La certosa di San Martino è un'area palaziale di Napoli situata sulla collina del Vomero, accanto al castel Sant'Elmo.
Cronologicamente è la seconda certosa della Campania essendo stata fondata diciannove anni dopo quella di San Lorenzo a Padula e quarantasei prima di quella di San Giacomo a Capri. Dopo l'Unità d'Italia ha assunto il titolo di monumento nazionale e dal 1866 ospita il Museo nazionale di San Martino, nato con lo scopo di raccontare la storia artistica e culturale della città. Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali gestisce certosa e museo tramite il Polo museale della Campania, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Costituisce uno dei maggiori e più estesi complessi monumentali religiosi della città e, assieme alla reale cappella del Tesoro di san Gennaro, uno dei più importanti e riusciti esempi di architettura e arte barocca poiché fulcro della pittura napoletana del Seicento.. La sua complessa articolazione spaziale comprende circa cento sale, due chiese, un cortile, quattro cappelle, tre chiostri, giardini pensili e vari altri spazi ancora.
Storia
Nel 1325 Carlo d'Angiò, duca di Calabria e primogenito di Roberto d'Angiò, fece erigere sulla sommità del colle di Sant'Erasmo il monastero dell'ordine dei certosini, il favorito della casa reale francese..
Gli architetti che iniziarono la costruzione della certosa furono Tino di Camaino, maestro di corte angioina, e Francesco di Vito, i medesimi che lavoravano negli stessi anni al castello adiacente di Belforte (più noto come Castel Sant'Elmo); nel 1336, dopo la morte del Camaino, il suo allievo Attanasio Primario assunse la direzione dei lavori coadiuvato da Giovanni de Bozza. La certosa fu inaugurata e consacrata nel 1368, sotto il regno della regina Giovanna d'Angiò, seppur i certosini avevano preso possesso del monastero già dal 1337. Della prima soluzione architettonica della fabbrica rimangono solo pochi elementi all'interno del complesso religioso: in particolare, sono riconoscibili alcune aperture con archetti in stile catalano che si trovano nell'ex refettorio, usate probabilmente come passavivande, venute alla luce in un recente restauro. Più importanti e ampi sono invece gli spazi sotterranei della certosa, aperti al pubblico solo nel 2015: mettendo in luce l'originaria impostazione gotica dell'edificio, i sotterranei suggeriscono che Camaino abbia inglobato strutture preesistenti legate al castello di Belforte, scavato all'interno della collina, che fungono tra l'altro anche da basamento della certosa sovrastante.
Il complesso fu dedicato a Martino di Tours certamente prima del 1467, probabilmente per la presenza nel luogo di un'antica cappella preesistente a lui dedicata.. Sotto la spinta della Controriforma la certosa fu poi modificata secondo criteri più moderni e grandiosi, ricevendo alla fine del XVI secolo rimaneggiamenti e ampliamenti in stile tardomanierista e barocco. I lavori vennero affidati dal 1589 al 1609 a Giovanni Antonio Dosio che fu di fatto il primo artefice di gran parte delle trasformazioni ricevute dal complesso, occupandosi del nuovo disegno architettonico del monastero. Dosio ristrutturò il trecentesco chiostro grande, nel quale aggiunse altre celle per i monaci il cui numero era in aumento, costruì il chiostro dei Procuratori, e ampliò la chiesa con le edificazioni delle cappelle laterali e degli ambienti laterali alla zona absidale, il coro e il parlatorio da un lato e il refettorio e la cappella del Tesoro Nuovo dall'altro. A questo periodo si devono le commissioni pittoriche che ne decorano le sale interne, affidate ad artisti quali il Cavalier d'Arpino, suo fratello Bernardino, Belisario Corenzio, Giovanni Baglione, Lazzaro Tavarone, Andrea Lilli e Avanzino Nucci. La parte scultorea invece spetta prevalentemente ai lavori di Pietro Bernini, Michelangelo Naccherino e Giovan Battista Caccini.
