La storia economica d'Italia presenta i cambiamenti economici e sociali e le politiche economiche in Italia dall'Unità (1861) fino al presente.
L'Italia appena unificata era un paese povero, con poche infrastrutture industriali e civili e condizioni sociali già piuttosto diverse tra le sue regioni. Durante i primi trent'anni del Regno, mentre l'Europa si avviò alla seconda rivoluzione industriale, l'Italia costruì le infrastrutture fisiche fondamentali e sviluppò e unificò le istituzioni nazionali. Solo dalla fine del secolo, durante la cosiddetta età giolittiana (1899-1914), ci fu una crescita decisa ed un primo vero decollo industriale.
La prima guerra mondiale produsse un forte indebitamento, generò un'inflazione elevata e indebolì la valuta. Il dopoguerra vide una ripresa relativamente rapida, ma anche grandi tensioni sociali. Il governo fascista (1922-1943) dopo la svolta politica dittatoriale del 1925, promosse una forte rivalutazione della lira, che causò un riorientamento delle produzioni industriali, assieme a una grave deflazione e recessione. Nel 1929 le conseguenze della crisi di Wall Street travolsero il paese. Il governo salvò il sistema finanziario e portò gran parte dell'economia in mano allo Stato; accentuò il protezionismo, portandolo poi fino alla politica di autarchia. Queste scelte di politica economica produssero una crescita molto bassa per tutti gli anni 1930, molto inferiore a quella delle principali economie occidentali.
Il conflitto mondiale (1940-1945) costò all'Italia numerosissime vittime, immense distruzioni di infrastrutture civili, e un dilaniamento politico e sociale. La ricostruzione fu molto rapida e debito ed inflazione vennero messi sotto controllo in pochissimi anni. Fino alla metà degli anni 1960 la crescita rimase molto sostenuta, grazie a molti fattori positivi, politici, economici e sociali, sia nazionali, sia internazionali. Questo cosiddetto miracolo economico italiano fece recuperare il ritardo storico rispetto alle economie più avanzate e ridusse anche le differenze di reddito nella popolazione e il divario regionale tra nord e sud.
Dalla metà degli anni 1960, l'Italia arrivò alla piena occupazione e la crescita non poteva essere più sostenuta da manodopera a basso prezzo e tecnologie importate, come era accaduto fino ad allora. Dalla fine degli anni 1980, una nuova potente ondata di globalizzazione vide i paesi asiatici emergere sulla scena economica mondiale, i mercati internazionali divenire sempre più aperti, e tecnologie e la mobilità internazionale dei capitali ancor più diffuse. Molti settori economici si organizzarono tramite estese filiere produttive globali, generando in Italia come altrove forti tensioni politiche e sociali. In risposta, il sistema politico italiano promosse riforme sociali e aumentò la spesa pubblica.
Il tasso di crescita rimase sostenuto fino alla metà degli anni 1990, quando l’Italia raggiunse lo stesso livello di PIL per abitante delle maggiori economie europee. All'inizio degli anni 1990 l'Italia visse profondi cambiamenti politici, mentre l'Europa rafforzava la propria integrazione e avviava la preparazione dell'unione monetaria. La fase di crescita degli anni 1980-1995 si rivelò alimentata da una eccessiva spesa pubblica e scarsa tassazione. Il paese accumulò un debito imponente e non riuscì a correggere efficacemente le proprie debolezze di fondo: la grande diffusione di corruzione e criminalità organizzata, il rallentamento del sud e la perdita di produttività dei settori economici trainanti.
Dagli anni 1990 la crescita italiana è stata molto fragile e limitata. Fino ad allora, come tante economie arretrate in fase di espansione, l'Italia aveva usato ripetute svalutazioni per guadagnare competitività. Superata quella fase, sostenere la competitività richiedeva di sviluppare il capitale umano (istruzione e ricerca), favorire l’innovazione tecnologica, la coesione e fiducia sociali, la capacità di interagire con un mondo sempre più interconnesso e di adattarsi agilmente ai cambiamenti globali. Le riforme italiane in queste direzioni non hanno sempre tenuto il passo rispetto ad altre economie avanzate.
Nel 2008-2009 una crisi finanziaria globale scatenò una grande recessione che durò fino al 2014, aumentando la fragilità generale del paese; le divergenze fra settori dell'economia che hanno saputo crescere, innovare e competere ed altri che sono entrati in declino; e le differenze fra nord e sud. Il reddito medio per abitante italiano, che nel 1995 aveva raggiunto il 70% di quello statunitense, nel 2019 ne è diventato il 50%: è stata così annullata la convergenza con la maggiore economia mondiale, che era stata guadagnata durante la rincorsa degli anni 1950-1980.
Evoluzione di lungo periodo
Guardando al lungo periodo, la ricchezza media degli italiani è rimasta pressoché costante fino alla fine del 1800. I cicli economici che si sono succeduti nel corso di molti secoli precedenti, con fasi di crescita e di crisi, non hanno prodotto un significativo cambiamento economico (in termini di PIL per abitante).
Nel 1861 l'Italia appena unificata era un paese arretrato e periferico alla nascente rivoluzione industriale europea e alla prima globalizzazione. Durante i primi trent'anni del Regno l'economia crebbe poco, mentre si unificavano e consolidavano le istituzioni politiche, di mercato e le infrastrutture nazionali. Dalla fine del 1800, l'economia italiana cominciò a crescere più decisamente e a convergere con quella dei paesi più industrializzati. Tra le due guerre mondiali, e a cavallo della grande depressione del 1929, la crescita e la traiettoria di convergenze rallentarono e furono poi interrotte dalla catastrofe del secondo conflitto mondiale.
