La decifrazione della scrittura cuneiforme avvenne nella prima metà dell'Ottocento, sfruttando la conoscenza dell'antico persiano e l'esistenza di iscrizioni persepolitane trilingui (in babilonese, elamico e antico persiano).. Dopo aver affrontato molto scetticismo, l'assiriologia poté dirsi definitivamente fondata come disciplina nel 1857, quando quattro studiosi (William Fox Talbot, Edward Hincks, Henry Rawlinson e Jules Oppert) furono in grado di produrre indipendentemente l'uno dall'altro quattro traduzioni tra loro coerenti di una iscrizione inedita del re assiro Tiglath-pileser I proveniente da Assur..
Storia
Resta incerto se Greci e Romani conoscessero la scrittura cuneiforme. Autori come Erodoto o Ctesia si limitarono a riferire dell'uso di un particolare sistema di scrittura tra gli Achemenidi, indicandolo con l'espressione Assyria grámmata (o anche Syria o Persikà grámmata), cioè 'lettere assire' (o 'siriane' o 'persiane'). Tale espressione era però talvolta usata per indicare l'alfabeto aramaico (come in Tucidide, 4.50.2)..
Le prime solide testimonianze di parte occidentale sulla scrittura cuneiforme sono dei primi del Seicento. Si ha infatti notizia di un frate agostiniano, Antonio de Gouvea, inviato in Persia da Filippo III di Spagna e Portogallo nel 1602, che redasse una relazione del proprio viaggio, stampata a Lisbona nel 1611, in cui descriveva segni misteriosi scolpiti sui monumenti di una località allora chiamata Čehel Menāra (poi identificata con Persepoli). Fu forse a Naqsh-i Rustem che i fratelli Giambattista e Girolamo Vecchietti ebbero modo, nel 1606, di constatare la presenza di "scritture d'intagliamenti" su alcune rovine. Infine, il diplomatico spagnolo García de Silva y Figueroa, che nel 1618 si trovava a Chilminara (così è indicata nel testo Čehel Menāra), riportò di aver visto alcune lettere a foggia di piramidi o obelischi e ordinò che una linea fosse copiata. La sua descrizione di Chilminara risulta molto dettagliata, ma le sue trascrizioni andarono perse. Michele Bernardini, FIGUEROA, GARCÍA DE SILVA Y, su iranicaonline.org. Nel suo resoconto, pubblicato ad Anversa nel 1620, Figueroa, sfruttando una descrizione tratta da Diodoro Siculo, identificò per primo nelle rovine di Persepoli il palazzo reale di Dario..
Il patrizio romano Pietro Della Valle, che viaggiò in Oriente tra il 1614 e il 1626, fu forse il primo "grande nome" dell'archeologia europea del Vicino Oriente.. Della Valle, che aveva lasciato Roma per l'Oriente dopo una delusione d'amore, si trovò sulla terrazza di Cihilminār (Persepoli) il 13 ottobre 1621 e copiò con qualche inesattezza cinque segni di un carattere "ignoto" (era scrittura cuneiforme), che riportò in una lettera inviata da Shīrāz otto giorni dopo e pubblicata nel 1658. È forse questa la più antica trascrizione di segni persepolitani giunta in Europa. Nella lettera, Della Valle ipotizzò che il testo andasse letto da sinistra a destra. Fu sempre Della Valle, nel 1616, a riconoscere i resti di Babilonia e a descriverli nei suoi scritti. Al ritorno dal suo viaggio in Oriente, Della Valle portò con sé dei mattoni inscritti, raccolti a Babilonia e in quel luogo che gli Arabi chiamavano Tal al Muqayyar (l'antica città di Ur, visitata nel 1625.). Dopo il mattone inscritto di Georg Christoph Fernberger (1557-1594), nobile austriaco che visitò l'Oriente tra il 1588 e il 1593., questi resti rappresentano forse i primi esemplari di scrittura cuneiforme a raggiungere l'Europa.. Della Valle e, in misura minore, il portoghese Pedro Teixeira sono spesso intese come figure di svolta nella conoscenza europea della Mesopotamia, anche per il loro impegno a fornire informazioni accurate. Teixeira fu il primo studioso europeo a risiedere in Persia allo scopo precipuo di studiare la storia persiana. Non è però chiaro se egli fosse un mercante, un soldato o un medico. Teixeira fu forse anche il primo a descrivere le rovine dell'antica Bassora. Dopo la testimonianza incerta di Cartwright, fu il primo di cui si ha certezza che visitò Kufa. Si astenne, inoltre, da speculazioni e ipotesi di identificazioni di luoghi biblici, concentrandosi piuttosto sulla storia islamica.
