MargheraAnalogamente a Mestre, alcuni atlanti geografici (come quelli redatti dalla De Agostini) indicano il centro come "Venezia-Marghera" per sottolinearne la dipendenza amministrativa dal comune di Venezia. Di fatto, però, la denominazione più usata - e comunque ufficiale - è semplicemente "Marghera". è una localitàSebbene molto spesso Marghera venga definita "frazione", ufficialmente il comune di Venezia non riconosce alcun centro abitato con questo titolo; in effetti, lo stesso statuto comunale parla solo di municipalità. del comune di Venezia.

Situata sulla terraferma e in continuità con Mestre (dalla quale è separata dalla ferrovia Milano-Venezia), si articola in un quartiere residenziale e in un porto commerciale con annessa zona industriale, uno dei più importanti del genere in Italia.

Con altri sobborghi vicini costituisce la municipalità di Marghera, istituita nel 2005 dall'ex quartiere 13 Marghera-Catene (a sua volta formato, fino al 1997, dai quartieri 17 Marghera-Catene e 18 Malcontenta).

Origini del nome Secondo una definizione fantasiosa e popolare, il toponimo deriverebbe dal veneziano "mar ghe gera", letteralmente "mare c'era" (ovvero "c'era il mare"), espressione con cui si cominciò ad indicare la zona dove si sarebbe costruito il porto, un tempo paludosa. Questo tuttavia contrasta con un fattore noto: come già detto, "Marghera" è infatti ben più precedente e indicava in origine un piccolo borgo situato presso San Giuliano, sulle rive del Canal Salso. In seguito il toponimo si estese anche all'area della Marghera attuale, un tempo nota come Bottenighi.

Un'interpretazione di Wladimiro Dorigo ipotizza che il nome deriverebbe dal latino Maceria "muro a secco", alludendo al pietrame usato dai romani per delimitare le proprietàWladimiro Dorigo - Venezia origini - Electa - Milano 1983. Giovan Battista Pellegrini, traendo spunto dall'antica forma Malghera, lo ritiene piuttosto un fitonimo derivato da melica. Un'ulteriore etimologia, che si basa su un'altra antica forma Mergaria, la avvicina al verbo latino mergo ("immergo") con il significato quindi di "luogo dove è concesso affondare i relitti"; ovvero un punto, generalmente istituito presso tutti gli antichi porti, in cui le vecchie imbarcazioni dal legno ormai marcito e irrecuperabile venivano affondateGuglielmo Peirce, Le origini preistoriche dell’onomastica italiana. P. 299. Smashwords, 2010..

In tutti i documenti e cronache medioevali e anche nelle storie dei primi secoli dell’età moderna in cui si accenni all'antica Marghera si può notare che il nome originario era Mergaria. Qui ci limitiamo a citare tre documenti e cioè uno del Trecento, uno del Quattrocento e uno del Cinquecento per dimostrare appunto la continuità del predetto nome, il quale fu poi corrotto in ‘Marghera’ nella parlata veneziana, come anche furono per esempio i cognomi Faletro in Falier, Cornario in Corner e Venerio in Venier:

1) Il doge Francesco Dandulo (vulgo 'Dandolo') (1329-1339) fece riordinare e raccogliere tutti gli statuti in vigore nel Comune di Treviso a beneficio del nuovo podestà locale Marino Faletro, il quale sarà poi a sua volta doge (1354-1355); gli stessi furono stampati a Venezia nel 1768 e dunque a p. 91 leggiamo:

De domibus faciendis in Mergaria et bucca sigloni pro habitatione custodum […] ordinamus, quod in Mergaria et bucca sigloni in locis utilioribus et magis idoneis fiat una domus competens cum turrisella […] in quibus custodes tute, commode et continue valeant habitare…Statuta Provisionesque Ducales Civitatis Tarvisii Cum Additionibus Novissimis etc. P. 91. Venezia, 1768.

Insomma si doveva costruire a Marghera una casa speculatoria per le guardie confinarie che il comune di Treviso vi avrebbe posto.

