Il complesso delle Terme sommerse di Punta Epitaffio è un impianto termale di epoca romana di circa 1700 metri quadrati che giace ad una profondità media di cinque metri ad Est di Punta dell’Epitaffio, il promontorio che chiude verso Nord l’insenatura della cittadina di Baia, frazione di Bacoli nei Campi Flegrei. Il complesso delle Terme presenta un orientamento nord-sud ed occupa un'area di m 62,50 × 27,50 circa; perlomeno nella sua ultima fase, risulta inferiore di circa un metro alla strada che cinge il promontorio, alla profondità di m 3,75.
Gli edifici che compongono questo quartiere termale mostrano due assi di orientamento: ad un nucleo, quello settentrionale (TAV. I in giallo), con orientamento Nord-Sud, si affianca un blocco obliquo con orientamento NE-SW (TAV. I in verde) e tra i due un terzo blocco costituito da due ambienti dalla forma irregolare e da un corridoio il cui pavimento è impostato su muretti paralleli (nella TAV. I è la parte in rosso); si tratta di tre nuclei chiaramente distinti per funzione e cronologia.
L’accesso alle terme avveniva con una breve rampa di scale dalla strada che, in posizione più elevata, le fiancheggia. (fig. 1)
Identificazione del proprietario della villa Un utile indizio per l’identificazione del proprietario di queste terme lo fornisce Plinio il Giovane il quale, nel Panegirico di Traiano (anno 100 d. C.) loda la decisione del Principe di vendere ai privati porzioni del praedium imperiale.
Non siamo in grado di valutare quanta parte delle proprietà imperiali di Baia Traiano abbia reso disponibile ai privati, ma, con buona probabilità, gli interventi edilizi riconosciuti nella zona meridionale di questo quartiere termale furono avviati in questo periodo o in quello immediatamente successivo.
Storia degli studi e datazione I primi studi su queste terme sommerse si devono a Nino Lamboglia che diede avvio ad una serie di esplorazioni traendone anche una prima planimetria negli anni 60. Tuttavia occorre tener presente che l’archeologo non effettuava in prima persona le immersioni sulle strutture bensì una serie di volenterosi collaboratori non archeologi pertanto le planimetrie redatte in quell’occasione mostrano qualche imprecisione.
A partire dal 1984 queste terme sono state oggetto di una campagna di rilievo sistematico ad opera di Gennaro Di Fraia, Eduardo Scognamiglio e Nicolai Lombardo a cui si deve la prima planimetria completa e la pubblicazione di una corposa relazione nel 1985I risultati di questo studio in Puteoli Studi di Storia Antica, IX-X, 1985-1986, pag. 211 ss. Con relativa bibliografia precedente; Archeologia Subacquea. Studi, ricerche e documenti, Roma 1993, pag. 49 ss..
I risultati di questa esperienza hanno consentito la creazione (da parte del Ministero dell’Ambiente con il Ministero dei Beni Culturali e la Regione Campania) del “Parco Sommerso di Baia” (D.I. 7.08.2002).
Le principali fasi di vita del complesso aiutano nella datazione di queste terme.
La presenza di tubuli fittili nel laconicum e nel calidario n. 9 non deve trarre in inganno; in realtà la maggior parte di questi ambienti prevedeva un uso di tegulae mammatae e un frammento rinvenuto nel tepidario lo conferma. In termini cronologici ciò si spiega come una sorta di tecnica sperimentale; la novità dei tubuli, pur nota, viene usata con una certa parsimonia, preferendo affidarsi al più collaudato sistema delle tegulae. I tubuli compaiono per la prima volta nelle Terme Marittime di Ercolano, datate dal Maiuri agli inizi dell'età flavia, ed è in quest'epoca, o poco prima, che anche a Baia dovette iniziare quest'uso.
Ancora in un'epoca compresa tra Nerone e i Flavi; possiamo inquadrare la particolare tecnica muraria utilizzata nella prima fase del frigidario: i radi ricorsi laterizi dell'opera mista e i moduli che oscillano tra 23 e 25 centimetri consentono, seppure con la dovuta cautela, di datare il nucleo più antico di questo quartiere intorno agli anni '60 del I sec. d.C.
