Specializzato nella storia politica e istituzionale dell'Età moderna e della Repubblica di Genova, Costantini si occupò diffusamente anche di temi di Storia Contemporanea, come antifascismo, anarchismo e storia del movimento operaio. Si distinse inoltre per il suo attivismo politico di sinistra e a fianco del Movimento studentesco negli anni in cui insegnò all'Università degli Studi di Genova.

Biografia Gli anni '50 e '60 Nasce a Roma, dove i genitori erano entrambi impiegati contabili presso la A.E.G. Thomson Houston società italiana di elettricità. Nel 1951 la famiglia si trasferisce a Rapallo in seguito al pensionamento del padre. Qui Costantini si iscrive alla facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Genova, dove si laurea nel 1957 con una tesi dal titolo Lo storicismo di Labriola e i suoi riflessi nella cultura di alcuni storici italiani.

All'inizio degli anni '50 ha una breve esperienza nel Pci, presto abbandonato per avvicinarsi a Unità popolare, di cui faceva parte anche il Prof. Franco Venturi, relatore della sua tesi insieme al Prof. Carlo Mazzantini. È Venturi a presentargli Luigi Bulferetti, che nel 1958 assume la guida dell'Istituto di Storia Medievale e Moderna dell'Università. Costantini entra a far parte dell'istituzione nel 1959 come Assistente volontario e poi straordinario alla cattedra di Storia moderna, tenuta proprio dal Bulferetti.

Il 1959 è anche l'anno in cui Costantini sposa la compagna di università Luisa Clerici, allieva di Carlo Mazzantini e comincia la collaborazione, durata circa tre anni, con la rivista militante Movimento operaio e contadino in Liguria, poi Movimento operaio e socialista in Liguria, fondata da Gaetano Perillo. Qui ha infatti la possibilità di pubblicare alcuni studi sulla storia dell'anarchismo e dell'antifascismo in Liguria, condotti anche in collaborazione con l'amico Gino Bianco...

Nel 1961 sull'onda delle manifestazioni dell'anno precedente contro la convocazione del congresso del Msi a Genova (fatti di Genova del 30 giugno 1960), decide di fondare la rivista Democrazia diretta, notiziario delle lotte e della democrazia operaia. La testata era la testimonianza dell'interesse di Costantini e altri intellettuali per le lotte dei giovani operai e portuali, in contrapposizione con la rigidità del Pci, accusato di essere del tutto incapace di dar loro voce e ascolto

Per quanto riguarda invece la carriera accademica, nel 1963 Costantini viene promosso ad Assistente ordinario, fatto che gli consente di porre termine alla breve esperienza da insegnante nelle scuole secondarie, svolta nel periodo 1960-63, parallelamente all'incarico di Assistente straordinario. Nel 1967 ottiene infine l'abilitazione alla docenza universitaria e negli anni accademici seguenti assume l'incarico prima dell'insegnamento di Storia della Scienza e della tecnica (anno accademico 1967-68) poi di Storia moderna. In particolare, dal 1969-70, gli viene assegnata la seconda cattedra di Storia moderna, parallela a quella di Bulferetti e rivolta ai corsi di laurea di Filosofia, Lingue e Geografia. Erano gli anni della prima grande contestazione studentesca e Costantini si schierò da subito a fianco dei suoi studenti, contrapponendosi ai colleghi conservatori e anche a quelli appartenenti al Pci, mettendo a nudo l'incapacità del partito di aprirsi alle istanze provenienti dalla società civile e a dialogare con i nuovi movimenti che si definivano di sinistra.

