Problematiche biografiche Grammatico, in (Enciclopedia filosofica). Viene anche individuato quale "Pseudo-Eraclito", a testimonianza dell'alone di indefinibilità che lo circonda persino nell'identificazione. ma più propriamente da definirsi un "commentatore",Resta ben noto come il primo "filologo", critico ed esegeta in assoluto sia stato Teagene di Reggio che si occupò dell'Iliade: o "allegorista", Eraclito è correntemente denominato "stoico" o "omerico" per distinguerlo da altri omonimi, il più celebre dei quali è il filosofo presocratico, peraltro attivo sei secoli prima. In particolare, per la sua opera di esegeta di influenza stoica, il commentatore si attesta quale unico altro testimone e una delle due fonti antiche principali per gli studi moderni sulla allegoresi stoica, accanto alla ἐπιδρομή ("compendio": si tratta del "compendio di teologia greca") del (pressoché contemporaneo?) Lucio Anneo Cornuto.: in particolare nel capitolo De Homeri interpretatione allegorica, in specifico De aliis Heracliti fontibus et quae ei ratio intercedat cum Cornuto, in De Heracliti et Vitae Homeri fonte communi. La collocazione cronologica dello stesso Eraclito è invero incerta (e di densa problematicità), oscillando tra I secolo e inizio del II, così come resta nel complesso misteriosa la sua figura a causa di problemi irrisolvibili che essa pone per l'individuazione precisa della sua identità e l'analisi dell'opera per struttura, genere, fonti, la qualità asistematica del metodo allegorico malgrado il ricorrere puntuale di certi allegoremi omerici.
Omonimi Assumendo come fonte il lavoro di Demetrio di Magnesia (Poeti e prosatori che portavano lo stesso nome: Περὶ τῶν ὁμωνύμων ποιητῶν καὶ συγγραφέων), Diogene Laerzio,Nella sua opera Vite e dottrine dei filosofi illustri, IX,17. biografo tra gli altri di Eraclito di Efeso, cita altri quattro scrittori notevoli di nome Eraclito:Traduzione di Giovanni Reale: «Ci furono cinque Eraclito: il primo è questo del quale ho parlato; il secondo è un poeta lirico» (pressoché sconosciuto) «a cui è dovuto l'inno Dei dodici dèi; il terzo è un poeta elegiaco di Alicarnasso,HE 1935-1942. rivolgendosi al quale Callimaco compose questa poesia»;Call. AP 7, 80 = ep. 2 Pf. = HE XXXIV 1203-1208.«L’Eraclito cui è dedicato l’epigramma [Call. AP 7.80 = 2 Pf. = HE XXXIV 1203-1208] è un poeta elegiaco (ἐλεγείας ποιητής) (autore dell’epigramma AP 7.465 = HE I 1935), e compagno di Callimaco, di cui danno notizia Strabone (14.2.16 [è appunto lui a nominarlo come «Ἡράκλειτος ὁ ποιητής, ὁ Καλλιμάχου ἑταῖρος», «il poeta Eraclito, il compagno di Callimaco»] ) e Diogene Laerzio (9.17); sull’identità di [quest'ultimo] Eraclito anche: , e : da: «[...] Il quarto fu uno di Lesbo, che scrisse una Storia della Macedonia;FGrHist 167. il quinto fu uno che mescola il serio e il faceto» (ossia scrittore di σπουδογέλοιον, un genere avviato da Callimaco col giambo XIII), in «che prima di fare questo era stato suonatore di cetra».
Diogene Laerzio non fa menzione né dello scrittore di paradossi (di incerta collocazione cronologica) che scrisse il Περὶ ἀπίστων, né dell'Eraclito (qui trattato) autore delle Questioni omeriche.
Resta peraltro assai curioso - e significativo - quest'ultimo particolare, che la tradizione antica non ricordi che in epoca relativamente tarda l’Eraclito “allegorista” o “grammatico”, ovvero non prima che in testi risalenti al XII secolo: i commentari all'Iliade e all'Odissea (παρεκβολαὶ εἰς τὴν Ὁμήρου Ἰλιάδα καὶ Ὀδυσσείαν) di Eustazio di Tessalonica e l’"Esegesi all’Iliade" di Giovanni Tzetzes, in cui inoltre si nota che le posizioni dei due critici si differenziano, dacché Eustazio si rannoda alla interpretazione tradizionale stoica che era stata di Eraclito mentre Tzetzes se ne diparte. in
Addirittura, in seguito, tra la seconda metà del XIII secolo e l'inizio di quello successivo, Eraclito viene travisato con un altro omonimo, quel non meno «misterioso paradossografo autore del Περὶ Ἀπίστων», che Diogene Laerzio non aveva citato,Quanto a quest'ultimo Eraclito, alla constitutio textus e alla tradizione della sua opera, Stern (in ), rilevando che il Paradossografo potrebbe adeguatamente esser definito "mitografo", precisa di considerarlo altro rispetto all'Eraclito autore delle "Questioni omeriche". e persino con il peripatetico eclettico Eraclide Pontico (in più, quest'ultima confusione perdura nella tradizione a stampa dalla princeps Aldina sino all'edizione Mehler; Classic reprint: ; riedizioni: della metà del XIX secolo).