Qualche anno più tardi, si aggiunse un altro nucleo Nord, quello del ninfeo, ma come si nota anche osservando la planimetria (TAV. I la zona in rosso), la cesura tra i due corpi non fu mai del tutto assorbita. Nel punto dove si realizzò la fusione dei due diversi nuclei del complesso la differenza di orientamento obbligò a soluzioni poco ortodosse, come la creazione dell'ambiente n. 10, di forma chiaramente irregolare.
Il rilievo e lo studio eseguito negli anni Ottanta hanno individuato ben sette livelli, ma non tutti vanno interpretati come indizi di altrettante fasi, anche se è chiaro che queste terme videro nel tempo un gran numero di modifiche architettoniche e funzionali. In realtà è solo con il terzo livello che si notano mutamenti sostanziali, dovuti ad una nuova forma di utilizzazione non più legata ad un ristretto gruppo privato, ma aperta probabilmente ad un pubblico più vasto.
Il corridoio n. 1 venne tamponato, si costruì il muro in reticolato a sud-ovest nell'ambiente n. 3 della TAV. I: interventi che non lasciano dubbi sull'intento di separare definitivamente il complesso termale dal nucleo originario. Ed è ora che si crea il recinto della palestra, ma evidentemente con una tecnica affrettata, viste le pessime condizioni dell'elevato conservato solo per pochi centimetri.
Quanto all'epoca in cui si eseguirono queste modifiche, si può osservare che il reticolato dell'ambiente n. 3 non presenta ammorsature in tufelli: questo potrebbe indicare che non si tratta di un'opera del I secolo, ma di un revival adrianeo.
Un altro particolare interessante sono i due pilastri che ricoprirono le colonne esterne della facciata del ninfeo; è all'epoca di Adriano che si diffonde l'uso di pilastri accanto alle colonne e tali ristrutturazioni potrebbero essere datate appunto alla fine del primo quarto del II sec. d.C. Forse allora si provvide anche alla realizzazione del lungo bacino di fontana nel cortile del ninfeo. Qualche tempo dopo si ristrutturarono gli ambienti termali; il calidarium e il tepidarium furono dotati di suspensurae e di pavimenti marmorei, il frigidarium di un piano di calpestio posto su una ruderatio molto eterogenea.
Nell’ultima fase, la settima, si realizzarono quei muretti paralleli adiacenti alla natatio (TAV. I in rosso) eliminando il passaggio verso il frigidario, all'interno del quale, presumibilmente in questa fase, si aggiunsero i due episodi curvilinei aperti sulla vaschetta di fondo.
Nell'ambiente n. 10, con la creazione del muro sud-occidentale, sul quale si arrestano le suspensurae realizzate con i suddetti muretti, si cercò di regolarizzare l'accentuata asimmetria del vano, adibendolo a vestibolo della natatio.
Certo non è semplice stabilire un'esatta cronologia per tutti questi interventi, ma l'elevato modulo dei laterizi, dovuto ad un grosso spessore della malta, porta a credere che la data degli ultimi rimaneggiamenti nelle terme sommerse a Punta dell'Epitaffio vada inquadrata nel III sec. d.C., in analogia con un uso riscontrato a Roma e in genere nel Lazio.
Descrizione degli ambienti L'accesso è dato da due gradini che dalla strada basolata scendono in una corte, movimentata sul fondo da un'esedra rettangolare di m 5,50 × 3,05 e sul lato destro da un piccolo ambiente di m. 1,63 × 2,10 realizzato in laterizio che conserva un elevato di appena due filari laterizi; probabilmente questo piccolo vano cieco in origine poteva essere una fontana a vasca rettangolare. (TAV. I n. 2)
Sui lati della corte due corridoi conducono alle due distinte parti dell'edificio.