2) L’11 dicembre 1460 a Venezia il Consiglio dei Dieci deliberò di scagionare un ragazzino di Marghera, Ludovico Segato, dall’accusa di omicidio e di sodomia perché una sua commissione si era recata colà e aveva accertato che il piccolo, il quale aveva ucciso con un pugnale Antonio Pavano, un sodomita che aveva preso a percuoterlo per convincerlo a sopportare i suoi abusi sessuali, era di età inferiore al limite di legge previsto perché si potesse essere accusati di delitti ed era quindi stato giudicato non colpevole:

… videlicet nobiles viri ser Nicolaus Truno Inquisitor […] iverint ad videndum puerum in Mergaria et clarissime cognoverint ille puerum esse citra aetatem…Leggi e memorie venete sulla prostituzione fino alla caduta della Repubblica. P. 209-210. Venezia, 1870-1872.

3) In una relazione della battaglia di Vicenza del 7 ottobre 1513 inviata il 17 seguente da Jacques de Bannissis, segretario dell’imperatore Carlo V, all’arciduca Carlo d’Austria il nome è ancora Mergaria:

… accesserunt ad Mergariam, qui locus propinquior est ipsis Venetiis, nec per diametrum plus quam duobus milibus passuum a Venetiis distans, quem Veneti munierant et presidio firmaverant, quem nostri vi expugnarunt et incenderunt et, injectis bombardis ad litus maris, cum eis in Venetias sagittarunt…Négotiations diplomatiques entre la France et l’Autriche durant les trente premières années du XVIe siècle etc. P. 553. Parigi, 1845.

L’esercito imperiale si era impadronito del presidio costruito dai veneziani a Marghera e l’aveva incendiato per poter così installare su quel lido una batteria di potenti bombarde con le quali aveva poi cominciato a bombardare la stessa Venezia.

Storia

Prima della costruzione del Porto e del quartiere residenziale, la località era una zona perlopiù paludosa conosciuta come i Bottenighi. Le uniche sue strade erano via Catene che proseguiva da via del Parroco a Chirignago, e via Bottenigo che da via Catene si perdeva nella barena. Dove oggi si trova via Fratelli Bandiera vi era invece un grande canale di scolo (di cui l'attuale strada era l'argine) che giungeva alla Malcontenta; faceva parte del complesso idraulico costituito dal grande argine de intestadura, realizzato nel Trecento, che raccoglieva le acque della Brenta Vecchia e degli altri corsi d'acqua a sud del Canal Salso per deviarle lontano da Venezia, attraverso la foce del Brenta Resta d'Aio (presso Fusina).

Il toponimo "Marghera" (anticamente "Malghera") si riferiva invece ad una piccola borgata posta sulle sponde del Canal Salso, nell'odierna località San Giuliano di Mestre. Era composta da alcune case, una chiesa e alcuni magazzini destinati a fungere da sosta doganale lungo il suddetto canale per le merci dirette da e per Venezia. Nel 1805 l'impero asburgico decise di edificare un grande complesso difensivo nel luogo dove c'era il villaggio, radendolo al suolo e mantenendone il nome. Il Forte Marghera, tutt'oggi esistente, fu negli anni 1920 fonte di ispirazione per la scelta del nome per il nuovo quartiere residenziale con annessa zona industriale.

La fondazione di Marghera All'inizio del Novecento Venezia si dimostrava incapace di diventare una città industriale e portuale in grado di concorrere con gli altri centri del Mediterraneo soprattutto per la mancanza di un luogo adatto a questo scopo. Al contempo si poneva un problema demografico, in quanto il centro storico non disponeva di ulteriori spazi edificabili e la gran parte degli abitanti era stipata in case sovraffollate e in condizioni igieniche carenti.

Il 1º febbraio 1917 si costituì un Sindacato di studi per imprese elettrometallurgiche e navali nel porto di Venezia che incaricò l'ingegnere Enrico Coen Cagli di un progetto da realizzarsi nell'area di Bottenigo, una località rurale e barenicola posta ai margini nordoccidentali della laguna e allora ricadente nel comune di Mestre. Coen Cagli diede una risposta "triplice" che prevedeva la realizzazione di un porto commerciale (350 ha, cui si aggiungeva un piccolo porto dei petroli di 30 ha), un'area industriale (700 ha) e un quartiere residenziale (225 ha). Il 15 maggio dello stesso anno il progetto fu approvato dal Consiglio superiore dei lavori pubblici con il coinvolgimento del comune di Venezia.