In tutto il Seicento e per gran parte del Settecento, numerosi furono i viaggiatori e gli esploratori che s'imbatterono nelle rovine delle civiltà mesopotamiche, ciascuno con una propria interpretazione, per lo più intenti a far corrispondere ciò che vedevano alla loro cultura biblica.
Trascrizioni del cuneiforme nel tardo Seicento Dopo le copie imprecise di Della Valle, altri segni furono ricopiati da diversi viaggiatori. Samuel Flower, agente della Compagnia delle Indie orientali ad Aleppo, in alcune sue carte non datate, riportò dei segni che, secondo quanto da lui affermato, aveva copiato a Persepoli nel 1667 e che non sapeva se attribuire ai "Guebri" (Parsi). Le carte con i segni, alla morte del mercante, finirono in mano a Francis Aston, che le pubblicò nel giugno del 1693 tra le Philosophical Transactions della Royal Society.VI. A paper of Mr. Flower, containing some unknown ancient characters, with remarks thereon by Francis Aston Esq; S. R. S, Philosophical Transactions of the Royal Society of London, volume 17, numero 203, settembre 1693. La trascrizione consisteva di 22 segni (These characters being two and twenty in number: così scrive Aston), selezionati da diverse iscrizioni, di modo che era impossibile cavarne senso alcuno. Nel 1700, Thomas Hyde riprodusse i segni di Flower in appendice alla sua Historia religionis veterum Persarum eorumque Magorum e li definì «ductuli pyramidales seu cuneiformes» (ritenendoli del resto null'altro che segni decorativi e non grafemi: «tantum ornatus et lusus gratia»).. Solo molto più tardi si comprese che alcuni dei segni copiati da Flower erano elamici e appartenevano ad una iscrizione trilingue che comprendeva anche il persiano antico e il dialetto babilonese..
Altri segni furono copiati da Thomas Herbert (1606-1682), partito nel 1626 per la Persia con l'ambasciatore Dodmore Cotton. Herbert fece un resoconto dei suoi viaggi in più edizioni. Nell'ultima (del 1677) annotò tre linee di segni cuneiformi (definiti dall'autore "piramidi", "triangoli" o "delta"), probabilmente anche in questo caso una selezione più che una sequenza correttamente copiata. Di un certo interesse è il suo commento sui segni da lui rintracciati:
Nel 1673, il giovane artista francese André Daulier Deslandes pubblicò un'incisione del palazzo di Persepoli, la prima davvero accurata, copiando tre caratteri cuneiformi, in un modo però che dava l'impressione che i segni avessero mera funzione decorativa.
Il viaggiatore italiano Giovan Francesco Gemelli Careri, che visitò Persepoli nel 1694, incluse nell'opera Giro del mondo (Napoli, 1699-1700) due righe di caratteri a triangolo. È probabile che i caratteri di Gemelli Careri fossero copie di quelli di Herbert.
A lungo, diversi viaggiatori che si erano imbattuti in segni cuneiformi, pur riconoscendone la natura di grafemi, si erano limitati ad escludere associazioni possibili con altre lingue conosciute. De Gouvea scrisse: "questi caratteri non intesi da alcuno non sono né persiani, né armeni, né arabi, né ebraici". Così anche Figueroa: "né caldei, né greci, né arabi". Analoghe considerazioni vennero avanzate, oltre che da Thomas Herbert (1638), dall'avventuriero tedesco Johan Albrecht de Mandelslo (1638), Jean Struys (1681) e Gemelli Careri. Oltre allo Hyde, anche il viaggiatore tedesco Samuel Simon Witte attribuì ai segni cuneiformi una funzione estranea alla scrittura: per Witte, quei segni erano puri giochi grafici, che ritraevano piante. Altri autori giunsero ad attribuire quei solchi a insetti e vermi.