Proprio dall'esperienza del Sessantotto, nasce il rivoluzionario progetto editoriale dell'enciclopedia Io e gli altri , una grande opera divulgativa in dieci volumi per i ragazzi delle scuole medie e delle prime classi secondarie. Il progetto si apre tra il 1967 e il 1968, su iniziativa di un amico di Costantini, il libraio Angelo Ghiron, espulso dal Pci nel 1956 per essersi espresso contro l'intervento sovietico in Ungheria. L'idea era quella di creare una enciclopedia nuova, di sinistra, capace di proporre finalmente ai giovani i temi di riflessione emersi negli ultimi anni, come psicologia, etnografia, informazione sessuale e storia del movimento operaio. Non solo, anche la tradizionale struttura dell'enciclopedia andava completamente rivoluzionata e rivolta a una lettura ragionata, agile e piacevole, non soltanto un elenco di nozioni da assimilare. Il gruppo dei redattori si stabilizzò intorno alle figure di Costantini e Giorgio Bini, maestro elementare e più tardi deputato del PCI, figura fondamentale dello schieramento progressista nella scuola. Bini coinvolse inoltre, alcuni giovani colleghi, come Marcella Bacigalupi e Pietro Fossati, ma anche De Sabbata, Alberti, Collotti, Pischel, Sartori, Rotondo e i due fratelli Maestrelli. Costantini, da parte sua, riuscì a mobilitare un gran numero di figure provenienti dall'ambiente universitario, come Calegari Manlio e Letizia, Moreno, Medio, Mannoni, Gibelli, Casarino, Edoardo Grendi, Bertogli, Surdich Francesco e Luigi, Bettolini, Borghesi, Troiano, Poleggi, Itzcovich, Beonio-Brocchieri. Fu sempre Costantini, inoltre, a prendere contatti con illustratori di primo piano come il fratello Flavio Costantini, Lele Luzzati e Giannetto Coppola. L'opera giunse a termine all'inizio del 1973 e fu accolta dalla maggior parte della stampa con giudizi equilibrati e lusinghieri. Tuttavia non raggiunse mai la diffusione e il successo economico sperato. Troppo anticonformista e schierata ideologicamente per essere pienamente accettata dal mondo della scuola, l'enciclopedia fu anche oggetto di aspre critiche e nel 1975 il Ministro della Pubblica Istruzione Francesco Maria Malfatti giunse perfino a sconsigliarne esplicitamente l'utilizzo ai presidi. La condanna era estesa anche alla collana di volumetti illustrati pensata per le scuole primarie Per leggere, per fare, coordinata all'Enciclopedia.

Gli anni '70

L'avvento dell'università di massa e la "guerra" dei Centri d'Interesse All'inizio dell'anno accademico 1972-73 Costantini vince il concorso da professore aggregato e gli viene riconfermata la seconda cattedra di Storia moderna della Facoltà di Lettere.

Grazie alla nuova posizione in questi anni si fa promotore dei cosiddetti Centri d’interesse, percorsi formativi interdisciplinari da svolgere sul territorio, fuori dalle aule universitarie e volti a mettere in comunicazione università e espressioni sociali (scuole, quartieri, sindacati, fabbriche). I contenuti sarebbero stati individuati direttamente sul campo a partire dal confronto tra studenti e società civile. Si trattava di una proposta didattica radicalmente innovativa, volta a rispondere alle esigenze della nuova università di massa nata dopo il Sessantotto con la legge Codignola (11 dicembre 1969). L’idea, infatti, era quella di tradurre la liberalizzazione delle iscrizioni e dei piani di studio in una vera e propria apertura dell'università al mondo esterno. La prima bozza del progetto fu elaborata nel dicembre del 1972 in risposta a un’ampia mobilitazione studentesca, che aveva tra i suoi punti nodali proprio la questione di un rinnovamento della didattica. Il Consiglio di Facoltà, tuttavia, osteggiò a più riprese la realizzazione dei Centri d’interesse, opponendosi a una così radicale trasformazione della didattica, troppo lontana dalla tradizionale lezione “cattedratica”. Costantini, al contrario, si schierò con decisione a difesa del progetto e a sostegno della mobilitazione degli studenti, finendo per attirarsi l’ostilità dei colleghi, tanto che, nell’ottobre del 1973 il Consiglio di Facoltà arrivò a escludere deliberatamente il giovane professore dalla promozione a ordinario, che gli sarebbe spettata di diritto con l’entrata in vigore dei Provvedimenti urgenti (1 ottobre 1973). La notizia, tuttavia, trapelò velocemente e destò un'ondata di manifestazioni di solidarietà da parte di alcuni colleghi e del movimento studentesco, che bloccò la Facoltà per dieci giorni attirando anche l'attenzione della stampa. Alla fine la Facoltà, davanti a tanto clamore, decise di ritornare sulla sua decisione e annullare il provvedimento, riconfermando a Costantini la cattedra di Storia moderna.

