L'equivalenza è, nell'ambito degli studi della traduzione, la natura della relazione tra il testo di partenza e il testo di arrivo.. Dagli anni ottanta del Novecento è stata oggetto di studi approfonditi e vari studiosi ne hanno fornito diverse interpretazioni e proposto varie classificazioni. Per questo motivo non esiste una definizione univoca del concetto di equivalenza.
Evoluzione del concetto tra il 1950 e il 1980 Vinay & Darbelnet Jean-Paul Vinay e Jean Darbelnet, studiosi francesi, considerano che l'equivalenza sia qualcosa quasi intrinsecamente culturale.
Secondo Vinay & Darbelnet, l'equivalenza è una procedura che replica la stessa situazione dell'originale, mentre usando una formulazione completamente diversa. Viene quindi utilizzata ad esempio per tradurre espressioni fisse come idiomi, proverbi o cliché in cui le unità della lingua fonte e lingua target che hanno poca o nessuna somiglianza esterna sono usate per tradursi l'un l'altro.
In inglese si usa il termine "ouch!", mentre in francese, una resa letterale del suono non sarebbe di alcuna utilità per il lettore. Invece, l'equivalente di "ouch!" in francese è "aïe!". Entrambe le parole indicherebbero immediatamente ai lettori che c'è un certo livello di dolore coinvolto.
Roman Jakobson Roman Jakobson, uno dei maggiori linguisti del XX secolo, esamina le questioni chiave della traduzione interlinguistica (traduzione tra due diverse lingue scritte), in particolare il significato linguistico e l'equivalenza.
Jakobson segue la relazione stabilita da Saussure tra il significante (il segnale parlato e scritto) e il significato (il concetto significato). Insieme, il significante e il significato formano il segno linguistico, ma quel segno è arbitrario o immotivato.
La questione complicata di equivalenza nel significato tra parole in diverse lingue è quella che normalmente non esiste una piena equivalenza tra le unità di codice. Jakobson dà l'esempio di ‘cheese' in inglese, che non è identico al ‘syr' russo (o anzi il ‘queso' in spagnolo, il ‘Käse' in tedesco, ecc.) dal momento che l'unità di codice russa non include il concetto di ricotta. In russo, sarebbe ‘tvarok' e non ‘syr'.
Affinché il messaggio sia "equivalente" nel testo fonte e testo target, le unità di codice saranno diverse poiché appartengono a due diversi sistemi di segni (lingue).
Da un punto di vista linguistico e semiotico, Jakobson affronta il problema dell'equivalenza con la seguente, ormai famosa, definizione: l'equivalenza nella differenza è il problema chiave del linguaggio e della linguistica. Nella discussione di Jakobson, il problema del significato e dell'equivalenza si concentra quindi sulle differenze nella struttura e nella terminologia delle lingue piuttosto che sull'incapacità di una lingua di rendere un messaggio che è stato scritto in un'altra lingua verbale. Quindi, il russo può ancora esprimere il pieno significato semantico del ‘cheese' anche se lo scompone in due concetti separati.
Eugene Nida Un nuovo approccio all'equivalenza è stato proposto dal linguista americano Eugene Nida. La sua teoria si basava sul suo lavoro pratico sulla traduzione della Bibbia e è stata esposta in due opere degli anni sessanta: Toward a Science of Translating (1964) e The Theory and Practice of Translation (1969) scritta in collaborazione con C. R. Taber. Il suo contributo più notevole alla teoria linguistica è stato il concetto di equivalenza dinamica e formale.
In primo luogo, Nida descrive vari approcci scientifici al significato e passa dalla vecchia idea che una parola ortografica abbia un significato fisso a una definizione funzionale di significato, in cui la parola acquisisce significato attraverso il suo contesto e, secondo la cultura, può produrre reazioni diverse. Successivamente, Nida abbandona i termini precedenti come la traduzione "letterale", "libera" e "fedele" e presenta una idea di due tipi di equivalenza: (1) equivalenza formale e (2) equivalenza dinamica..
L'equivalenza formale si focalizza sul messaggio stesso, sia nella forma che nel contenuto. Il messaggio nella lingua del ricevente deve corrispondere il più fedelmente possibile alle strutture grammaticali e ai dettagli lessicali del testo originale. L'equivalenza formale, o corrispondenza formale quindi è orientata verso il linguaggio e la cultura del testo fonte. L'equivalenza dinamica o funzionale si basa su ciò che Nida chiama "il principio dell'effetto equivalente", dove la relazione tra ricevente e messaggio deve essere la stessa che quella che esisteva tra lettore della lingua di origine e il messaggio. Il messaggio deve essere adattato alle esigenze linguistiche alle aspettative culturali del lettore target ed essere orientata alla espressiome più naturale. "Naturalezza" è un requisito chiave per Nida. In generale, Eugene Nida considera l'obiettivo dell'equivalenza dinamica come la ricerca dell'equivalente naturale in lingua target più vicino a un messaggio del testo fonte.. Questo approccio orientato ai riceventi presuppone l'adattamento della grammatica, del vocabolario e dei riferimenti culturali per raggiungere la naturalezza in testo target; il linguaggio del testo target non dovrebbe avere interferenze da parte della lingua originale e "l'estraneità" del testo deve essere ridotta al minimo. Successivamente questo approccio fu criticato dai teorici della traduzione orientati alla conservazione della cultura del testo fonte.