Nel secondo dopoguerra la crescita accelerò fortemente, con tassi medi superiori a quelli delle grandi economie occidentali (anni 1950-1960), consentendo all'Italia di recuperare il ritardo storico rispetto alle economie più avanzate, pur nel mezzo di una forte crescita delle economie occidentali. Questa cosiddetta convergenza si attenuò durante gli anni 1970-1980, fino ad arrestarsi negli anni 1990, mentre il mondo entrava in una nuova fase di forte globalizzazione.
Questa crescita economica (che rispecchia la traiettoria delle economie degli altri maggiori paesi occidentali)Toniolo G., An overview of Italy’s economic growth. In , 2013 ha prodotto un forte miglioramento delle condizioni di vita: dal 1861 al 2018 il prodotto interno lordo per abitante è aumentato oltre 13 volte; l'aspettativa di vita alla nascita è passata da 30 a 83,4 anni; la mortalità infantile entro il primo anno di vita è passata da 289 a 2,4 per mille nati vivi; la disuguaglianza di reddito si è ridotta di un terzo;Il coefficiente di Gini è passato da 0.5 a 0.33. la popolazione in povertà assoluta è diminuita dal 40% al 8,8%; il tasso di analfabetismo è stato ridotto dal 78% al 1%.Fonte dati: per 1861, Toniolo G., An overview of Italy’s economic growth. In , 2013; per il 2018, ; ;
Dalla meta degli anni 1990 è cominciata una fase di contrazione della crescita. Alcuni economisti vedono una difficoltà italiana dentro una generale perdita di competitività globale delle economie europee... Altri sottolineano che la contrazione della crescita economica italiana è molto più marcata di quella delle altre maggiori economie europee e rappresenta un vero e proprio declino che, dall'unità, era stato sperimentato solo durante il secondo conflitto mondiale.
Regno d'Italia L'Italia all'unificazione
L'Italia appena unificata (1861) era il paese più arretrato tra i grandi paesi europei. Il PIL per abitante era di 2,050 euro, la metà di quello del Regno Unito, l'economia più avanzata dell'epoca.Valore attualizzato al 2020. . Su 26 milioni di abitanti, il 44% di essi viveva sotto la soglia di povertà. e il 30% erano cronicamente malnutriti. Un bambino su quattro moriva entro il primo anno di vita, un tasso di mortalità infantile tra i più alti in Europa, così come lo erano l'incidenza di pellagra e di malattie infettive.. La speranza di vita alla nascita era di 30,5 anni (mentre in Germania e Gran Bretagna era di 42 anni).
L'Italia non era soltanto arretrata, ma era anche disomogenea: la storia aveva prodotto una diversità di istituzioni, norme culturali e prassi. È stato stimato che solo dal 2 al 10% della popolazione sapesse esprimersi in italiano piuttosto che in dialetto.
C'era già un chiara divergenza sociale tra nord e sud. Il 54% della popolazione piemontese, ligure e lombarda era analfabeta, contro il 74-80% di quella veneta, toscana, emiliana e dello Stato Pontificio e l'87-90% della popolazione meridionale. In Liguria, Lombardia e Piemonte andavano a scuola il 93% dei bambini; nell'Italia centro-meridionale solo dal 18 al 35%, a seconda delle regioni.
Le realtà industriali (soprattutto metalmeccaniche e tessili) erano concentrate in Piemonte, Liguria e Lombardia: le tre regioni producevano circa la metà di tutte le esportazioni nazionali. Nel complesso, le industrie e infrastrutture erano molto limitate rispetto agli altri maggiori paesi europei. È stato stimato che la capacità produttiva italiana nel tessile del cotone fosse meno del 2% di quella inglese e il 9% di quella francese; la produzione di ghisa era meno di un millesimo di quella inglese e il 3% di quella francese. La rete ferroviaria italiana era di circa 2.000 km (di cui il 40% in Piemonte e il 30% in Lombardia): corrispondeva al 16% della rete britannica e al 25% di quella francese.
Il nord ed il sud avevano anche avuto lunghe storie sociali divergenti. Nell'Italia centrale e soprattutto in quella settentrionale nel corso dei secoli si era sviluppato un ricco patrimonio civico, costituito da associazioni locali di diversa finalità, importanti e lunghe esperienze di autogoverno locale, organizzazioni cooperative e simili. Nel meridione erano invece prevalse per secoli forme autoritarie di governo centralizzato, e spesso dominazioni estere, che avevano lasciato poco spazio alla crescita di forme di vita civica locale. Queste due storie avevano prodotte differenze culturali e sociali fondamentali: il capitale sociale, cioè l'insieme di norme, organizzazioni, relazioni e valori che soggiaciono al funzionamento di una società, erano diversi. In questa diversità sono state viste le radici sociali delle diverse traiettorie regionali di sviluppo politico ed economico..
Durante i primi dieci anni il Regno fu politicamente molto fragile, preso tra conflitti per completare l’unificazione (la terza guerra d'indipendenza, a cui seguì l’annessione del Veneto nel 1866, e quindi l'annessione dello Stato Pontificio nel 1870), un consenso sociale limitato e l’opposizione della Chiesa. Come in molti altri paesi europei, il potere era controllato da un élite ristretta (grandi proprietari terrieri ed élite urbane), seppure ispirata dagli ideali illuministi. Solo l'1,9% della popolazione aveva diritto di voto per eleggere la Camera, mentre il re nominava i senatori. La politica dei primi decenni unitari si orientò a consolidare l'unità nazionale e creare le basi di uno stato moderno, tramite riforme della pubblica amministrazione e delle finanze pubbliche e massicci investimenti nelle infrastrutture dei trasporti. Un esercito numeroso rimaneva il metodo di controllo del malcontento sociale, specie nel meridione.
Età liberale (1861-1921)