Lintelletto agente (in latino: intellectus agens, tradotto anche come intelletto attivo, intelligenza attiva, ragione attiva o intelletto produttivo) è un concetto della filosofia classica e medievale. Il termine si riferisce alla qualità formale (morphe) dell'intelletto (nous), come è descritta dalla teoria dell'ilomorfismo.
La natura dell'intelletto agente è stata oggetto di un intenso dibattito nella filosofia medievale: vari pensatori musulmani, ebrei e cristiani provarono a conciliare il loro impegno nel commento della concezione aristotelica del corpo e dell'anima con la propria visione teologica. La posta in gioco in particolare era in che modo la concezione di Aristotele di un'anima incorporea potesse contribuire alla comprensione della natura della vita eterna.
La concezione di Aristotele La concezione è esposta per la prima volta nel Libro III del trattato De anima (e in particolare al cap. 5 430a10-25). Si riporta di seguito la traduzione di Joe Sachs con alcune note sul testo greco:
Il brano cerca di spiegare «come l'intelletto umano passa dal suo stato originario, in cui non pensa, a uno stato successivo, in cui lo fa». La distinzione energeia/dynamis viene dedotta all'interno dell'anima stessa., page 3 Aristotele afferma che l'intelletto passivo riceve le forme intelligibili delle cose, e che l'intelletto attivo è necessario per trasformare la conoscenza potenziale in conoscenza attuale, nello stesso modo in cui la luce trasforma i colori potenziali in colori reali.
Il brano viene spesso letto insieme alla Metafisica, Libro XII, ch.7-10, dove Aristotele discute anche della mente umana e distingue tra gli intelletti attivi e passivi. In quel passaggio Aristotele sembra equiparare l'intelletto attivo con il "motore immobile" e Dio.Si veda la Metafisica 1072b.
Interpretazioni Sachs commenta che la natura dell'intelletto attivo era «la fonte di un'enorme quantità di commenti e di feroce disaccordo»; altrove, il capitolo 5 del De Anima è stato definito come una delle «frasi più studiate nella storia della filosofia». Come osserva Davidson:
Cultura greca I primi commentatori greci di Aristotele, in particolare Alessandro di Afrodisia e Temistio, diedero diverse interpretazioni della distinzione tra gli intelletti attivi e passivi. Alcuni di loro considerarono l'intelletto attivo come una facoltà esterna alla mente umana, Alessandro arrivò al punto di identificarlo con Dio.
In seguito, entrambe queste interpretazioni, neoplatoniche e forse altre, influenzarono lo sviluppo di un'importante letteratura filosofica araba, che utilizzava il termine 'aql come traduzione di nous. Questa letteratura è stata successivamente tradotta e commentata in latino ed ebraico.
Ebraismo e islam Al-Farabi e Avicenna, e anche il filosofo ebreo Maimonide, erano d'accordo con l'interpretazione "esterna" dell'intelletto attivo, e ritenevano che l'intelletto attivo fosse la più bassa delle dieci emanazioni che discendevano dalle sfere celesti. Sulla scia di Alessandro di Afrodisia, la decima intelligenza è principio metafisico e gnoseologico, è il datore delle forme (dator formarum) al mondo sublunare, sia delle forme sostanziali che di quelle intellegibili. Questo flusso di essere prosegue l'emanazione del Primo Principio ed è accolta da una materia che non è potenzialità indeterminata, mero ricettacolo di qualsiasi forma, ma che da principi esterni, riconducibili allo stesso flusso di essere, è preparata ad accogliere una data forma specifica piuttosto che un'altra, per opere dell'influsso celeste e dell'azione delle cause naturali seconde.
Maimonide citò Avicenna nella sua definizione di profezia dove:
I musulmani più strettamente aristotelici (in particolare Avempace e Averroè) scrissero del modo in cui fosse possibile ricongiungersi con l'intelletto attivo, raggiungendo così una sorta di nirvana filosofico.
