Nel distretto sismico dei monti Iblei, siti nella parte sud-orientale della Sicilia, nell'anno 1542 si verificò uno sciame sismico la cui scossa più forte avvenne il 10 dicembre con epicentro tra gli odierni territori geografici di Francofonte, Carlentini e Lentini, nel siracusano; antico Val di Noto, località che nel Cinquecento ha dato il nome a questo sisma: terremoto del Val di Noto.
Annoverato tra i 7 terremoti più forti di sempre in Sicilia, raggiunse la magnitudo 7.0 della scala Richter e il X valore della scala Mercalli. In Sicilia solamente altri tre terremoti, storicamente verificati, superarono questo evento sismico: il terremoto del Val di Noto del 1693 (magnitudo 7.7), il terremoto di Reggio e Messina del 1783 (magnitudo 6.9) e il terremoto di Messina del 1908 (magnitudo 7.3).
Il suo verificarsi durante le ore diurne (avvenne intorno alle 15 del pomeriggio) evitò il peggio per le popolazioni colpite, ciononostante si accertarono alcune centinaia di vittime tra i crolli, ma nei paesi più distrutti non si è mai fatta una stima delle perdite umane. A ciò si aggiunga che le località costiere più esposte, come Siracusa e Augusta, furono colpite da onde di maremoto (tanto da cercare salvezza sulle barche e avere il timore che la terra potesse sparire sotto il mare). La chiusura politica del Regno di Sicilia (l'Impero spagnolo aveva trasformato l'isola in una inaccessibile fortezza) contribuì parecchio a far passare sotto silenzio l'evento nelle cronache estere (del quale infatti non si trova alcuna traccia) e a farlo cadere molto presto nel dimenticatoio.
La memoria siciliana finì per concentrarsi unicamente nel successivo catastrofico sisma del 1693, rendendo quasi impossibile fare su questo una stima seria dei danni, a seguito di ciò si è arrivati a definirlo, molto probabilmente in maniera errata, come «il meno disastroso tra le catastrofi sismiche che la storia della Sicilia orientale ricordi». Le distruzioni più gravi, comunque, interessarono un perimetro di oltre 6.000 kmq.
Contesto: il precedente terremoto del 1537 Gli ultimi anni '30 e i primi anni '40 del '500 s'imposero sulla storia della Sicilia per le calamità naturali che portarono con sé: ancora prima della pesante carestia del 1539 (che colpì non solamente la Sicilia ma buona parte dell'EuropaDinero, moneda y crédito en la monarquía hispánica: a la Integración Monetaria Europea, actas del Simposio Internacional, Madrid, 4-7 de mayo de 1999 (a cura di), p. 659Giovanni Muzi, Memorie ecclesiastiche e civili di Città di Castello, vol. 6-7, 1844, cap. XX, p. 111.), vi fu una memorabile serie di eruzioni dell'Etna con conseguente violento terremoto, verificatesi nel maggio del 1537: narrano le cronache più antiche sull'evento, che il vulcano siciliano eruttò per 12 giorni e che alla fine una parte del monte si squarciò e franò.Giovanni Evangelista Di Blasi, Storia cronologica dei viceré, luogotenenti, e presidenti del regno di Sicilia, 1842, p. 131.
Antonio Filoteo degli Omodei, testimone degli eventi, scrisse che «il primo maggio di quell'anno la Sicilia tremò e l'Etna tuonò tanto da rendere sordi quasi tutti i siciliani per lo strepito e parecchi edifici dell'isola crollaronoFiloteo, Aetnae topographia, 1591. Cit. in Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti - INGV (a cura di), Stato delle conoscenze sui terremoti siciliani dall'anno 1000 al 1880, 1996, p. 17.».
Il terremoto del 10 dicembre 1542
L'evento più calamitoso che segnò questo arco di tempo fu lo sciame sismico che colpì la Sicilia sud-orientale, e con più viva forza l'area del siracusano, nel novembre e nel dicembre del 1542. L'abate e storico Rocco Pirri errò nel datarlo ad agosto; egli probabilmente mal interpretò il passo iniziale di una delle cronache originarie del tempo: il Pirri portò tra l'altro al medesimo errore molti degli studiosi che vennero dopo di lui.Cit. INGV, The Catalogue of Strong Italian Earthquakes describes this earthquake sequence under the following heading". Catalogue of Strong Earthquakes in Italy 461 B.C. - 1997 and Mediterranean Area 760 B.C. - 1500.