Dal 1618 al 1623 la direzione del cantiere passò a Giovan Giacomo di Conforto, che si occupò di completare il progetto di Dosio, mentre dal 1623 al 1656 lasciò la sua impronta artistica l'architetto Cosimo Fanzago, artefice della veste barocca che ha assunto il complesso certosino: a Fanzago spettano la facciata della chiesa e le decorazioni marmoree interne della stessa e delle sue cappelle, i busti marmorei che decorano le pareti del porticato del chiostro grande e il cimitero del priore, che diverrà il modello per quello della certosa di Padula di qualche decennio dopo. I pittori che lavorarono in questa fase successiva di ristrutturazione del complesso furono i più grandi artisti della pittura napoletana del Seicento: Massimo Stanzione, Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Battistello Caracciolo, Paolo Finoglio e gli emiliani Guido Reni e Giovanni Lanfranco.
Nella prima metà del XVIII secolo i lavori passarono poi a Nicola Tagliacozzi Canale, che si dedicherà soprattutto al rifacimento degli spazi occupati dal priore le cui sale furono affrescate da Crescenzio Gamba, e poi a Domenico Antonio Vaccaro; i due architetti in questa fase furono accompagnati nelle decorazioni pittoriche principalmente da Francesco Solimena e Francesco De Mura.
Nel 1799 i certosini vennero cacciati, ritornando poi nel 1804 per poi essere nel 1807 nuovamente espulsi. Nel 1836 vennero di nuovo riammessi e infine espulsi definitivamente nel 1866, quando alla certosa fu annesso il museo nazionale omonimo divenendo pertanto, su richiesta di Giuseppe Fiorelli, bene monumentale proprietà dello Stato italiano.
Descrizione Pianta ██ Chiesa delle Donne ██ Cortile ██ Chiesa principale Pronao Navata Cappella di San Gennaro Cappella di San Giuseppe Cappella di San Bruno Cappella dell'Assunta Cappella di San Nicola (già sacrestia Vecchia) Cappella di San Martino Cappella del Battista Cappella di San Ugo Cappella del Rosario Abside Sacrestia Passaggetto Cappella del Tesoro Vecchio Cappella del Tesoro Nuovo Sala capitolare Coro dei conversi Passaggetto Parlatorio Refettorio Chiostrino Cappella della Maddalena ██ Museo nazionale di San Martino ██ Chiostro grande ██ Cimitero fanzaghiano ██ Quarto del priore ██ Corridoio fanzaghiano ██ Chiostro dei procuratori ██ Farmacia ██ Cona dei Lani ██ Loggia panoramica del Quarto del Priore ██ Giardino del Quarto del Priore e scala fanzaghiana ██ Giardini terrazzati sulla città
Piazza e cortile d'onore Sul piazzale esterno al complesso certosino è defilata sulla sinistra la chiesa delle Donne, opera di Giovanni Antonio Dosio ornata da stucchi del XVII secolo, chiamata così perché destinata ad uso esclusivo delle donne, alle quali era proibito fare accesso alla certosa. A destra è invece l'ingresso, caratterizzato da un androne su cui è collocato uno stemma angioino ed un affresco ritraente San Bruno; dall'ingresso si accede al cortile d'onore realizzato sempre dal Dosio, sulla cui sinistra prospetta la chiesa principale della certosa.
Chiesa Facciata e pronao
La facciata della chiesa trecentesca fu rimaneggiata prima sul finire del Cinquecento dal Dosio, che riadattò il pronao da cinque a tre arcate ricavandone due cappelle nella controfacciata della chiesa, quella del Rosario e di San Giuseppe, e poi successivamente da Cosimo Fanzago che costruì nella prima metà del Seicento una serliana per mascherare la facciata precedente; la parte superiore e le pareti laterali sono invece opera di Nicola Tagliacozzi Canale.