Sulla base della sua teoria, Nida presenta i quattro fondamentali requisiti della traduzione: (1) rispettare il senso, (2) trasmettere lo spirito del testo fonte, (3) raggiungere una forma di espressione semplice e naturale, (4) produrre una risposta simile a quella del lettore del testo di origine.
Eugene Nida ha portato la teoria della traduzione dalla disputa stagnante "traduzione letterale contro libera" nell'epoca moderna. I suoi concetti di equivalenza formale e dinamica hanno messo il ricevente al centro e hanno avuto un'enorme influenza sui teorici successivi, specialmente in Germania.
John Catford John Catford si inserisce nel dibattito riguardante la natura del concetto di equivalenza, ovvero se essa sia prescrittiva o descrittiva. Il teorico si allinea con la percezione di equivalenza come un fenomeno empirico. Inoltre, nel volume A Linguistic Theory of Transation (1965), sulla base di un approccio linguistico alla traduzione,. stabilisce una definizione di equivalenza, che risulta nella distinzione fra:
equivalenza testuale, secondo cui testo di arrivo deve essere un equivalente del testo di partenza; corrispondente formale, che invece indica la sostituzione di elementi della lingua di partenza con elementi che appartengono ad una stessa categoria nella lingua di arrivo.
In generale, il parere di Catford è che la traduzione consista nel sostituire gli elementi del testo di partenza con l'equivalente più adatto nel testo di arrivo, e che questa equivalenza sia misurabile. Dunque, sempre secondo il pensiero di Catford, uno dei fondamentali scopi dello Studio della Traduzione deve essere la definizione di natura e condizioni dell'equivalenza..
Tipologie di equivalenza secondo Otto Kade Otto Kade, linguista tedesco e importante rappresentante della Scuola di studi sulla traduzione a Lipsia, si occupò della teoria dell'equivalenza e nell'opera „Zufall und Gesetzmässigkeit in der Übersetzung" (1968) ne propose quattro tipologie:
Totale: si riferisce alla corrispondenza che esiste fra due termini in due lingue differenti Facoltativa: si ottiene quando un termine può corrispondere a molti altri in una lingua diversa Approssimativa: quando esiste una corrispondenza parziale tra un termine in una lingua e un termine in una seconda lingua Nulla: quando non c'è nessuna corrispondenza
Juliane House Juliane House è una linguista tedesca esperta di traduzione. Attualmente è presidente dei programmi linguistici e direttore del dottorato in linguistica applicata alla Hellenic American University.
Il modello di valutazione della qualità della traduzione di House In traduzione, un testo scritto in una lingua viene trasformato in un testo in un'altra lingua che abbia lo stesso significato dell'originale. Se e come l'equivalenza funzionale può essere raggiunta, dipende da due diversi tipi di traduzione individuati da House: la traduzione manifesta e quella nascosta..
Il modello originale (1977) è stato oggetto di critiche che House ha affrontato nella sua versione successiva. Di seguito è presentato il modello più recente del 1997.
Il modello coinvolge un sistematico confronto del "profilo testuale" del testo di partenza (TP) e del testo di arrivo (TA).. Il modello comparativo si concentra sulla realizzazione dei due testi attraverso mezzi lessicali, sintattici e testuali. I mezzi testuali si riferiscono a:. dinamica tematica: struttura tematica e coesione; collegamento clausale: additivo (e, in aggiunta), avversativo (ma, tuttavia), ecc.; legame iconico: parallelismo delle strutture.
Il modello proposto consente di classificare la qualità di una traduzione sulla base di un confronto sistematico tra TP e TA. Il parametro di confronto è il registro, che consente di individuare genere, tipo di informazioni trasmesse e relazione tra mittente e destinatario. Le discordanze tra TP e TA consentono di distinguere una 'traduzione nascosta' da una 'traduzione manifesta'. La prima mantiene la stessa funzione comunicativa dell'originale ed è realizzata come se il testo fosse stato redatto originariamente nella lingua di arrivo. La seconda è riconoscibile dalla presenza di differenze socioculturali tra i destinatari del TP e del TA che rendono necessari degli adattamenti.
Secondo House, gli elementi che costituiscono il registro sono: campo (o argomento): ciò di cui tratta il testo. tenore: fornisce informazioni sui partecipanti posizione sociale, personale e intellettuale dell'interlocutore, sulla sua collocazione temporale e geografica. modo: individua il canale e il grado di partecipazione tra mittente e destinatario, distinguendo quindi il parlato dallo scritto nel primo caso e il monologo dal dialogo nel secondo.
Traduzione manifesta e traduzione nascosta Una traduzione manifesta (overt translation) è una versione del testo di partenza che non si propone di essere una copia dell'originale. Traduzioni manifeste sono quelle del discorso politico di Winston Churchill dopo la Seconda guerra mondiale, che era un discorso legato a una specifica cultura di partenza e a uno specifico periodo e contesto storico, nonché le traduzioni di opere letterarie, che sono collegate alle loro culture di origine. Tuttavia, la funzione del testo di partenza e quella del testo di arrivo non possono essere le stesse, perché i mondi del discorso in cui operano sono diversi. Una traduzione manifesta è, come il nome stesso suggerisce, volutamente una traduzione; non vuole essere un secondo originale. La lingua nella traduzione esplicitante può vedere alcune parole straniere interposte alle parole della lingua di arrivo. In conclusione, una traduzione esplicitante è un'entità ibrida sia da un punto di vista linguistico che da un punto di vista psicolinguistico.