Il 12 giugno il Sindacato istituì la società anonima Porto industriale di Venezia e con a capo il presidente della SADE Giuseppe Volpi. Il 23 luglio il presidente del Consiglio Paolo Boselli, il sindaco di Venezia Filippo Grimani e lo stesso Volpi firmarono una convenzione per la costruzione del porto e del quartiere residenziale, approvata e resa esecutiva il 26 luglio. Nel documento si disponeva, tra l'altro, l'esproprio di Bottenigo in favore del comune di Venezia, nonché della zona orientale della Malcontenta, allora frazione di Mira. Questa decisione provocò non pochi attriti con l'amministrazione mestrina che aveva chiesto invano di partecipare all'operazione attraverso l'istituzione di un consorzio intercomunale, e a nulla valsero le proteste del sindaco Carlo Allegri il quale non era nemmeno stato interpellato. Quello che alcuni videro come un asservimento della Terraferma a Venezia culminò nel 1926, quando un decreto di Mussolini (R.D. 15/07/1926 n. 1317, G.U. 09/08/1926 n. 183) soppresse l'autonomia amministrativa dei comuni di Mestre, Zelarino, Favaro Veneto e Chirignago.

La realizzazione del quartiere residenziale fu affidata all'ingegnere milanese Pietro Emilio Emmer (padre del futuro regista Luciano), il quale nel 1919 produsse un piano regolatore ispirato al modello della città giardino elaborato da Ebenezer Howard, ovvero una realtà che cercava di sintetizzare lavoro e ambiente naturale.

I lavori alla zona industriale cominciarono già nel 1919, mentre il 10 maggio 1921, presente il ministro Giulio Alessio, fu inaugurato il cantiere del quartiere residenziale.

La città giardino

La città giardino fu pensata allo scopo di creare un quartiere residenziale vicino al nuovo polo industriale di Marghera. Come già accennato, il piano regolatore venne affidato a Pietro Emilio Emmer che si ispirò all'inglese Ebenezer Howard e al suo modello di città giardino. In base al progetto, si sarebbero dovute costruire case salubri e accoglienti per ospitare i veneziani che sarebbero andati a lavorare nelle fabbriche, ovviando anche ai problemi di sovrappopolazione che angustiavano il centro storico.

Emmer concepì un centro caratterizzato da ampi spazi e molto verde. Era stato progettato un grande viale alberato largo 80 metri e lungo 700 da cui si sarebbero diramate laterali larghe 26 metri con aiuole che dividevano la strada dal marciapiede. I giardini privati dovevano essere almeno quattro volte più estesi dell'edificio annesso; inoltre, ogni edificio non poteva distare meno di 15 metri dagli edifici vicini e non poteva superare i tre piani. Nel centro del quartiere dovevano sorgere tutte le strutture che ospitavano i servizi pubblici come scuole, uffici comunali, teatri, ospedali, biblioteche e mercati, in modo da favorire l'aggregazione di una comunità solida.

I lavori incontrarono sin dall'inizio gravi rallentamenti, con l'esproprio delle case e delle terre dei residenti della zona e la conseguente chiusura delle attività contadine e di pascolo. Nel 1925, a quattro anni dall'apertura del cantiere, resistevano ancora numerosi edifici rurali da abbattere tra le case di nuova erezione (realizzate anche con il materiale di recupero delle vecchie costruzioni).

Il progetto andò in fumo quando il comune di Venezia smise di finanziare il progetto a causa della scarsità di fondi. Le fabbriche, contrariamente al previsto, finirono per assumere soprattutto personale residente nelle zone limitrofe, facendo saltare la connessione tra la zona industriale e il quartiere residenziale. A questo punto le norme previste dal progetto verranno via via abbandonate.

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