Le pareti del pronao sono caratterizzate dagli affreschi del Cavalier d'Arpino, di Micco Spadaro, Giovanni Baglione e Belisario Corenzio. Al primo sono attribuiti i due angeli reggenti lo stemma CART posti sopra il busto di papa Pio V, questa opera di ignoto autore napoletano di fine Cinquecento collocato sopra il portale d'ingresso, il cui portone in legno intagliato con figure di santi è dei primi del XVII secolo, mentre invece nella stessa parete frontale sono ritratte in quattro grandi riquadri le scene di Carlo duca di Calabria che offre la chiesa al vescovo San Martino, posta in alto a sinistra e opera del Baglione del 1591 circa, mentre in basso è l'opera del Corenzio Bruno di Colonia che vede miracolosamente Raimondo Diocres condannato all'inferno, datata 1632, così come del Corenzio sono gli altri due riquadri a destra del portale con La regina Giovanna I che offre la custodia della chiesa a san Bruno in alto e Il sogno di sant'Ugo che indica il luogo di Cartusia in basso, entrambe datate ancora 1632..
Le pareti laterali dello stesso pronao vedono infine altri quattro grandi riquadri con affreschi dello Spadaro datati 1651-1656; a sinistra sono le scene di Storie di santi Certosini in alto e La distruzione di una certosa in Inghilterra in basso, a destra sono invece in entrambi i riquadri Storie di supplizi inflitti ai certosini in Inghilterra da parte di re Enrico VIII Tudor.
Navata
La chiesa si compone di una navata unica con otto cappelle laterali e altre sale (una sacrestia, un coro, un refettorio, una sala capitolare, diverse cappelle e un parlatorio) che si succedono ai lati della zona absidale. Essa presenta nel suo insieme un livello di decorazione interna, sia pittorica che scultorea, a cavallo tra il XVI secolo e il XVIII secolo che la rendono una delle più importanti della città. Le esecuzioni marmoree e plastiche interne sono frutto prevalentemente dell'opera di Cosimo Fanzago, che fu chiamato a ristrutturare la certosa dal 1623 al 1656, occupandosi in questa circostanza anche di rifare la facciata esterna della chiesa.
Il pavimento marmoreo della navata è un progetto del Fanzago. L'architetto tuttavia non riuscì a portarlo a termine a causa di una violenta controversia con i certosini, verificatasi nel 1656, che lo spinse ad interrompere ogni rapporto con loro e quindi a lasciare incompiuti molti progetti, che furono però ultimati da Bonaventura Presti, che assunse la direzione dei lavori in tutto il complesso e al quale si deve l'assetto definitivo della chiesa. Il pavimento fu realizzato dal Presti nel 1664-1665 in preziosi marmi policromi, costituendo un grande esempio dell'arte dell'intaglio e della commissione dei marmi; si tratta di una soluzione decorativa che produce un'apparente tridimensionalità e uno straordinario impatto visivo per chi visita la chiesa.
La volta della navata è arricchita da uno ciclo pittorico che maschera le strutture a crociera della copertura; gli affreschi furono compiuti tra il 1636 e il 1639 e costituiscono uno dei più importanti e preziosi lavori del pittore emiliano Giovanni Lanfranco, il quale intese riprendere le scene dellAscensione di Cristo con angeli e beati e Apostoli negli spicchi laterali dei finestroni.
Nella controfacciata, ai lati del portale d'ingresso, sono due statue del Fanzago, che tuttavia furono terminate da Alessandro Rondone, e sempre nei pressi del portale sono collocate entro due cornici marmoree ancora del Fanzago le tele raffiguranti Mosè ed Elia del Ribera, che hanno rimpiazzato due affreschi del d'Arpino a medesimo soggetto che comunque sono rimasti intatti sotto le tele; sopra il portale principale è infine una Pietà di Massimo Stanzione del 1638, la quale sostituì un affresco di Andrea Lilli oggi esposto in una sala del Quarto del priore della certosa.
Cappelle laterali Le cappelle laterali della navata sono otto, quattro per lato, due delle quali aggiunte nel corso del Seicento agli angoli estremi della controfacciata, comunicanti con le prime di destra e di sinistra, e che costrinsero il riadattamento della facciata esterna della chiesa con una riduzione da cinque arcate del pronao a tre. Le transenne di tutte le cappelle così come la decorazione marmorea di quelle di San Bruno e di San Giovanni Battista sono infine ancora del Fanzago, a cui si devono anche i festoni di frutta sui pilastri e quattro putti marmorei sulle arcate di accesso alle cappelle, dove sono collocate inoltre una serie di dodici tele con Profeti e patriarchi di Jusepe de Ribera.