La seconda guerra di mafia fu un conflitto interno a Cosa nostra svoltosi in Sicilia, Italia, tra il 1981 e il 1984, che vide l'affermarsi del clan dei Corleonesi come fazione egemone.
Il conflitto scaturì da una forte instabilità interna all'organizzazione mafiosa, scossa dai nuovi grossissimi interessi del traffico internazionale di eroina e delle nuove ambizioni della fazione di Corleone capeggiata da Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella. In quegli anni si registra l'ascesa dei "clan dei Corleonesi", i quali impongono il proprio potere criminale con vari omicidi, spesso riportati in primo piano dalla stampa locale come nel caso del quotidiano palermitano L'Ora, che arriverà a titolare le sue prime pagine enumerando le vittime dei conflitti tra fazioni mafiose rivali. Tra le vittime di Cosa nostra vi furono anche personaggi come Pio La Torre, principale artefice della legge Rognoni-La Torre, e il generale dell'Arma dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa.
Le vicende della seconda guerra di mafia furono trattate all'interno del maxiprocesso di Palermo, istruito dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È considerato come il conflitto più violento nella storia della criminalità organizzata a livello mondiale superando addirittura alle faide di camorra, di ndrangheta, delle mafie statunitensi o dei cartelli di droga latinoamericani poiché la seconda guerra di mafia fu unilaterale, in quanto gli omicidi colpirono soltanto lo schieramento di Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, non dei Corleonesi.
Antefatti Il contesto storico
Dopo la prima guerra di mafia degli anni 1960, gli arresti e il successivo processo di Catanzaro, i boss sopravvissuti si legarono in una Commissione interprovinciale, allo scopo di evitare nuovi conflitti trovando un equilibrio tra le varie famiglie mafiose siciliane. Secondo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone, la guerra ebbe origine nei primi anni settanta dalle ruggini tra i boss di Palermo e il Clan dei Corleonesi, considerati in ascesa: Gaetano Badalamenti (boss di Cinisi) aveva organizzato un traffico di stupefacenti senza autorizzazione della Commissione, circostanza che provocò il risentimento di Salvatore Riina (boss rivale, di Corleone). I due legarono con altri boss siciliani mettendoli contro la fazione palermitana di Badalamenti e dei suoi associati Stefano Bontate, Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone, ingraziandoseli con denaro riciclato ottenuto dalle loro attività illecite.
Tra gli avvenimenti premonitori più importanti si registrarono: 10 dicembre 1969: strage di viale Lazio, la prima eclatante azione di sangue da parte di Cosa nostra dai tempi della strage di Ciaculli che mise una brusca fine alla prima guerra di mafia. Obiettivo della strage è il boss Michele Cavataio, responsabile della guerra e della catastrofe che aveva portato allo scioglimento della commissione e i mandamenti a seguito degli arresti di massa che si susseguirono alla strage di Ciaculli. Nonostante per un po' di tempo Cavataio era riuscito ad ingannare le famiglie mafiose sulla sua responsabilità negli attentati dinamitardi, incolpando di questo il clan dei La Barbera che venne perciò sterminato nonostante la loro estraneità ai fatti, non appena la verità venne fuori, Salvatore Greco "Cicchiteddu" e Tommaso Buscetta, entrambi latitanti all'estero da diversi anni, diedero l'ordine di eliminarloE. Biagi, Il boss è solo, Milano, Mondadori, 1986.. A ricevere ed eseguire la sentenza di morte non vi erano solo le famiglie della mafia tradizionale, guidate da Stefano Bontate, Giuseppe Calderone e Giuseppe Di Cristina, ma anche la nascente fazione corleonese guidata da Luciano Leggio e Salvatore Riina. Il team di killers infatti era composto da Gaetano Grado ed Emanuele D'Agostino, della famiglia di Stefano Bontate, Damiano Caruso, della famiglia di Di