La conferenza di Tokyo del 1943, meglio nota come fu un incontro internazionale tenutosi a Tokyo tra il 5 e il 6 novembre 1943, in piena seconda guerra mondiale. La conferenza riunì nella capitale nipponica i capi di governo e i rappresentanti dell'Impero giapponese e dei suoi principali alleati e collaboratori in Asia, membri della cosiddetta "sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale".
Lungi da produrre decisioni dall'immediato effetto pratico, la conferenza fu più che altro un'occasione di propaganda, al fine di convincere i popoli asiatici che il Giappone era portatore di un ruolo di "liberatore" dall'oppressione del colonialismo occidentale in Asia e aumentare quindi il sostegno allo sforzo bellico nipponico nei confronti delle rinnovate controffensive degli Alleati sul fronte del Pacifico.; la maggior parte dei delegati presenti alla conferenza erano espressione di governi collaborazionisti asiatici la cui "indipendenza" era stata proclamata dagli stessi giapponesi.
Il documento finale prodotto dalla conferenza rappresentava una specie di risposta giapponese alla Carta Atlantica degli alleati anglo-statunitensi, riprendendo anche alcuni dei temi in essa trattati in materia di cooperazione internazionale e diritto all'indipendenza e all'autogoverno degli Stati. Benché in definitiva fosse stato solo uno sforzo di propaganda pro-Giappone, inficiato dal reale comportamento dei giapponesi nei confronti delle nazioni asiatiche occupate, la conferenza viene ricordata anche come un primo tentativo di affermare un'unione pan-asiatica tra i popoli del continente, tema ripreso dalla conferenza di Bandung del 1955.
Antefatti
Sin dalla conclusione della guerra russo-giapponese del 1904-1905, tanto i popoli delle nazioni asiatiche dominate dalle "potenze bianche" (come India o Indocina) quanto quelli degli Stati forzati a sottoscrivere "trattati ineguali" con le grandi potenze occidentali (come la Cina) iniziarono a guardare al Giappone come a un modello a cui ispirarsi, vista la sua natura di prima nazione asiatica ad aver sconfitto nei tempi più recenti una grande potenza europea, l'Impero russo appunto.. Nel corso degli anni 1920 e 1930, i mezzi d'informazione giapponesi diedero ampio risalto alle leggi di stampo razzista emanate dai governi occidentali al fine di escludere l'immigrazione dalle nazioni asiatiche (come la "politica dell'Australia bianca" che influenzò i governi e l'opinione pubblica australiani dal 1901, o le leggi anti-immigrazione approvate dal Congresso degli Stati Uniti nel 1882, 1917 e 1924), come pure a resoconti su quanto gli asiatici soffrissero di pregiudizi razziali negli Stati Uniti d'America, in Canada, in Australia e nelle stesse colonie asiatiche delle potenze europee..
La maggior parte dei giapponesi all'epoca sembrava credere sinceramente che il Giappone fosse una nazione unicamente virtuosa, governata da un imperatore che era un dio vivente, e quindi la fonte di ogni bontà nel mondo. Poiché l'imperatore era adorato come un dio vivente e considerato moralmente «puro e giusto», l'autopercezione diffusa tra i giapponesi stessi era che il Giappone non avrebbe mai potuto fare nulla di sbagliato, poiché sotto la guida dell'imperatore divino tutto ciò che lo Stato giapponese faceva era da considerarsi unicamente come "giusto"; la conseguenza di ciò era che la popolazione giapponese era predisposta ad accettare automaticamente una qualunque guerra condotta dal Giappone come una cosa "giusta" e "morale", visto che il divino imperatore non avrebbe mai potuto condurre una guerra "ingiusta".. In questo contesto, molti giapponesi credevano che la missione del Giappone fosse porre fine al dominio delle nazioni occidentali in Asia e liberare gli altri asiatici che soffrivano sotto il dominio delle "potenze bianche".; un pamphlet distribuito alle truppe giapponesi nel dicembre 1941 recitava: «Questi bianchi possono aspettarsi, dal momento in cui escono dal grembo delle loro madri, di ricevere una ventina di nativi come loro schiavi personali. È davvero questa la volontà di Dio?».. La propaganda giapponese sfruttava spesso il tema del maltrattamento degli asiatici per opera dei colonizzatori occidentali come sprone per le truppe nipponiche..
A partire dal 1931, il Giappone iniziò a giustificare il suo proprio imperialismo in Asia facendo riferimento al tema del pan-asiatismo. La guerra con la Cina, iniziata nel 1937, venne descritta come uno sforzo per unire i popoli cinese e giapponese nell'amicizia pan-asiatica e per portare in Cina la "via imperiale", scopi che giustificavano l'«uccisione compassionevole» dei «pochi piantagrane» in Cina che erano causa di tutti i problemi nelle relazioni sino-giapponesi; in base a ciò, la propaganda giapponese aveva proclamato che l'Esercito imperiale, guidato dalla «benevolenza dell'imperatore», era venuto in Cina per impegnarsi proprio in "uccisioni compassionevoli" per il bene dello stesso popolo cinese. Quando nel 1941 il Giappone dichiarò guerra agli Stati Uniti e a diversi Stati europei che possedevano colonie in Asia, i giapponesi iniziarono a rappresentare sé stessi come coinvolti in una guerra di liberazione per il bene di tutti i popoli asiatici; in particolare, la propaganda nipponica fu intrisa di un marcato razzismo nei confronti degli occidentali, dipinti come "demoni bianchi" e "diavoli bianchi" completi di artigli, zanne, corna e code.. Lo stesso governo imperiale dipinse il conflitto come una guerra razziale tra i benevoli popoli asiatici guidati dal Giappone da un lato e gli statunitensi e gli europei dall'altro, dipinti come esseri sub-umani. Questo degenerò al punto che gli stessi leader nipponici diedero a volte l'impressione, nei loro discorsi, di credere alla propria propaganda sul fatto che i bianchi fossero interessati da un processo di degenerazione razziale, che li stesse effettivamente trasformando nelle creature demoniache sbavanti e ringhianti raffigurate nei loro cartoni animati.: in una conferenza stampa nel 1940, il ministro degli esteri nipponico Yōsuke Matsuoka ebbe modo di affermare che «la missione della razza Yamato è impedire che la razza umana diventi diabolica, salvarla dalla distruzione e condurla alla luce del mondo»..
