Il bollettino di guerra n. 887 fu un comunicato emanato il 28 ottobre 1917 dal comando supremo militare italiano e firmato dal generale capo di stato maggiore Luigi Cadorna, con il quale il comandante del Regio Esercito riassumeva gli avvenimenti successivi allo sfondamento austro-tedesco di Caporetto, indicando genericamente alcuni reparti italiani della 2ª Armata quali colpevoli della disfatta sul fronte italiano.. La versione originale del comunicato, poi emendata dal governo Boselli per la sua diffusione pubblica, indicava la causa della sconfitta e della successiva ritirata fino al Piave alla mancata resistenza di alcuni reparti «vilmente ritiratisi senza combattere» e «ignominiosamente arresisi al nemico»..

Il governo agì in questo modo a causa dell'indeterminatezza del comunicato, della mancanza di autocritica da parte dei comandi e, soprattutto, della totale colpevolizzazione della truppa per la rotta; ma non fu possibile modificare il bollettino destinato all'estero, dato che fu trasmesso simultaneamente a Roma e a una stazione radiotelegrafica addetta allo scopo. Tra gli italiani circolò dunque una versione lievemente modificata nella parte iniziale, ma che fu comunque sufficiente a gettare nello sconforto l'opinione pubblica, mentre all'estero fu immediatamente diffusa la versione originale, producendo «gravissima impressione in ogni ambiente»..

Il bollettino Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917, nella zona tra Caporetto, Tolmino e Plezzo, la linea italiana fu sfondata dall'offensiva austro-tedesca: ne seguì una vera e propria rotta che, in circa due settimane, fece arretrare il fronte italiano di 150 chilometri, dall'Isonzo al Piave. Il comando supremo fu preso alla sprovvista, i comandanti si trovarono in grosse difficoltà a guidare una ritirata non prevista e non preparata, amplificata dagli eccezionali problemi di comunicazione fra reparti e dal cedimento della disciplina in gran parte delle unità della 2ª Armata. In Italia come negli altri paesi in guerra vigeva una rigida censura, perciò la stampa tardò molto a parlare con precisione di Caporetto; si indicò genericamente un arretramento del fronte, ma per mesi l'opinione pubblica non conobbe con precisione l'entità della sconfitta.. Paradossalmente, l'unico che fin da subito sembrò non avere dubbi su quanto successo il 24 ottobre fu il tenente generale Luigi Cadorna, che aspettò il 28 per diffondere il bollettino n. 887 recante le notizie della rotta; invece, i bollettini di guerra austriaci e tedeschi inneggiarono fin da subito alla vittoria.. Il testo originale recitava:

Il testo del comunicato faceva dunque ricadere totalmente la colpa del disastro militare sugli uomini al fronte, ma, appena giunto tra le mani dei vertici politici della nazione, fu leggermente corretto nel primo capoverso e reso relativamente meno accusatorio nei confronti dei soldati:

L'ordine era arrivato dal presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, insediatosi al governo in seguito delle dimissioni dell'esecutivo Boselli, travolto dall'enormità della sconfitta. Orlando aveva agito non tanto per amore della verità, che nessuno conosceva perché dal fronte giungevano sempre notizie filtrate dalla censura, quanto per una generica fiducia nella tecnica di appianamento tesa a smussare i problemi, che aveva consigliato di trasformare in "deficiente" la "mancata resistenza" della 2ª Armata. Tuttavia le copie dei giornali all'estero erano già pervenute e, quindi, l'unico comunicato a essere conosciuto fu quello non edulcorato..

Analisi storiografica del bollettino Considerazioni generali

Secondo lo storico Nicola Labanca, ciò che salta subito agli occhi a una lettura del bollettino è che – nonostante ogni ragionevole nebbia di guerra – Cadorna diede subito l'impressione di aver trovato i colpevoli, ossia i soldati, e per certi versi anche il governo, dato che solo all'esercito e al comando supremo «sono affidati l'onore e la salvezza della Patria».. Dello stesso avviso fu anche Nicola Tranfaglia il quale, nel suo La prima guerra mondiale e il fascismo, scrive che nel bollettino fu implicitamente indicata la classe politica come corresponsabile del disastro; ciò portò in seguito a reazioni negative da parte dell'opinione pubblica e anche nel fronte interventista moderato. L'interventista Ferdinando Martini, ad esempio, appuntò nel suo diario in data 28 ottobre 1917: «Questo bollettino perfido che nulla dice di quanto si vorrebbe sapere è perfido perché, anziché dar fiducia al paese, ne deprime l'animo lasciando credere che i soldati non si battono (e si sono avuti episodi eroici di resistenza specie contro i tedeschi); questo bollettino era ancor più perfido e più dissennato quale fu redatto dallo Stato Maggiore ...».