La ragione degli aristotelici islamici ed ebrei per postulare un unico agente intellettuale esterno è che tutti gli esseri umani (razionali) sono considerati dagli aristotelici come possessori o aventi accesso a un insieme fisso e stabile di concetti, che costituiscono una conoscenza retta e unificata dell'universo. L'unico modo in cui tutte le menti umane potrebbero possedere la stessa retta conoscenza è se tutte avessero accesso a un archivio centrale di conoscenze, come dei terminali che avessero accesso a un computer mainframe (Kraemer, 2003 ). Questo mainframe è l'Intelletto agente, la "mente" dell'universo, che rende possibili tutte le altre conoscenze.
Cristianesimo occidentale Nell'Europa medievale e rinascimentale alcuni pensatori, come Sigieri di Brabante, adottarono integralmente l'interpretazione di Averroè, al pari della successiva scuola di "averroisti padovani". Tommaso d'Aquino elaborò la distinzione di Aristotele tra l'intelletto attivo e l'intelletto passivo nelle sue Quaestio disputata de anima e nel suo commento al De anima di Aristotele , sostenendo, contro Averroè, che l'intelletto attivo appartenesse alla personalità umana individuale. Nella sua Summa Theologica, Tommaso d'Aquino affermò che «secondo l'insegnamento della nostra Fede, questo intelletto separato è Dio stesso, che è il creatore dell'anima e nel quale solo l'anima è beatificata». Citando Gregorio di Nissa, egli affermò che «l'uomo possiede la comprensione intellettiva insieme agli angeli» i quali sono chiamati "menti" e "intelletti" in quanto non hanno altro potere che il potere intellettivo e la volontà (Quaestio 79, articolo 1).
Secondo san Tommaso, l'intelletto agente e l'intelletto possibile sono due facoltà dell'essere umano. L'intelletto agente astrae le specie intelligibili dalla materia, che ne è il principio di individuazione, rendendo le specie intelligibili in atto e universali. L'intelletto agente è necessario per spiegare il passaggio dall'ente reale che è individuato alla conoscenza intellettuale delle specie universali. Dove è presente la specie intelligibile impressa o immagine sensibile della cosa percepita, l'intelletto agente ne astrae le note individuanti. Mentre l'intelletto agenda astrae universalizza, l'intelletto possibile conoscere universale e lo esprime a parole mediante il concetto.Sofia Vanni Rovighi, Elementi di Filosofia, 3. La Natura e l'Uomo, Biblioteca (n. 6), Scholé, 2022, pp. 132-137
Una terza scuola, di "alessandrini", respingeva l'argomento che legava l'intelletto attivo all'immortalità dell'anima, mentre si affrettava ad aggiungere che credevano ancora nell'immortalità come questione di fede religiosa (vedi Pietro Pomponazzi, Cesare Cremonini).
L'intelletto attivo, nel senso descritto, è più propriamente chiamato l'Intelletto Agente, in quanto è la forza che innesca l'intelletto nella mente umana e fa passare i pensieri dallo stato potenziale a quello attuale. Non va confuso con l'"intelletto in atto", che è il risultato di quell'innesco, ed è più affine al termine psicologico "conoscenza attiva". Un altro termine per il risultato finale dell'intelletto, vale a dire la conoscenza accumulata da una persona, è l'"intelletto acquisito". Gli angeli sono chiamati 'menti' e 'intelletti' perché non hanno altro potere che il potere intellettivo e la volontà.
Note
Bibliografia
Commentarium magnum in Aristotelis De anima libros, ed. Crawford, Cambridge (Mass.) 1953: traduzione latina del commento esteso di Averroè al De Anima Walter Burley, Commentarium in Aristotelis De Anima L.III edizione critica e trascrizione paleografica a cura di Mario Tonelotto Averroes (tr. Alain de Libera), L'intelligence et la pensée, Paris 1998: traduzione francese del commento esteso di Averroè al Libro III 3 del De Anima Essays on Aristotle's De Anima, ed. Nussbaum and Rorty: Oxford 1992 Juan Fernando Sellés (2012), El intelecto agente y los filósofos. Venturas y desventuras del supremo hallazgo aristotélico sobre el hombre, Tomo I (Siglos IV a.C. - XV), EUNSA, Pamplona, p. 650.
Voci correlate Aristotelismo Noesi Giovanni Filopono
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