Nonostante l'ostilità del CdF nei suoi confronti, Costantini non rinunciò negli anni accademici seguenti a lottare per la realizzazione dei Centri e per un rinnovamento della didattica in grado di far fronte alle esigenze della crescente massa di studenti. Dopo l’ennesima bocciatura del progetto nel giugno del 1975, Costantini decise di rendere pubblico il dibattito sulle condizioni in cui si trovava l’ateneo, scrivendo una Lettera aperta alla facoltà. Il documento, firmato da altri dieci docenti, venne divulgato in circa dieci copie nell'ottobre 1975. Tra i destinatari in realtà non c'era solo la Facoltà, ma anche le associazioni culturali, la stampa, le scuole di ogni ordine e grado, partiti, sindacati e la città tutta. La Lettera costituiva, infatti, la prima importante analisi della situazione dell'Università italiana e in particolare dell'Ateneo genovese dopo le leggi Gui, Codignola e i Provvedimenti speciali. In essa Costantini decretava il fallimento dell'università di "massa", dovuto certamente alle mancanze del governo ma anche a quelle della classe accademica. Quest'ultima, in particolare, aveva sfruttato i provvedimenti legislativi post-Sessantotto a proprio vantaggio, riservando a una ristretta enclave e ai suoi protetti lo sfruttamento delle risorse che invece sarebbero dovute servire a far fronte alla nuova massa di iscritti. Il risultato era stato un accrescimento del potere e dei privilegi dei baroni e la nascita di due università parallele: quella "seria", gestita dalla vecchia corporazione, che offriva a chi riusciva a entrare nelle sue grazie concrete opportunità di carriera, e un'altra università, destinata alla gran massa degli iscritti, dispensatrice soltanto di intrattenimento e titoli inutili. L'attacco al Consiglio di Facoltà di Lettere era durissimo: il CdF si era trasformato, secondo Costantini, in un luogo di spartizione delle nuove risorse tra i direttori degli Istituti, piuttosto che organo direttivo della vita di facoltà. Le uniche proposte valide, sorte in risposta alle mutate condizioni della comunità accademica, erano state quelle legate a esperienze di lavoro e ricerca in gruppo, fondate sulla interdisciplinarità e l'autogestione, ovvero sul modello dei Centri d'Interesse.

Grazie al dibattito innescato dalla Lettera, il 14 gennaio 1976 il Consiglio di Facoltà approvò la proposta di realizzazione del seminario interdisciplinare Comunità e territorio, presentato come un’iniziativa studentesca e coordinato dai professori Costantini, Quaini, Gibelli e Itzcovich. Il seminario coinvolse un totale di 350 persone suddivise poi in gruppi di lavoro e, come Costantini dichiarò nella seduta del CdF del 15 luglio del 1976, al termine dell'esperienza per quel primo anno accademico, il risultato ottenuto era stato proprio quello di costituire "un solido rapporto culturale e politico tra il lavoro degli studenti e i problemi della nostra società" . L'unica istituzione a non essersi dimostrata disponibile nei confronti degli studenti era stata l'università, che non aveva fornito spazi e mezzi sufficienti alla grande quantità di partecipanti. Ancora una volta Costantini denunciava il fatto che gli Istituti monopolizzavano le risorse. Nonostante tutto, però, l'esperienza del seminario verrà ripetuta con successo negli anni accademici '77/'78 e '78/'79.