La rivolta di Barbicone fu una serie di moti e congiure che sconvolse la città di Siena nel luglio 1371. Fu un tumulto degli operai della manifattura tessile per migliorie salariali ad accendere gli scontri il 14 luglio. Quando poi tre sottoposti dell'Arte della lana, tra cui lo stesso capopolo Barbicone e di cui due appartenenti alla Compagnia del Bruco, furono arrestati, la detta compagnia subentrò nella generalizzata violenza politica cittadina in sostegno della fazione egemone del regime: il Popolo minuto. All'affondo popolare seguirà il 30 luglio il trattato dei gonfalonieri, una fallita congiura del Monte dei Dodici, appoggiato dalla consorteria Salimbeni, per sciogliere la Compagnia del Bruco e deporre il governo dei Riformatori.
I prodromi della rivolta Le Arti al potere: dai Dodici ai Riformatori
I moti del 1370 e 1371 si collocano in un periodo turbolento della storia di Siena, seguente alla caduta del Governo dei Nove e che vede un assoluto protagonismo del Popolo Minuto.
Caduto nel 1355 il regime novesco, governo di stampo oligarchico che aveva guidato Siena dal 1287 e dal quale erano escluse le Arti cittadine (a eccezione della potente corporazione della Mercanzia e dell'influente dell'Arte della lana), si formò un nuovo reggimento, detto dei Dodici, basato sul potere collegiale delle corporazioni.
Tramite una riforma delle Arti infatti, conclusasi poi con la legge del novembre 1356, il nuovo regime mirò certamente a ottenere una maggiore legittimazione al vertice. Riguardo alle gilde, la differenza rispetto al precedente dominio della Mercanzia fu marcata da una rappresentanza, almeno teorica, delle corporazioni nella magistratura collettiva; tutti gli artigiani e i commercianti si dovevano iscrivere alle Dodici Capitudini delle Arti, i cui priori avrebbero composto un collegio detto appunto dei Dodici Priori delle Arti. Questi, consiglieri del capitano del popolo, iscritto anch'esso ad una delle arti, avevano diritto a partecipare al Consiglio generale e alle riunioni dei Dodici.
«Ecce quam bonum et quam jucundum habitare fratres in unum», si legge, a dimostrazione dei propositi di giustizia e teorica uguaglianza. I priori delle arti adesso, assieme ai Signori Dodici e al capitano del popolo eleggevano il Consiglio Generale (o della Campana) e inoltre gli stessi Signori.
Cadde dunque la veste oligarchica novesca ora che ogni cittadino era costretto a iscriversi a una delle dodici corporazioni - lanaiuoli, arte del fuoco, fuoco minuta, calzolari, notari, carnaiuoli, pizzicaiuoli, maestri del legname, setaiuoli, banchieri, ligrittieri, ritallieri, speziali.
Tale processo di "democratizzazione" proseguì quando nell'autunno del 1368 si consolidò ulteriormente in Siena il potere del Popolo minuto. Il governo dei Dodici cadde infatti in settembre grazie a un colpo di mano dei magnati che portò per poche settimane al potere un collegio nobiliare. Ben presto il composito strato popolare andò però ristrutturandosi e si aprì una nuova fase che vide un ulteriore slittamento del potere verso gli strati sociali inferiori.
Fu appunto il rovesciamento del breve governo dell'aristocrazia a far sì che gente di umile condizione e corporazione – piccoli bottegai e artigiani – si trovassero nelle condizioni di accedere alle magistrature repubblicane col potere di legiferare. I nuovi protagonisti sono da ricercare tra i muratori e falegnami, i fabbri e macellai, i ligrittieri e fornai. Nonostante il nuovo governo dei Riformatori«perché fu dato loro autorità di riformare il governo», fosse inizialmente un "governo di coalizione" composto da noveschi, gli stessi dodicini e i popolari minuti, ben presto grazie a un nuovo tumulto, l'11 dicembreArchivio di Stato di Siena. Concistoro 50, p. 27, questi ultimi riuscirono ad assicurarsi la maggioranza.
La Compagnia del Bruco
È in questo turbolento trapasso in cui con la caduta dei Dodici si susseguono congiure e sommosse, che compare la figura di Barbicone e, contemporaneamente, nasce la Compagnia del Bruco.
Con la rivolta dell'11 dicembre i popolari minuti assunsero un ruolo completamente egemone e dagli eletti del 13 dicembre si evincono infatti precisi riferimenti professionali che rimandano ai ceti subalterni. Accanto a commercianti e artigiani, questi in netta maggioranza, trovavano spazio nelle magistrature anche rappresentanti di salariati, alcuni dei quali sottoposti della lavorazione della lana. Furono queste le categorie sociali che avranno un ruolo importante nelle sommosse degli anni a venire.
Colui che forse più di tutti balza agli occhi, al principio della lista dei nominati, è proprio Francesco d'Agnolo, il Barbicone che diverrà celebre per la rivolta di due anni dopo. Il noto caporione fu dunque eletto in seno ai Riformatori, membro a tutti gli effetti della compagine governativa.
In merito allo stesso Bruco, la Compagnia del Piano di Ovile - questo il nome ufficiale della società di popolo - compare nel medesimo mese di dicembre del 1368. Fu Benedetto di Giovanni, fabbricante di corazze, a presentare infatti a nome degli uomini del proprio rione una petizione il 30 del mese, discussa dal governo e approvata; qui si chiedeva l'autorizzazione al formare una compagnia cittadina, che si sarebbe affiancata alle quarantadue già esistenti, lamentando il fatto che nessuna di quelle limitrofe assolvesse al compito di guardia della Porta Ovile.
