è una storia del suo andamento morale, interiore, che non ha minore importanza dell'altra, che ad ogni modo offre un intenso interesse a chi l'ha vissuta e ne ha conosciuto tutte le ansie e tutte le speranze. Un punto da fissare di questa storia per gli Italiani è che la fiducia in noi era forse eccessiva, tale cioè da non farci render conto dei pericoli che ci sovrastavano e dei quali l'ora stava per suonare".Venti anni, II, 2, p. 194 Se non che nel corso dell'opera il lettore s'imbatte anche in giudizi ben diversi - così che essi, nell'insieme, ne costituiscono l'insolito pregio rispetto a narrazioni di tono olimpico o stentoreo.
Il lascito dei quesiti politici e costituzionali