Il commentario Eraclito tradizionalmente prende l'appellativo di "homericus" ("omerico") per esser noto quale autore di un commentario alle opere tramandate sotto l'attribuzione di Omero dal titolo in sé chiarificatore dell'argomento trattato: Ὁμηρικὰ προβλήματα εἰς ἅ περὶ ϑεῶν Ὅμηρος ἠλληγόρησεν,Letteralmente: "Questioni omeriche, sull'interpretazione allegorica degli dei da parte di Omero". detto anche comunemente,Citando gli «stoici di età imperiale», Eduard Zeller nel suo "Compendio" nomina Eraclito «autore delle Allegorie omeriche che ancor oggi possediamo, contemporaneo, pare, di Augusto»: senza tuttavia autorevoli fonti antiche a sostegno, Ἀλληγορίαι ὁμηρικαί.Letteralmente: "Allegorie omeriche".
Eraclito e la definizione di allegoria Il termine "ἀλληγορία" (allegorìa) non è il più antico che sia stato adoperato per indicare i significati non letterali o non direttamente percepibili (dei miti di Omero e dei testi letterari): tale definizione ne scalzò un'altra, ὑπόνοια (ypònoia),È il lemma usato da Platone nella Repubblica (378d: «θεομαχίας ὅσας Ὅμηρος πεποίηκεν οὐ παραδεκτέον εἰς τὴν πόλιν, οὔτ' ἐν ὑπονοίαις πεποιημένας οὔτε ἄνευ ὑπονοιῶν. ὁ γὰρ νέος οὐχ οἷός τε κρίνειν ὅτι τε ὑπόνοια καὶ ὃ μή»: «le battaglie fra dèi inventate da Omero, non devono aver posto nel nostro Stato, né se sian fatte in senso allegorico, né se non lo siano. In effetti i giovani non sono in grado di distinguere il significato allegorico da quello letterale». ), nel suo polivalente rapporto con la poesia: che suggeriva la connotazione del "senso sottostante", del "pensiero nascosto",ὑπόνoια è deverbativo formato dal prefisso ὑπό-, "sotto", e dal verbo νοεῖν. del significato profondo o latente«[la] hypònoia platonica (Repubblica 378d), [il] senso "sottostante", o significato profondo, che è un modo antico di esprimere l’idea freudiana di significato "latente"»: sotto il significato letterale:Non a caso «La hypònoia corrispose all'operazione del congetturare (la suspicio latina [n.b. deverbativo da un composto con sub, corrispondente del greco ὑπό: ]): a partire da un dato concreto presente alla percezione, si trattava di inferire l'idea o l'insegnamento teorico che in esso si celava»: da in favore di una più accurata specializzazione nel più unidirezionale "allegoria".
Si può pur con la dovuta cautela ritenere, grazie alle occorrenze testuali reperite in Filodemo di Gadara, in Plutarco (che esplicitamente nel suo De audiendis poetis4,19. registra il mutamento terminologico) e in Cicerone, che «il periodo di incubazione e affermazione del nuovo termine a spese dell’antico hyponoia» possa corrispondere con «l’età alessandrina e probabilmente con l’arco dei secoli III-II a.C.», mentre altri studiosi propendono per un consolidamento in età più tarda, il I sec. a.C.
Benché non sia stato il primo a fornirla e diffonderla, ad Eraclito si deve una delle definizioni chiare ed onnicomprensive di "allegoria":Questioni omeriche 5.1-2 «Ora è forse indispensabile dare qualche breve e succinto ragguaglio sull'arte dell'allegoria: già praticamente lo stesso nome, veritiero quant'altri mai, ne indica il significato», dichiara Eraclito, e prosegue: Ὁ γὰρ ἄλλα μὲν ἀγορεύων τρόπος, ἕτερα δὲ ὧν λέγει σημαίνων, ἐπωνύμως ἀλληγορία καλεῖται. «Infatti è definita "allegoria" la tecnica espressiva di dire una cosa ("alla agoreuein") ma di intenderne un'altra».