Dunque una compagnia urbana in piena regola, attestata dai documenti dei mesi seguenti, e i cui componenti erano perfettamente inseriti all'interno delle magistrature; una società formatasi col consenso di quel regime "popolare" dei Riformatori al quale il Bruco sarà completamente affine.
La protesta sociale del 1370
Nonostante la Compagnia del Bruco sia stata spesso identificata come una setta più o meno segreta di scardassieri e altri lavoratori della lana, il fatto che fosse situata in un distretto urbano, comportava che al suo interno vi fosse un'eterogenea componente lavorativa.
La composizione popolare del rione riportava infatti una grande ma non esclusiva presenza di lanini; situata tra le compagnie di San Pietro a Ovile di sotto e di Sant'Antonio, “el bruocho del Pian d'Uvile” contava 218 contribuenti tra uomini, donne, gruppi d'eredi e altro. Dei molteplici mestieri indicati, tutti di bassa estrazione, "solo" un 35% dei capifamiglia era impiegato nella corporazione laniera.
Prova ne è che capo della rivolta nella quale il Bruco compare nelle cronache del 1370, quando "si scuperse in Siena" sia difatti un "ligrittiere", Domenico di Lano, venditore di panni al dettaglio, dunque non esattamente impiegato nella produzione e nella lavorazione laniera. La causa scatenante della protesta che vide insorgere il Piano di Ovile riguardava una delle innumerevoli crisi del tardo medioevo sull'approvvigionamento di grano.
L'insurrezione della brigata, dietro il motto "pace e dovizia", non era finalizzata al rovesciamento di un regime ostile, quanto probabilmente a spingere il "proprio" governo, che già nel biennio precedente aveva promosso alcune riforme per i ceti meno abbienti quali alcuni prestiti forzosi e l'esonero fiscale di fasce più povereArchivio di Stato di Siena, Statuti di Siena 35, c. 10, a intervenire energicamente nella crisi sociale. La lotta infatti mirava a costringere i possessori di grano a immetterlo sul mercato per fermare il "caro": "e andaranno per lo grano a chi n'ara, e chi n'ara ne lo darà".
Domenico di Lano era così bene inserito all'interno della fazione dei Riformatori al potere che due mesi dopo, il 27 settembre, lo ritroviamo fare parte di una commissione, comprendente anche noveschi e dodicini - le altre fazioni oltre ai "minuti" - col compito di studiare modalità e mezzi per aumentare le entrate del comune e portare più grano in città. E in tal senso andranno alcune concessioni popolari in merito a questo periodo di crisi, quando, evidentemente sotto pressione e col timore di nuovi tumulti, il governo decise il 27 ottobre 1370 di rimuovere i nominati dell'Ufficio del Biado, condannando e multando i membri noveschi e dodicini del detto ufficio. Una manovra di rimozioni miranti a placare la base sociale, radicale e popolare dei Riformatori di cui il Bruco era una evidente scorta: la composizione del nuovo ufficio sarà composta infatti da soli uomini del Popolo minutoArchivio di Stato di Siena, Consiglio Generale 180 c.101-102.
1371: La rivolta dei lanini e la sommossa del Bruco
L'insurrezione degli scardassieri
Nel luglio del 1371 quella che è passata alla storia come la rivolta di Barbicone prese le mosse dalle condizioni di impiego dei lanini. I sottoposti dell'arte della lana di Siena, per ottenere migliori condizioni lavorative, protestarono coi padroni della loro corporazione, chiedendo che fosse il Comune a fissare il salario e non gli stessi maestri, anzi minacciando di ucciderli.
La differenza col successivo Tumulto dei Ciompi risulta evidente: mentre nella rivolta fiorentina gli operai della lana cercano un riconoscimento corporativo per l'accesso alle magistrature di governo, qui, con una situazione che già prevedeva l'accesso di piccoli artigiani e salariati - come il caso degli uomini del Bruco - agli scranni del potere, si chiedeva a un governo ritenuto "amico" che fosse lui e non la potente corporazione dei maestri lanaioli a fissare il prezzo politico d'impiego della forza lavoro.
Ma i lanini non riuscirono a ottenere udienza e anzi, dopo una manifestazione sotto il Palazzo del Comune, alcuni di loro vennero arrestati e interrogati; a questo punto, con la repressione in atto e il fermo di Cecco delle Fornaci, Giovanni di monna Tessa e Francesco d'Agnolo detto Barbicone, il Bruco intervenne nella sommossa. Dunque non fu la compagnia a promuovere la rivolta dei sottoposti della lana; questi invece, di cui molti appartenenti al Piano d'Ovile, insorsero di per sé con gli operai provenienti logicamente anche da altri distretti cittadini. Solo col fermo di due dei molti lavoratori tessili appartenenti al Piano di Ovile, il Bruco scende nell'agone e capeggia l'ulteriore tumulto.
La non sovrapponibilità assoluta tra lanini e membri del Bruco è data proprio dall'esempio principe: colui che è passato alla storia (e al folklore) come il leader della “rivoluzione” apparteneva clamorosamente a un'altra "contrada"; sia nel 1371 che nel 1384 Barbicone è allirato nella Compagnia di San Giovanni.
La liberazione dei rivoltosi e le violenze politiche
Al momento in cui la folla si precipitò sotto il Palazzo Pubblico dunque, vi fu il fermo di alcuni di rivoltosi, col Senatore (una carica giudiziaria) che sotto tortura strappò loro una confessione che poteva costare la condanna a morte: «dissero cosa che vi andava la vita»
Il Bruco allora insorse reclamando la scarcerazione degli imprigionati il giorno 14 luglio: ne seguì una violentissima sommossa, tanto che molte forze del Senatore rimasero sul campo, finché l'arrivo del capitano del popolo, Francino di Maestro Naddo, riuscì almeno momentaneamente a sedare il tumulto.