Le prime scosse furono leggere e si verificarono il 30 novembre, colpendo inizialmente la città di Caltagirone. Altre scosse, più irruenti, si fecero sentire nella contea di Modica, il 5 dicembre, ma la più violenta avvenne il 10 dicembre, con epicentro nel cuore dei monti Iblei, presso Francofonte: centri come Melilli e Occhiolà (l'antica Granmichele) vennero interamente distrutti. Gravemente danneggiate città come Catania e i paesi posti tra l'Etna e gli Iblei, come Licodia Eubea, Militello in Val di Catania, Mineo, Nicosia, Caltagirone, Sortino, Lentini, Augusta, Siracusa, Noto.Giuseppe Mercalli, Vulcani e fenomeni vulcanici in Italia, 1883, p. 290. Lievi danni subirono invece Agrigento, nella Sicilia centrale, e l'isola di Malta (geologicamente legata agli Iblei). Avvertito molto chiaramente anche a Messina e a Palermo, nella Sicilia occidentale (dove non fece danni ma procurò il panico tra la genteBiblioteca storica e letteraria di Sicilia, vol. 1-2, 1869, p. 15.), la forte vibrazione giunse fino in Turchia.
In totale 40 centri urbani furono colpiti dal terremoto, la cui potenza complessiva, così come i danni effettivi che comportò, risulta odiernamente indecifrabile, poiché se ne è persa quasi del tutto la memoria (causa la seguente calamità del Seicento, quasi gemella, che convogliò su essa i principali sforzi bibliografici sulle gravi devastazioni capitate durante la dominazione spagnola).
Inoltre, il sisma del 1542 (a differenza di quello del 1693) accadde di giorno, secondo quanto riferito da Carlo d'Aragona Tagliavia, marchese di e di Avola (all'epoca ancora situata nel sito di Avola Antica), che scrisse al Consiglio Supremo di Madrid («Ill.mo Señor mio [...] Comendador major de Leon del Consejo M.º de su M/d»), mettendolo al corrente della catastrofe; anche se egli, però, accennò solamente ai danni subiti dalla sua terra, Avola, e al solenne e disperato stato di supplica e preghiera nel quale si trovavano in quel momento tutti i siciliani che dieci giorni prima erano stati colpiti dal terremoto.Carlo d'Aragona Tagliavia, 20 dicembre 1542, da Palermo, al Consiglio supremo di Madrid (Archivo General de Simancas, fondo "Secretaría de Estado", serie "Negociación de Sicilia"). Cit. in INGV, The Catalogue of Strong Italian Earthquakes describes this earthquake sequence under the following heading". Catalogue of Strong Earthquakes in Italy 461 B.C. - 1997 and Mediterranean Area 760 B.C. - 1500.
Il fatto che la maggior parte della popolazione si trovasse fuori casa evitò l'ecatombe seicentesca.Vd. le varie fonti al riguardo in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, vol. 1-2, 1869, p. 15, e in INGV, The Catalogue of Strong Italian Earthquakes describes this earthquake sequence under the following heading". Catalogue of Strong Earthquakes in Italy 461 B.C. - 1997 and Mediterranean Area 760 B.C. - 1500. Lentini fu la città che ebbe più morti accertati; 70, seguita da Sortino, che perse 40 abitanti. Rimangono tuttavia sconosciuti i numeri delle vittime avute nei paesi maggiormente colpiti.The Catalogue of Strong Italian Earthquakes describes this earthquake sequence under the following heading". Catalogue of Strong Earthquakes in Italy 461 B.C. - 1997 and Mediterranean Area 760 B.C. - 1500.).