Cristina, e Calogero Bagarella e Bernardo Provenzano, della famiglia di Leggio. Ad organizzare materialmente l'azione fu lo stesso Salvatore Riina, che però rimase fuori dall'edificio, in macchina. Nell'attentato morirono Michele Cavataio, boss dell'Acquasanta, Francesco Tumminello, boss della cosca del Giardino Inglese, il contabile Salvatore Bevilacqua e Giovanni Domè, la guardia dell'ufficio. Durante la colluttazione venne anche ucciso Calogero Bagarella, cosa della quale venne incolpato Damiano Caruso, che porterà a forti rancori da parte dei Corleonesi nei confronti di Di Cristina e i suoi alleati negli anni successivi. Secondo il pentito Gaetano Grado, tuttavia, fu Provenzano ad aprire il fuoco troppo in fretta e far sì che il gruppo venisse messo a sua volta sotto tiro. La strage di viale Lazio mise fine alla cosiddetta "pax mafiosa" che vi era stata in Sicilia dal 1963, e benché non la prima azione di ritorsione contro i seguaci di Michele Cavataio e di Pietro Torretta, già in atto dal 1968, fu sicuramente la più eclatante e sanguinosa, e venne ben presto seguita da altri attentati nei confronti di alleati di Cavataio, mentre l'attrito tra mafia tradizionale e i Corleonesi, che fino a quel punto avevano agito compatti, divenne sempre più marcato. 31 maggio 1970: in via Sciuti a Palermo, il deputato missino Angelo Nicosia, membro della Commissione parlamentare antimafia, viene aggredito mentre sta rincasando da uno sconosciuto a volto scoperto, che lo pugnala e poi si dà alla fuga. Nicosia rimane soltanto ferito. Inizialmente l'aggressione viene attribuita al terrorista cipriota Giorgio Tsikouris, studente universitario e militante del PCI, rimasto ucciso nell'attentato dinamitardo organizzato da lui stesso all'ambasciata americana ad Atene il 2 settembre successivo. Anni dopo, grazie alle rivelazioni di Antonino Calderone, si scoprirà che il vero esecutore materiale fu Damiano Caruso su ordine di Giuseppe Di Cristina. 17 agosto 1970: nel tentativo di accrescere il proprio potere nell'agrigentino, Giuseppe Di Cristina fa uccidere il boss di Ravanusa (AG) Vito Gattuso. Pochi giorni prima fu ucciso anche un altro membro di spicco della cosca ravanusana Stefano Vangelista mentre a Palermo venne freddato l'albergatore Candido Ciuni, altro mafioso ravanusano. Questi omicidi furono ordinati da Di Cristina senza consultare i boss locali (Angelo Ciraulo di Ravanusa e Antonio Ferro di Canicattì), facendo crescere il risentimento di questi ultimi nei confronti del boss riesino. I Corleonesi, già allora ostili a Di Cristina a causa dell'uccisione di Calogero Bagarella durante la Strage di Viale Lazio del 10 dicembre 1969, ne approfittano per associarsi con Ciraulo e Ferro, che andranno a costituire i primissimi alleati agrigentini di Totò Riina, seguiti da Giuseppe Di Caro di Canicattì e da Carmelo Colletti di Ribera. 28 novembre 1970: Tentato omicidio di Giuseppe Sirchia a Castelfranco Veneto. Una pattuglia dei Carabinieri fermò un'auto con a bordo Gaetano Fidanzati, Salvatore Lo Presti, Giuseppe Galeazzo e Salvatore Rizzuto, saliti fino in Veneto con l'obiettivo di scovare e uccidere Sirchia, che era il vice di Cavataio e così come il suo capo anche per lui pendeva una sentenza di morte. Con i quattro vi era anche Giuseppe Bono, che riuscì a scappare per le campagne. L'arresto salvò Sirchia, che verrà tuttavia ucciso nel maggio 1978 insieme alla moglie. 16 settembre 1970: scomparsa del giornalista dell'Ora Mauro De Mauro a opera di Antonino Grado, Girolamo Teresi ed Emanuele D’Agostino, fedelissimi di Stefano Bontate. Sulla scomparsa di De Mauro furono fatte diverse ipotesi: probabilmente aveva scoperto i retroscena della morte del presidente dell'ENI Enrico Mattei oppure il coinvolgimento di Cosa nostra nel golpe Borghese. 