Almeno alcune persone all'interno delle colonie asiatiche accolsero i giapponesi come liberatori dal giogo degli europei. La propaganda giapponese insisteva molto sulla necessità di creare una "sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale" dove tutti i popoli asiatici potessero vivere insieme come fratelli e sorelle; la realtà delle cose era tuttavia più simile a quanto esposto in un documento del luglio 1943 intitolato Indagine sulla politica mondiale con la razza Yamato come nucleo, dove i giapponesi stessi erano indicati come una razza superiore agli altri popoli mondiali e naturalmente destinata a dominare per sempre sugli altri popoli asiatici, considerati come razzialmente inferiori.. Prima dell'indizione della conferenza della Grande Asia orientale, il governo giapponese aveva rilasciato vaghe promesse di indipendenza a una varietà di movimenti anti-coloniali e indipendentisti asiatici nei territori occupati dal Giappone, ma salvo che per l'istituzione di alcuni evidenti Stati fantoccio nella Cina occupata queste promesse non avevano portato in pratica a nulla di concreto. Quando, nel corso del 1943, l'andamento della guerra del Pacifico iniziò a ritorcersi contro il Giappone, i burocrati del Ministero degli esteri nipponico e i sostenitori della filosofia del pan-asiatismo presenti nei ranghi del governo e delle forze armate iniziarono a premere per una rapida politica di concessione dell'indipendenza a varie parti dell'Asia, nel tentativo di incrementare la resistenza locale al ritorno delle truppe degli Alleati e aumentare il supporto allo sforzo bellico del Giappone; centrale nel sostenere questa politica fu Mamoru Shigemitsu, ambasciatore giapponese presso il governo collaborazionista cinese insediato a Nanchino. La dirigenza militare nipponica accolse la proposta in principio, ben capendo il valore propagandistico di una simile mossa, ma il livello di "indipendenza" che i militari avevano in mente per i vari territori era addirittura inferiore a quello di cui godeva lo Stato fantoccio cinese del Manciukuò; diversi territori ricompresi nella sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale non erano poi destinati a essere interessati da questo fenomeno..
La necessità di compensare i fallimenti sul piano militare con un successo sul piano diplomatico portarono il gabinetto del primo ministro Hideki Tōjō a sposare la politica di apertura pan-asiatica. All'inizio del 1943 il governo giapponese istituì un Ministero per la Grande Asia orientale, incaricato di curare le relazioni con i supposti Stati indipendenti asiatici ricompresi nella sfera di influenza del Giappone; in merito alla creazione del ministero, lo storico statunitense Gerhard Weinberg scrisse: «Questo passo mostrò esso stesso che gli annunci periodici provenienti da Tokyo circa il fatto che i popoli dell'Asia dovevano essere liberati e autorizzati a determinare il proprio destino erano una farsa e così erano intesi. Se qualcuno dei territori nominalmente dichiarati indipendenti lo fosse stato effettivamente, poteva ovviamente relazionarsi con il Ministero degli esteri, che esisteva proprio allo scopo di intrattenere rapporti con Stati indipendenti». Shigemitsu, il maggior sostenitore dell'iniziativa, fu chiamato da Tōjō nell'aprile 1943 a ricoprire la carica di ministro degli esteri, e il processo di concessione dell'indipendenza ai territori occupati dal Giappone ebbe inizio: formali dichiarazioni di indipendenza furono pronunciate dalla Birmania il 1º agosto 1943 e dalle Filippine il 14 ottobre 1943, mentre il 21 ottobre i giapponesi curarono l'istituzione di un governo provvisorio per l'India. Già dal 2 ottobre, infine, la dirigenza nipponica diede il suo assenso alla riunione, per il novembre seguente, di una "Conferenza della Grande Asia orientale" tra delegati di massimo livello in rappresentanza degli Stati "indipendenti" uniti al Giappone: nella visione di Shigemitsu la conferenza doveva costituire il primo passo per l'istituzione di una confederazione asiatica e di un regime di cooperazione internazionale che potesse proseguire nel dopoguerra, oltre a dare una visione più positiva degli obiettivi del Giappone nel conflitto in corso; Tōjō e i vertici militari, più pragmaticamente, guardavano alla conferenza come a un modo per aumentare il sostegno dei popoli asiatici allo sforzo bellico nipponico, oltre a servire a minare il morale degli Alleati opponendo alla loro avanzata un fronte compatto nell'Asia orientale.
La conferenza I partecipanti