È insomma l'ambiente "grammaticale", della scuola, a fornire il lessico specialistico e a diffonderlo: come testimoniano il commentario di Eraclito e il (coevo?) grammatico Trifone di Alessandria ma, ben prima e in maniera probabilmente decisiva, la scuola di Pergamo, mentre rilevante evoluzione concettuale è da evidenziare in Filodemo di Gadara, Demetrio Falereo, CiceroneCic.Orator 27,94: iam cum fluxerunt plures translationes, alia plane fit oratio; itaque genus hoc Graeci appellant ἀλληγορία. e Quintiliano,A Quintiliano (che si esprimeva con l'autorevolezza conferitagli dalla cultura non meno che dal suo ministero imperiale) si deve la nota definizione di "allegoria" quale «continua metaphora», «metafora continuata» (Inst.orat. IX,2,46: quem ad modum ἀλληγορίαν facit continua μεταφορά), costituita da una serie di metafore in successione (ibid. VIII,6,44ss: «genus plerumque continuatis translationibus»), e della allegoria quale «inversio»: in particolare, osservava il retore (ibidem), «allegoria, quam inversionem interpretantur, aut aliud verbis, aliud sensu ostendit, aut etiam interim contrarium»: «L’allegoria, che si traduce con il termine ‘inversione’, o mostra una cosa con le parole, un'altra con il senso, oppure significa anche, talvolta, il contrario». Indi appunto specificava, come accennato: «Prius fit genus plerumque continuatis translationibus»: «Il primo genere è dato per lo più da una successione di metafore». Traduzione da: Dunque «[l'allegoria] [può] anche essere composta di parole usate in senso proprio (e quindi non metaforico) ma in modo tale da rinviare complessivamente ad altro». Citazione da e nei quali ultimi si ritrova appunto la nozione di allegoria come «metafora continuata» o intreccio di metafore a costituire un organismo semantico complesso.Un «panorama completo delle definizioni antiche dell'allegoria» in , p.7 n.4
Il titolo dell'opera Gli editori moderni utilizzano generalmente il titolo comunemente tràdito, e che presenta l'opera nel codice Ambrosiano B 99 sup. (databile alla fine del XIII sec.), ossia: Ὁμηρικὰ προβλήματα εἰς ἅ περὶ ϑεῶν Ὅμηρος ἠλληγόρησεν; tuttavia, è da considerare che tale sintagma complesso ha più l'aspetto di una combinazione tra titolo e sottotitolo (o addirittura genere e titolo) con quest'ultimo teso a specificare il contenuto stesso dell'opera, ragion per cui si può assumere come titolo il «canonico» Ὁμηρικὰ προβλήματα.
Tradizione, epitomi, scolii Gli Ὁμηρικὰ προβλήματα hanno ricevuto una corposa trasmissione, costituita da nove manoscritti, che hanno tràdito l'opera in totale o parzialmente; inoltre già in tempi relativamente antichi era «inclusa in un corpus esegetico allegorico» insieme con (tra altro) le Quaestiones Homericae di Porfirio; il capitolo 34 fu epitomato, probabilmente in età protobizantina, e l'opera ripresa in «estratti o ‘scolî’» (in cui frequentemente «il testo eracliteo [...] è [...] spesso divergente da quello del resto della tradizione») posti -e tramandati- ai margini di parecchi manoscrittiUn elenco è in: e nel più recente: dellIliade e dellOdissea.Un elenco delle edizioni recenti del testo di Eraclito è nel citato e ibidem n.3.
Quellenforschung, Quellenkritik e lati oscuri Le oscurità relative all'effettivo inquadramento cronologico di Eraclito si riflettono anche sul problema della ricerca delle fonti (Quellenforschung) su cui egli possa essersi basato o viceversa degli studi da cui il suo lavoro possa essere stato utilizzato, e su una loro perspicua investigazione critica (Quellenkritik). Paradigmatico in proposito è il rapporto fra il Commentario eracliteo e la su citata "Epidrome" di L.A. Cornuto: gli studiosi si sono infatti interrogati al proposito o hanno costruito teorie basandosi sulla filiazione (critica? pedissequa?) tra Eraclito e appunto Cornuto (quale scrittore dipendendo l'uno dall'altro?) oppure teorizzando una dipendenza da una fonte comune.