28 ottobre 1970: omicidio dell'albergatore Candido Ciuni, che era stato ricoverato all'ospedale civico di Palermo a seguito di un tentato omicidio avvenuto sette giorni prima. I killer travestiti da infermieri lo massacrano a colpi di pistola mentre è sul letto d'ospedale. Tra gli esecutori materiali di questo omicidio vi sono Damiano Caruso di Riesi, Pasquale e Raffaele Bove di Campobello di Licata, quest'ultimo morto a Borgo Vercelli durante il soggiorno obbligato nel 1976, Vito Gambino di Ravanusa (ucciso il 27 giugno 1984) e Vito D'Angelo. L'omicidio viene ordinato da Giuseppe Di Cristina con il permesso di Stefano Bontate, nella cui giurisdizione cade l'ospedale e permette ai Corleonesi di associarsi con Angelo Ciraulo di Ravanusa e Antonio Ferro di Canicattì, indispettiti con Di Cristina in quanto il delitto fu ordinato senza che né Ciraulo né Ferro fossero avvisati. 1º gennaio 1971: bombe di Capodanno, una serie di attentati dinamitardi, perlopiù non riusciti, verso edifici istituzionali a Palermo e in altre località della Sicilia. A Palermo quattro bombe vengono piazzate davanti al palazzo comunale, agli assessorati regionali all'Agricoltura e al Lavoro, all'Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste e agli uffici dell'Ente Minerario Siciliano. Una delle bombe fu casualmente avvistata da una guardia forestale, mentre un'altra trovata e disinnescata tramite telefonata anonima. Le altre due invece si incepparono e non riuscirono ad esplodere. Durante le indagini, le forze dell'ordine irruppero in un terreno nella periferia palermitana, nel fondo San Gabriele di Pallavicino, dove trovarono 186 candelotti di dinamite, 21 detonatori, micce, sveglie e tutto l'occorrente per creare bombe ad orologieria. Il fondo era nella disponibilità di Francesco Madonia, uomo d'onore della famiglia di Resuttana, che venne arrestato insieme al figlio Antonino (all'epoca appena diciottenne) e allo zio di Antonino, Leopoldo Di Trapani. Nella tenuta dei Madonia vennero anche rinvenuti ritagli di giornale in cui si parlava non solo dei falliti attentati di Palermo e uno di Catania, ma anche di due attentati riusciti, contro la caserma dei carabinieri di Ribera e lo scalo ferroviario di Messina. Negli anni sono state diverse le ipotesi sulle motivazioni della campagna di attentati dinamitardi, da collegare secondo alcuni pentiti al tentato golpe Borghese, mentre secondo altri volevano essere un avvertimento al mondo istituzionale siciliano del ritorno in piena forza di Cosa Nostra, ma ciononostante Madonia e i suoi complici vennero prosciolti in sede processuale e tornarono ben presto in libertà. 25 marzo 1971: omicidio di Francesco Di Martino, altro associato di Michele Cavataio e Pietro Torretta. Il delitto avvenne in via Piazza Armerina di Borgo Nuovo, a Palermo. 3 aprile 1971: omicidio a Milano di Vincenzo Conti, associato di Antonino Matranga, alleato di Cavataio. 30 aprile 1971: omicidio a Milano di Antonino Matranga, capo della Famiglia di Resuttana e stretto alleato di Michele Cavataio. Matranga partecipò con quest'ultimo nella prima guerra di Mafia contro le altre famiglie palermitane. Antonino Matranga e il suo alleato Mariano Troia di San Lorenzo si erano rifugiati a Milano a seguito della conclusione della prima guerra di Mafia, sia per sfuggire alla polizia sia per evitare la condanna di morte emessa contro di loro a seguito delle rivelazioni sui veri responsabili della guerra. Mariano Troia morì di cause naturali nel febbraio del 1967, poco dopo essersi costituito. Matranga invece rimase a Milano e continuò ad evitare ogni appuntamento, finché i mafiosi catanesi Salvatore Ferrera e Calogero Conti, su mandato della mafia palermitana, partirono per Milano sfruttando la grande amicizia che legava il Ferrera al cognato del Matranga, persuadendolo a convincere il Matranga ad abbassare la guardia. Così facendo, pochi giorni dopo il Matranga fu infine ucciso in via Boncompagni. Il posto di Matranga a capo della Famiglia di Resuttana viene preso da Francesco Madonia, fedelissimo di Totò Riina.