Seguendo il corridoio settentrionale, attraverso due soglie riconoscibili oggi solo per la presenza di un plinto trachitico che un tempo le separava, si raggiunge un vasto cortile di m 24,60 × 7,50 che nel tempo ha subito vari rimaneggiamenti. (TAV. I n. 13)
In una prima fase questo cortile si presentava lineare ed elegante con una serie di quattro colonne tortili in marmo nero che, correndo al centro di esso, parallele ai lati lunghi ed unite, quelle più esterne, da una transenna di marmo bianco, segnavano l'ingresso ad un ninfeo posto su un podio. (fig. 2)
In seguito si rielaborò il tutto inserendo, parallelamente al lato orientale del cortile, un muretto che addossava le sue testate al rivestimento parietale in marmo della prima fase di cui restano tracce nell'angolo N-E del cortile.
Questo tramezzo, spesso 60 centimetri e distante un metro dalla parete, è ridotto al solo nucleo cementizio e presenta sulla facciavista occidentale i fori lasciati dai pali della cassaforma entro la quale venne effettuata la gettata. Sotto di esso, in prossimità della parete meridionale del cortile, si è rinvenuta una canaletta scavata nella ruderatio del piano di calpestio.
Scartando l'ipotesi di un rimaneggiamento per motivi statici, possiamo interpretare questo spazio tra i muri come un bacino di fontana lungo ben 24,60 metri.
Si aggiunse poi una ripavimentazione di tutto il cortile che inglobò le basi delle colonne e due di queste, quelle più esterne, furono rivestite e trasformate in pilastri quadrati modificando in tal modo la facciata del ninfeo.
Il nucleo del ninfeo consta di cinque lati movimentati da tre nicchie di cui quelle laterali disposte oblique. (TAV. I n. 14) Questo vano, posto su un basso podio, era raggiungibile mediante due rampe di scale separate, un tempo, da due colonne.
L'ambiente, di m 13,22 × 6,62, realizzato in laterizio, si conserva per un’altezza di 17 centimetri solo sul lato Nord dell'abside centrale, dove una lastrina di giallo antico, ancora in situ, testimonia il tenore del rivestimento parietale mentre altrove restano solo uno o al massimo due filari laterizi.
L'abside meridionale, larga come quella settentrionale m. 3,97 e profonda m. 1,55, mostra un evidente rifacimento pavimentale: ad un primitivo piano in lastre di marmo policrome si sovrappose infatti, rialzato di circa 20 centimetri, un secondo piano, oggi ridotto al solo cementizio.
Subito dietro le absidi meridionale e centrale si riconosce un vano pentagonale, (TAV. I n. 15) che in un primo momento, tramite un ingresso poi tompagnato, riportava nella corte ai piedi della scala.
Grossomodo simmetrico a questo, al di là della corte, si conserva un altro vano la cui forma, vagamente ad "elle", fa pensare ad una latrina. (TAV. I n. 12)
Il nucleo prettamente termale è raggiungibile seguendo il secondo corridoio che, lungo m. 27,75, in taluni tratti ancora mostra il pavimento in grosse tessere bianche di forma parallelepipeda disposte orizzontalmente. (TAV. I n. 1)
In origine questo corridoio doveva proseguire sino all'area del ninfeo di Claudio situato ai piedi della Punta dell’Epitaffio, poi in seguito ad un profondo mutamento, esso venne tamponato e si arresta ora dinnanzi l’ingresso dell’area propriamente termale di questo quartiere. (fig. 3)
Un ambiente di transito, (TAV. I n. 3), dava accesso alla palestra (TAV. I n. 7) e agli ambienti riscaldati.
La palestra si identifica in un cortile trapezoidale, realizzato in laterizio, conservatosi per un'altezza massima di 8 centimetri. Il pavimento mostra un battuto di cocciopesto, spesso 5 centimetri, sottoposto ad una ruderatio con abbondanti inclusi tufacei. Tre ingressi movimentano il lato Nord.
Si conserva ancora ben visibile la soglia che dava accesso al calidarium (TAV. I n. 6), un vano realizzato in laterizio, di m 8,88 × 5,86, che mostra due absidi sui lati corti entrambe realizzate accostando a quelli preesistenti nuovi spezzoni murari; quella a S-E è rettangolare, l'altra a N-0, mostra il fondo curvilineo.
Il tepidarium (TAV. I n. 5) era dotato di ben cinque ingressi, come si conviene ad un vano che doveva svolgere funzione di raccordo tra calidarium, frigidarium, laconicum.