Secondo lo storico Marco Mondini, il bollettino rappresenta uno dei testi più controversi del Novecento italiano, un caso clamoroso di suicidio mediatico. Influenzò negativamente la carriera dello stesso Cadorna (Orlando non gli perdonò mai l'accusa rivolta ai soldati e il documento pesò nella decisione della sua sostituzione con il generale Armando Diaz) e diede forza all'antimito degli italiani «che non sanno battersi», che lo stesso comandante supremo legittimò con l'aspra critica alla 2ª Armata – ancorché sia stata la più grande unità campale schierata dall'Italia: egli era convinto che il bollettino richiamasse una verità evidente cui credette fino in fondo, «tanto da non accorgersi di quanto imbarazzante fosse diventato, anche per i suoi più strenui sostenitori, il ricordo di quell'infausto testo». Quando comparve davanti alla Commissione d'inchiesta, ne difese con forza la paternità, negò qualsiasi tentativo d'autoassoluzione e concluse: «non per capriccio momentaneo, ma per ragioni molto serie, e tali apparse non a me solo, io redassi in quella forma che ancora oggi sottoscriverei».. Dello stesso avviso di Mondini fu lo storico Gianni Pieropan, che vide il documento come un grave errore: «se dalla sua angolazione la denuncia del massimo responsabile militare aveva non poche giustificazioni, in pari tempo dimostrava la carenza della sensibilità indispensabile per analizzare quali fossero le ragioni e la cause fondamentali di taluni comportamenti che stavano comunque alla base degli eventi in atto. Nel tentativo di fornire una spiegazione o di trovarvi una giustificazione, si finiva per scaricare indiscriminatamente colpe e responsabilità proprio su coloro che avevano pagato e stavano pagando in prima persona il prezzo della guerra»..

Nelle altre nazioni il bollettino sortì effetti parimenti negativi. Il 29 ottobre l'ambasciatore italiano a Londra, Guglielmo Imperiali di Francavilla, telegrafò al ministro degli Esteri Sidney Sonnino: «non debbo nascondere a V.E. che noto bollettino di ieri, per quanto non pubblicato dai giornali di oggi, non ha ricevuto meno larga circolazione e ha prodotto, secondo quanto mi viene riferito da varie parti, penosa impressione sulla grande maggioranza di coloro che l'hanno letto. I tristi avvenimenti così autorevolmente confermati accennano a generare in questa pubblica opinione, manifestatasi fin qui così spontaneamente cordiale, un senso di apprensione e di dubbio non solo sulla validità della resistenza ulteriore delle truppe ma anche sull'energico contegno col quale il paese nostro fronteggerà la grave situazione». Il capo del Gabinetto del ministero degli Esteri, Luigi Aldrovandi Marescotti, riportò nello stesso giorno sul suo diario: «Da ogni parte giungono dai nostri rappresentanti all'estero segnalazioni dell'impressione disastrosa prodotta dal bollettino di guerra del 28».

La lettura che Cadorna diede agli eventi – secondo lo storico Antonio Gibelli – fu evidentemente politica, simile al tenore del telegramma che aveva inviato al presidente del Consiglio il 27 («Esercito non cade vinto da nemico esterno, ma da quello interno») e che innervò chiaramente il bollettino n. 887. Il generale era infatti convinto che il più grande problema dell'esercito fosse la mancanza di disciplina, d'obbedienza e l'erosione della volontà combattiva della truppa, a causa della propaganda pacifista; sembra che la considerazione del fattore umano in una guerra di tali proporzioni, così logorante fisicamente e psicologicamente, non abbia mai sfiorato il comandante supremo italiano. Di fronte all'improvviso sfondamento del fronte, dunque, Cadorna reagì coerentemente alla sua concezione di guerra «diretta dall'alto» con strategie decise a tavolino, che dovevano solo essere applicate quali ne fossero i costi: l'esito della battaglia si poteva spiegare solo con la disobbedienza e la «vigliaccheria» dei soldati, stornando allo stesso tempo ogni sospetto di responsabilità dall'alto comando. Sempre secondo Gibelli, questa mentalità non era propria solo di Cadorna; il bisogno di cercare un capro espiatorio fu immediato e potente e circolò ampiamente nel paese. Anche a livello politico si diffuse la credenza che i soldati "colpevoli" fossero in qualche modo disertori, o traditori; un simile pensiero non fece altro che confermare la riluttanza a farsi carico della sorte dei prigionieri di guerra finché non fosse stata accertata la loro innocenza. Questa presunzione di colpevolezza significò lasciar morire migliaia di prigionieri di fame e stenti nei campi di prigionia austro-ungarici..

Secondo Mario Silvestri la "bugia" del bollettino fu comunque utile al governo per nascondere in un primo momento le vere cause della disfatta: incapacità dei comandi, errori marchiani, disubbidienze, impreparazione e mancanza di addestramento; se queste cause fossero trapelate si sarebbe probabilmente imposta l'idea che il disastro sarebbe stato irreparabile. In questo modo la classe politica e i comandi lasciarono diffondersi (e contribuirono a diffondere) ipotesi morali che spiegassero la disfatta, tutte legate al sospetto di tradimento dei soldati e alla propaganda pacifista e socialista che "inquinava" la truppa..

L'ipotesi del tradimento Anche se Cadorna e il comando supremo non avevano utilizzato nel bollettino la parola «tradimento», la stampa italiana nazionalista non perse l'occasione per appropriarsi di tale concetto; in alcuni giornali il bollettino fu addirittura modificato e iniziò a circolare una versione totalmente inventata.:

Cadorna ricordava che a settembre, presso Carzano, si era presentato un reparto cecoslovacco che aveva contattato i comandi italiani, dichiarandosi disposto a tradire; ne dedusse che pure a Plezzo e a Tolmino alcuni reparti italiani dovevano essersi messi d'accordo con il nemico. Nel febbraio 1918 il generale dichiarò a Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera: «Io non ero presente [a Plezzo e Tolmino] e non posso dire come le cose sono andate. Me le immagino così. Non ci può essere stato un tradimento esteso; ma ci deve essere stato qualche tradimento parziale, che ha aperto dei varchi».. Cadorna quindi credeva certamente che l'ipotesi del tradimento non fosse totalmente da escludere, e la riteneva una delle sole spiegazioni possibili per quello che era accaduto: «come del resto spiegare l'improvviso passaggio di quelle linee formidabili senza nessun segno di resistenza?».