È ricordato nella storia dei papi dell'epoca moderna come pontefice che ritenne che fra i compiti della Chiesa rientrasse anche l'attività pastorale in campo sociopolitico. Se con lui non si ebbe la promulgazione di ulteriori dogmi dopo quello dell'infallibilità papale solennemente proclamato dal Concilio Vaticano I, egli viene tuttavia ricordato quale papa delle encicliche: ne scrisse ben 86, con lo scopo di superare l'isolamento nel quale la Santa Sede si era ritrovata dopo la perdita del potere temporale con l'Unità d'Italia.
La sua più famosa enciclica fu la Rerum Novarum, con la quale si realizzò una svolta nella Chiesa cattolica, ormai pronta ad affrontare le sfide della modernità come guida spirituale internazionale. In questo senso correttamente gli fu attribuito il nome di «papa dei lavoratori» e di «papa sociale»: infatti scrisse la prima enciclica esplicitamente sociale nella storia della Chiesa cattolica e formulò quindi i fondamenti della moderna dottrina sociale della Chiesa.
Nelle sue opere a favore della Chiesa venne aiutato dal fratello Giuseppe, elevato al grado di cardinale dallo stesso pontefice nel 1879. Leone XIII è noto anche per essere stato il primo papa, dopo mille anni di storia, a non esercitare il potere temporale, perché impedito dalla recente occupazione italiana, destinata a perdurare per un sessantennio.
Fatto inconsueto nella cronaca dei pontificati è l'episodio di una sua visione mistica preconizzante un prossimo futuro, drammatico specialmente per la Chiesa cattolica, che ebbe una certa influenza sul suo pensiero teologico e probabilmente sulla sua seguente ispirazione ministeriale.
Biografia Infanzia ed educazione
Vincenzo Gioacchino Pecci nacque il 2 marzo 1810 a Palazzo Pecci di Carpineto Romano (che a quei tempi faceva parte del Primo Impero francese) da Domenico Lodovico Pecci (1767-1836) e Anna Francesca Prosperi Buzi (1772-1824). Fu il sestogenito di sette fratelli: Carlo (1793-1879), Anna Maria (1798-1870), Caterina (1800-1867), Giovanni Battista (1802-1881), Giuseppe (1804-1890) e Fernando (1813-1830). Due tra i suoi fratelli si distinsero e divennero personaggi noti: il quintogenito della famiglia, Giuseppe Pecci, fu elevato alla porpora cardinalizia proprio dal fratello Gioacchino Pecci, divenuto Leone XIII, durante il concistoro del 12 maggio 1879, mentre il conte Giovanni Battista Pecci fece da padrino all'ordinazione sacerdotale di sant'Antonino Fantosati, nel 1865, proprio a Carpineto Romano.
La famiglia Pecci apparteneva alla nobiltà di toga. Il padre era commissario di guerra e colonnello. Già in gioventù Vincenzo Gioacchino Pecci si segnalò quale ragazzo dotato, con una particolare predilezione per lo studio della lingua latina, e fu avviato agli studi sotto la guida di precettori nella casa paterna.
Nel 1818 il giovane Pecci, assieme al fratello Giuseppe, entrò nel collegio dei gesuiti di Viterbo e vi rimase per sei anni, conseguendo ottimi risultati; nel luglio 1824 Vincenzo Pecci indossò l'abito ecclesiastico; qualche settimana dopo, il 5 agosto, morì la madre: fu allora che il padre Domenico volle che i suoi figli, dopo la perdita della moglie, stessero con lui a Roma. Dal 1824 al 1832, studiò teologia presso il Collegium Romanum, dove nel 1830 venne nominato maestro assistente. Nel 1828, all'età di diciotto anni, Vincenzo Gioacchino emise la professione di fede entrando nel clero secolare, mentre il fratello Giuseppe entrò nell'ordine dei gesuiti. Sul finire del 1832 si iscrisse all'Università La Sapienza, dedicandosi agli studi di diritto canonico e civile, e nel 1835 ottenne la laurea "in utroque iure".
