Endimione con il cannocchiale è un dipinto a olio su tela (125x105 cm) realizzato da Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino, intorno al 1647 e conservato presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma. Storia Il Guercino dipinse due quadri con il soggetto di Endimione con il cannocchiale. La documentazione relativa a tali opere è conservata nel Libro dei conti,Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore dell’artista, Paolo Antonio Barbieri, dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. che ne registra con precisione committenze e pagamenti.
Il primo pagamento per un Endimione a mezza figura è registrato il 24 dicembre 1644, quando l’artista ricevette un compenso di 68 scudi dal sig. Argoli, auditore del Torrone. Un secondo pagamento, pari a 74 scudi, risale al 13 settembre 1647 ed è relativo a un’ulteriore versione a mezza figura commissionata da Lorenzo de’ Medici.
Non è possibile stabilire con certezza se il dipinto conservato presso la Galleria Doria Pamphilj, databile per ragioni stilistiche agli anni Quaranta del Seicento, coincida con l’Endimione pagato nel 1644 oppure con quello registrato nel 1647. Del dipinto il cui pagamento è documentato nel 1647 per Lorenzo de’ Medici non vi è traccia negli inventari medicei; è stato pertanto ipotizzato che don Lorenzo lo abbia acquistato per farne un dono a papa Innocenzo X o a un membro della sua famiglia.
L’opera compare già in una nota di Guardaroba relativa ai beni del cardinale Camillo Pamphilj nel 1652, dove è descritta come «dipintovi di un Endimione è figura del naturale, che siede, e dorme con un occhialone in mano in un paesaggio». L’Endimione è inoltre citato nell’inventario del 1666 dei dipinti posseduti da Camillo Pamphilj nella villa extraurbana di Belrespiro al Gianicolo, dove una tela raffigurante «un giovane che dorme con un occhialone, e paese», collocata nella cosiddetta “stanza dei Mappamondi”, è stata ragionevolmente identificata, sulla base della descrizione iconografica e delle misure, con l’Endimione del Guercino oggi nella Galleria Doria Pamphilj. Il dipinto è quindi registrato nell’inventario Pamphilj del 1709, senza che sia tuttavia indicata la data del suo ingresso nella Galleria Doria.
Di recente Miriam Di Penta ha avanzato un’ipotesi alternativa, proponendo di identificare il dipinto con quello pagato nel 1644 dall’Argoli, personaggio legato alla famiglia Pamphilj e nipote di Andrea Argoli, noto astrologo. Il figlio di questi, Giovanni Argoli, letterato della cerchia dei Barberini, gli dedicò un poema in dodici canti intitolato Endimione, nel quale viene celebrato l’uso dell’occhiale galileiano.
Nel Libro dei conti sono registrati inoltre altri due dipinti con il soggetto di Endimione a mezza figura; tuttavia, per ragioni stilistiche, essi sono riferibili agli anni 1657 o 1658 e non possono pertanto essere identificati con il dipinto conservato nella Galleria Doria Pamphilj. È infine documentato, il 2 marzo 1650, un pagamento di 125 scudi da parte di Antonio Ruffo di Messina per un Endimione a figura intera. Il mito e la fortuna del soggetto Il mito di Endimione, tramandato con significative varianti dalle fonti greco-romane, è ambientato in Caria e ruota attorno al rapporto privilegiato del giovane con una divinità lunare. Secondo la versione più diffusa, Selene, personificazione della luna, si innamora del bellissimo pastore e lo visita di notte sul monte Latmo mentre egli dorme. Per serbare il ricordo di questa unione e preservare la propria giovinezza, Endimione ottiene da Zeus, tramite l’intercessione di Afrodite, il dono di un sonno eterno, restando così perpetuamente giovane.
Altre tradizioni attribuiscono il ruolo della divinità innamorata ad Artemide, mantenendo tuttavia invariato il nucleo simbolico del racconto, fondato sull’amore notturno, sul sonno perenne e sul legame con il cielo e i cicli lunari. In tutte le versioni del mito, il sonno di Endimione non assume un valore di morte o di inerzia, ma si configura come una condizione privilegiata di sospensione del tempo, contemplazione e prossimità al mondo celeste. Iconologia L’introduzione del cannocchiale nella raffigurazione di Endimione costituisce un elemento iconografico estraneo al mito antico e rappresenta una consapevole attualizzazione del soggetto in chiave moderna. Tale scelta si inserisce in una lunga tradizione letteraria e figurativa che, fin dall’antichità, aveva interpretato Endimione come figura legata all’osservazione del cielo e alla conoscenza dei fenomeni lunari, fino a farne, in età umanistica e barocca, un prototipo dello scienziato e dell’astronomo ante litteram.
Nel dipinto del Guercino, il cannocchiale — raffigurato con caratteristiche riconducibili agli strumenti galileiani — trasforma il giovane pastore in un osservatore del cosmo, sospeso tra mito e scienza. L’opera assume così un valore che va oltre l’encomio personale, configurandosi come un’immagine programmatica, capace di conciliare l’eredità della tradizione classica con l’interesse per le nuove conquiste scientifiche promosso in ambito mediceo nella prima metà del Seicento. La presenza del cannocchiale galileiano è molto rara nell'iconografia del pastore di Caria. Descrizione e stile Al centro della composizione, in primo piano, domina la scena la figura di Endimione addormentato, rappresentato in atteggiamento di quiete assorta. Il giovane pastore è raffigurato con le braccia appoggiate a un masso, sul quale adagia il capo reclinato, mentre il corpo si dispone secondo una linea morbida e raccolta. Il volto, incorniciato da capelli ricci di colore castano scuro, presenta un’espressione serena e priva di tensione, coerente con il tema del sonno eterno.
Lo sfondo è costruito per forti contrasti atmosferici: sulla sinistra si addensano nubi scure e compatte che, procedendo verso destra, si diradano progressivamente, lasciando spazio a un cielo più limpido, attraversato da una falce di luna. Questo passaggio graduale dalla tenebra alla luce contribuisce a sottolineare la dimensione notturna e contemplativa della scena. La tunica di Endimione, di colore rosso acceso con inserti bianchi, scivola delicatamente sulla spalla sinistra lasciandola in parte scoperta; le pieghe ampie e morbide conferiscono al tessuto un forte senso di volume e di naturalezza. Sulle ginocchia del giovane è poggiato un sottile cannocchiale di forma allungata, elemento iconografico estraneo al mito antico, che introduce un chiaro riferimento all’osservazione astronomica.
Dal punto di vista stilistico, il dipinto si colloca pienamente nella produzione del Guercino degli anni Quaranta del Seicento, caratterizzata da un linguaggio più misurato e armonico rispetto alle accensioni drammatiche della fase giovanile. La composizione appare equilibrata e raccolta, fondata su un rapporto calibrato tra figura e ambiente, mentre il chiaroscuro è attenuato a favore di passaggi tonali più morbidi e continui. La gamma cromatica, dominata dal rosso caldo della veste e dai toni freddi e notturni dello sfondo, contribuisce a creare un’atmosfera di quiete sospesa.
Per affinità stilistiche e cromatiche, l’Endimione può essere accostato ad altre opere coeve del pittore, come il Cristo e la Samaritana del 1647 e la Sibilla Persica, con le quali condivide l’eleganza delle figure, la resa levigata delle superfici e una sensibilità luministica ormai lontana dagli effetti più aspri del primo Seicento. L’opera si presenta complessivamente in buono stato di conservazione. Note
Bibliografia
Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti nella Galleria Doria Pamphilj Categoria:Dipinti a soggetto mitologico