Tale evento fu enormemente disastroso sotto il punto di vista architettonico: intere città dovettero essere ricostruite da capo e per i centri costieri come Siracusa, la quale fu «nearly totally destroyedBarbano M.S., The Val di Noto earthquake of December 10, 1542 in Atlas of Isoseismal Maps of Italian Earthquakes (a cura di D.Postpischl), CNR-PFG, Quaderni de «La Ricerca Scientifica», n.114, vol.2A, 1985, pp.28-29.» (vicina alla distruzione totale), la paura più grande fu l'incombere dell'acqua salata, conseguenza diretta del terremoto: le onde di maremoto o, come le chiamavano i cronisti passati, le furiose «tempeste di mare».
Cronaca del terremoto dalla città di Siracusa Antonio Mongitore narrò di come il vescovo di Siracusa, Girolamo Beccadelli, e anche tutti i siracusani, avessero il tormentato pensiero che la loro penisola - all'epoca Carlo V non aveva ancora ritrasformato Ortigia in un'isola - potesse sprofondare ed essere inghiottita dalle acque del mare. Essi pare parlassero e agissero con tanto timore perché sapevano che in tempi remoti molte terre erano scomparse a quel modo.Antonio Mongitore, Della Sicilia ricercata, vol. 2, 1743, pp. 392-393. Non si hanno notizie certe di un avvenuto tsunami a Siracusa nel 1542, anche se le cronache del tempo riferivano che la confinante Augusta aveva rischiato di essere sommersaINGV, The Catalogue of Strong Italian Earthquakes describes this earthquake sequence under the following heading". Catalogue of Strong Earthquakes in Italy 461 B.C. - 1997 and Mediterranean Area 760 B.C. - 1500 (e il visitatore ebreo Joseph ha-Kohen parlò di edifici trasformati in «laghi d'acqua»The Jewish National and University Library of Jerusalem, Raccolta epistolare KM 55, Lettera di Yosef ha-Kohen a Yishaq ha-Kohen, sec.XVI.). Certamente si sa che ancora nel gennaio del 1543 (quasi un mese dopo il sisma) la popolazione di Siracusa seguitava a sentirsi «minacciata da una gigantesca inondazioneGiuseppe Cappelletti, Le chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, vol. 21, 1870, p. 624.», che le scosse continuarono per 40 giorni e che i siracusani non volevano più dimorare dentro la città. Il vescovo celebrò quindi i divini uffizi sulle barche.Gaetano Moroni, Dizionario Di Erudizione Storico-Ecclesiastica Da S. Pietro Sino Ai Nostri Giorni [...], 1854, p. 314.
I siracusani erano convinti di aver attirato su di loro l'ira di DioCit. Vito Maria Amico, Dizionario topografico della Sicilia, vol. 2, 1856, p. 512. o l'«ira del Cielo» e che per scongiurare l'imminente fine, e ricevere il perdono divino, si dovessero espiare le proprie colpe e pregare tanto. Essi si recarono allora in processione in diversi luoghi della Sicilia orientale e alcuni di loro arrivarono a flagellarsi. Per la società dell'epoca, che viveva tra la Santa Inquisizione e il fervore della religiosità, provare simili sentimenti era più che normale.
Va considerato inoltre che persino il loro imperatore, Carlo V d'Asburgo, era convinto che il male di Siracusa fosse da imputare a degli non identificati peccatori, che andavano scoperti e severamente puniti per il disastro che avevano provocato: l'imperatore spagnolo parlava di «peccati nefandi» di «magia e di eresia», che avevano scatenato il «flagello divino».Cit. in Archivio di Stato di Palermo, Segretari del regno, Ramo del protonotaro, Lettere, vol.30 (1546-1550), Copia di lettera del viceré di Sicilia Ferrando Gonzaga al re di Spagna Carlo V, Palermo 10 maggio 1546 (rapporto di fine mandato del Gonzaga). Vd. inoltre Catania, terremoti e lave: dal mondo antico alla fine del novecento (a cura di), 2001, p. 77. Solo l'intervento del viceré di Sicilia Ferrante I Gonzaga (andato via dall'isola quello stesso dicembre del 1542 e ritornato a febbraio del 1543), evitò che l'imperatore si scagliasse contro dei peccatori senza né volto né nome, poiché il viceré lo persuase, permettendosi di rammentargli che il terremoto era da attribuire a cause sicuramente naturali.