Ministero sacerdotale La formazione per il servizio diplomatico e amministrativo pontificio presso l'Accademia dei Nobili a Roma occupò Vincenzo Gioacchino Pecci dal 1832 al 1837, anno in cui egli fu ordinato sacerdote dall'arcivescovo di Ferrara Carlo Odescalchi. Celebrò la prima messa nella chiesa di Sant'Andrea al Quirinale, assistito dal fratello Giuseppe, recentemente entrato nella Compagnia di Gesù. Già nel 1838 il papa Gregorio XVI lo inviò quale delegato papale a Benevento, città appartenente allo Stato Pontificio. Il giovane Pecci, nonostante qualche ingenuità iniziale, nella sua breve esperienza beneventana riuscì a mostrare buone qualità di amministratore. L'8 giugno 1841 Gregorio XVI lo nominò delegato apostolico a Spoleto, dove rimase soltanto un mese, in quanto, essendo risultata vacante la sede di Perugia, il 12 luglio divenne delegato apostolico del capoluogo umbro. Nella nuova sede perugina si affaccendò maggiormente a riordinare l'amministrazione della giustizia e quella comunale, occupandosi anche della viabilità provinciale, realizzando la nuova e ampia strada che consentiva di salire in città. Inaugurata in occasione della visita a Perugia di Gregorio XVI il 25 settembre 1841, la nuova strada prese il nome di Gregoriana.
Ministero episcopale e missione diplomatica in Belgio
Nel 1843Alcune fonti (si veda, ad esempio, il sito Catholic Hierarchy e la biografia su papa Pecci dal titolo "Il giubileo sacerdotale del S.P. Leone XIII: periodico mensuale, Volumi 1-3") riportano che la data della nomina ad arcivescovo di Damiata fu pubblicata durante il concistoro del 27 gennaio 1843, mentre altre (si veda l’Annuario pontificio del 1877) riportano la data del 17 gennaio 1843. La data più attendibile è da considerarsi il 27 gennaio 1843. papa Gregorio XVI lo nominò arcivescovo titolare di Damiata; ricevette la consacrazione episcopale nella chiesa di San Lorenzo in Panisperna per l'imposizione delle mani del cardinale Luigi Lambruschini il 19 febbraio 1843. Nel dicembre del 1842, il segretario di Stato Luigi Lambruschini gli affidò l'incarico di nunzio apostolico in Belgio, in sostituzione di monsignor Raffaele Fornari, nominato precedentemente nunzio apostolico in Francia; l'esperienza diplomatica in Belgio lasciò al monsignor Pecci una particolare predilezione per il mondo francofono, la cui stampa egli leggeva regolarmenteAnche una volta divenuto papa, non ritenne lesivo della propria dignità il rilasciare interviste alla stampa, precisamente nel febbraio 1892 al Petit Journal e nel marzo 1899 al giornale parigino Le Figaro. Tuttavia il suo sostegno all'episcopato belga, che si trovava in conflitto con il governo in merito all'istruzione giovanile, gli causò la richiesta alla Santa Sede di allontanamento da parte del re Leopoldo I, che naturalmente dovette essere accettataJohn N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, p. 736. Il 19 gennaio 1846 fu nominato arcivescovo ad personam di Perugia a causa del decesso di monsignor Carlo Filesio Cittadini, vescovo di Perugia.
Arcivescovo di Perugia Proprio nei giorni in cui avvenniva il passaggio di monsignor Pecci dalla nunziatura belga alla guida della Chiesa perugina, moriva papa Gregorio XVI e iniziava il lungo papato di Pio IX; un pontificato destinato a creare non pochi grattacapi a monsignor Pecci, il quale, soprattutto con il cardinal segretario di Stato Giacomo Antonelli, non riuscì a stabilire mai un rapporto di autentica cooperazione. Nella città umbra Pecci restò dal 1846 al 1877, ossia per più di trent'anni, nonostante in quel periodo fosse stato nominato cardinaleSi dice perché fosse considerato un ribelle dal potente cardinal AntonelliJohn N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, p. 737.