Le premesse settecentesche Per una corretta interpretazione della scrittura cuneiforme erano necessarie copie di intere iscrizioni e non raccolte di segni sparsi come quelle secentesche. Per la verità, una piccola iscrizione era stata copiata dal mercante e viaggiatore francese Jean Chardin nel 1674, per essere poi pubblicata nel 1711. Si tratta del primo esempio di trascrizione completa di un'iscrizione persepolitana.. Più ricche furono le trascrizioni offerte da Engelbert Kaempfer (Amoenitates exoticae, 1712)Engelbert Kaempfer è spesso erroneamente indicato come colui che per primo appellò l'antico sistema di scrittura. Nelle sue Amoenitates exoticae (1712) definì "cuneatae" le lettere persepolitane, ma il suo testo fu pubblicato dodici anni dopo la Historia religionis di Thomas Hyde (cfr. ). e Cornelis de Bruijn (1718). Del 1714 è il Voyage au Levant di de Bruijn, che fornì copie accurate di tre iscrizioni.
Un contributo essenziale ancorché indiretto fu il viaggio di Abraham Hyacinthe Anquetil-Duperron in India, presso gli Zoroastriani lì emigrati dalla Persia, al fine di tradurre, tra il 1768 e il 1771, lo Zend Avesta. Alla lingua dello Zend Avesta (l'avestico) poteva forse corrispondere quella trascritta in cuneiforme ai tempi dei re achemenidi e detta antico persiano..
Un altro passaggio essenziale fu il viaggio, svoltosi tra il 1761 e il 1767, del matematico danese Carsten Niebuhr, il quale copiò diverse iscrizioni a Persepoli (in parte già note tramite schizzi e riproduzioni del XVII secolo), poi rivelatesi fondamentali per la corretta interpretazione dei caratteri cuneiformi (o "cuneati", come si diceva un tempo), e illustrò le rovine di Ninive con i suoi bozzetti. Niebuhr fu il primo a comprendere appieno che nelle iscrizioni persepolitane andavano distinti tre tipi di scrittura cuneiforme ("generi" o "classi": primo, secondo e terzo genere di Persepoli) e che il primo genere era un alfabeto, poiché usava solo 42 caratteri. Egli mostrò anche che i testi andavano letti da sinistra a destra. D'altra parte, per Niebuhr i tre generi non rappresentavano tre lingue diverse, ma la stessa lingua scritta in tre modi diversi.
Qualche anno dopo, il botanico francese André Michaux (1746-1801) vendette alla Bibliothèque nationale de France un kudurru ritrovato nei pressi di Ctesifonte e passato alla storia come Sasso di Michaux: si trattò del primo reperto di una certa importanza a giungere in Europa. Nello stesso periodo di Michaux, che pure incontrò in Oriente, era vicario generale a Baghdad e corrispondente per l'Académie des sciences Pierre-Joseph de Beauchamp (1752-1801), il quale risulta il primo ad aver effettuato uno scavo archeologico in Mesopotamia. Beauchamp fu anche il primo a descrivere la Porta di Ishtar e riportò il ritrovamento di alcuni cilindri inscritti con caratteri che gli parvero simili a quelli delle iscrizioni persepolitane..
Le iscrizioni copiate da Niebuhr e raccolte nell'opera Reisebeschreibung nach Arabien fecero da battistrada per il lavoro di decifrazione degli orientalisti Oluf Gerhard Tychsen e Friederich Münter. Tychsen (De cuneatis inscriptionibus Persepolitanis lucubratio, 1798) comprese che un certo segno obliquo nel primo genere persepolitano serviva a separare le diverse parole e che i tre generi erano effettivamente tre lingue diverse. Tychsen identificò anche quattro dei caratteri della prima classe. Egli però datò erroneamente le iscrizioni all'Impero partico; le sue traduzioni sono poi, nel complesso, errate. Münter, sempre nel 1798, sottopose due articoli alla Royal Danish Society; in essi, correttamente attribuiva le iscrizioni tripartite agli Achemenidi, associava la lingua all'avestico e sosteneva che il primo genere conteneva lettere, il secondo sillabe e il terzo monogrammi; Münter, inoltre, riconobbe le espressioni significanti re e re dei re, e comprese che i tre generi rappresentavano tre lingue diverse..