In questi anni, nonostante i difficili rapporti con il nuovo Stato italiano, realizzò nel territorio diocesano oltre cinquanta chiese (dette chiese Leonine) e altri edifici. Monsignor Pecci dovette affrontare situazioni poco gradevoli nella sua diocesi, dove ambienti ostili alla Chiesa iniziavano a formarsi; iniziarono a sorgere, infatti, nuclei massonici, gruppi liberali favorevoli al regime costituzionale e all'unificazione nazionale, associazioni mazziniane e anticlericali. Egli evitò di ricorrere ad atteggiamenti duri e repressivi e adottò un'azione pastorale prevalentemente rivolta ad operare su un piano religioso, evitando di misurarsi sul campo politico; voleva rispondere ai bisogni religiosi dei fedeli e voleva preparare un clero in grado di fronteggiare i vari compiti che i mutamenti sociali e politici dettavano. In una allocuzione dell'11 settembre 1853, egli non nascose la presenza nella sua diocesi di un "indifferentismo nelle cose religiose e negl'interessi spirituali", della "inosservanza dei giorni festivi", della "nausea ed infrequenza ai Sacramenti", della "licenza del vivere e immoralità"Allocuzione pastorale recitata nella Chiesa Cattedrale di S. Lorenzo di Perugia nella domenica 11 settembre 1853, nell'apertura della 2ª visita pastorale (Perugia 1853, pp. 5-11). Per porre rimedio a questi problemi occorreva, a suo avviso, un clero adeguatamente preparato.
Sin dai primi anni del suo episcopato presso la capitale umbra, monsignor Pecci ebbe particolarmente a cuore i problemi della cultura del clero, giudicando necessaria la formazione non soltanto religiosa, ma anche scientifica, storica e filosofica dei presbiteri della diocesi. Ebbe una particolare dedizione nei confronti del seminario, infatti rivide i programmi di studio, ispirandosi anche all'esperienza che maturò come nunzio apostolico in Belgio. Pur di ampliare i vani del seminario si privò anche di una parte dell'episcopio e seguì di persona la vita quotidiana dei seminaristi. Nel 1866 pubblicò anche un'istruzione sulla condotta del clero negli attuali tempi, nella quale si invitavano i sacerdoti ad "uno studio sodo, meditato ed assiduo".
Oltre a prestare particolari attenzioni all'educazione del presbiterio ed alla cura pastorale dei fedeli, dovette far fronte ad alcune situazioni amministrative; in particolare dovette tener testa all'inefficienza e alla corruzione di cui si resero protagonisti i tanti delegati pontifici che si avvicendarono in quegli anni nell'amministrazione della città: si alternarono otto delegati in soli quattordici anni, la maggior parte dei quali, se non si tiene conto dei futuri cardinali Consolini e Randi, furono non capaci di gestire l'amministrazione di Perugia con integrità morale e rettitudine. Il vescovo di Perugia dovette misurarsi con "una serie di delegati pontifici l'un più dell'altro di cortissimo intelletto, sospettosi di tutto e di tutti, noncuranti all'estremo del Vescovo e dei suoi avvisi". Monsignor Pecci diresse al cardinal segretario di Stato Antonelli aspre lettere di denuncia circa le mancanze amministrative della diocesi perugina. Tuttavia l'inefficace gestione pontificia finì per consolidare, soprattutto nel capoluogo umbro, le correnti liberali e massoniche, e l'adesione alla causa nazionale e alla politica del Piemonte. Nel giugno 1859 tutte queste componenti finirono per convergere, in violenti e cruenti combattimenti, noti come le "stragi di Perugia": il 14 giugno i gruppi liberali, i quali erano sostenuti da gran parte della popolazione studentesca perugina, si alzarono contro le autorità pontificie, dando vita ad un governo provvisorio che rimase in carica una sola settimana, dato che le truppe pontificie, riorganizzatesi, riconquistarono la città il 20 giugno dopo violenti scontri. Il vescovo Pecci, pur non nascondendo la sua soddisfazione per il ritorno del governo pontificio a Perugia, non mancò di lamentare la severità di alcuni provvedimenti presi, soprattutto circa la decisione di chiudere l'Università al fine di punire gli studenti che parteciparono all'insurrezione. Egli invano cercò di ottenere un atteggiamento più indulgente da Roma, tenendo conto che la causa dell'insurrezione andava ricercata anche nella cattiva amministrazione della città. Il governo pontificio era destinato ad avere vita breve a Perugia, infatti il 14 settembre 1860, l'esercito piemontese, guidato dal generale Fanti, conquistò la città perugina e il plebiscito del 4 novembre si pronunciò a favore dell'annessione al Regno dei Savoia.
Cardinalato