Laborto forzato di Feng Jianmei è stato un caso di procurato aborto avvenuto in Cina, nella provincia di Shaanxi, nel quale una donna di nome Feng Jianmei fu costretta ad abortire quando era incinta di sette mesi del suo secondo figlio.
I funzionari locali avevano chiesto che lei e suo marito pagassero una multa di yuan per aver violato la politica nazionale del figlio unico; poiché non sono stati in grado di farlo, le autorità hanno arrestato Feng, le hanno fatto firmare un accordo per abortire e l'hanno tenuta ferma mentre le iniettavano un farmaco abortivo.
Contesto Politica del figlio unico
Dal 1979, per legge le coppie cinesi sono state limitate a un solo figlio al fine di controllare la crescita della popolazione del paese. Le famiglie che vivono in aree rurali, così come quelle con origine appartenente a minoranze etniche, possono spesso ricevere un'esenzione dalla legge e avere un secondo figlio senza sanzioni. In caso contrario, le coppie che hanno due o più figli sono tenute a pagare una multa al governo. Secondo He Yafu, demografo indipendente, tali multe sono comuni e «sono diventate, negli ultimi anni, una fonte importante di profitto per le autorità di pianificazione familiare». Egli aggiunge che le multe consentono alle famiglie ricche di avere figli in più costringendo le famiglie più povere a subirne gli aborti involontari. Le multe generano un introito stimato di 20 miliardi di yuan all'anno per il governo. Si stima che siano stati riscossi oltre miliardi di yuan (circa 314 miliardi di dollari americani) dal 1980.
La legge della Cina proibisce la violazione dei diritti personali e della proprietà delle persone per scopi di pianificazione familiare. Inoltre, una legge del 2001 proibiva gli aborti dopo il sesto mese di gravidanza. Ciononostante, gruppi per i diritti umani e critici della politica del figlio unico affermano che queste leggi vengono applicate in modo disomogeneo e che funzionari locali in molte aree continuano a praticare sterilizzazioni forzate ed aborti coatti, a volte persino nel terzo trimestre. In dieci province cinesi, compresa Shaanxi, le autorità sono autorizzate a prendere «provvedimenti correttivi» per garantire che le quote di nascita non venissero superate. In altre otto province, le autorità sono tenute a terminare le gravidanze non autorizzate. Attivisti come Chen Guangcheng sono stati incarcerati dal governo cinese per aver portato alla luce prove di aborti forzati. Nel 2005 Chen ha intentato una causa collettiva a nome di donne costrette a sterilizzazioni o aborti e in seguito ha trascorso sette anni in carcere o agli arresti domiciliari prima di emigrare negli Stati Uniti nel 2012.
Feng Jianmei Nell'ottobre 2011, Feng Jianmei, una donna di 22 anni del piccolo villaggio di Yuping, nella contea di Zhenping, parte della provincia di Shaanxi, rimase incinta del suo secondo figlio. Si era sposata nel 2006 e aveva dato alla luce una figlia nel 2007. Dopo aver ascoltato il consiglio dei parenti, Feng e suo marito, Deng Jiyuan, avevano ritenuto che sarebbe stato loro permesso avere un secondo figlio, dato che avevano aspettato cinque anni tra i figli e vivevano in una zona rurale. Vedi: Secondo i funzionari della contea di Zhenping, le autorità avevano contattato Feng nel marzo 2012 e le avevano detto che doveva ottenere documentazione, inclusa una nuova registrazione della residenza (hukou), per poter presentare la domanda per avere il bambino. La sua famiglia nega ciò, affermando che gli ufficiali non li avvertirono fino a alcuni giorni prima che venisse indotta l'aborto.
Aborto Intorno al 28 maggio, i funzionari locali per la pianificazione familiare telefonarono a Feng per cercare di persuaderla ad abortire. Il tentativo non ebbe successo, così il 30 maggio visitarono la casa della famiglia mentre il marito di Feng era fuori per lavoro. All'inizio le autorità tentarono di persuaderla a sottoporsi volontariamente all'aborto. Dopo diverse ore, lei disse ai funzionari che sarebbe uscita a comprare del cibo e li lasciò nel soggiorno. Invece andò a casa di una zia, ma circa quindici funzionari la seguirono. Non la arrestarono immediatamente, ma organizzarono turni per tenerla sorvegliata nella casa della zia. La mattina seguente, Feng fuggì, provocando il panico fra le guardie. Fermò un furgone e convinse l'autista ad aiutarla. L'autista la lasciò lungo la strada e Feng si nascose nella boscaglia del pendio per le successive 14 ore, aspettando l'oscurità. Quando venne la notte, si recò a casa di un parente in campagna, dove si nascose sotto il letto. Le autorità dell'ufficio per la pianificazione familiare la trovarono comunque e, secondo quanto riferito, l'aggredirono. Le lasciarono dormire per una notte prima di portarla in ospedale il 2 giugno. Diversi testimoni riferirono che quattro uomini portarono fuori Feng dalla casa con un sacco sopra la testa.
Contemporaneamente, i funzionari della pianificazione familiare erano in comunicazione con il marito di Feng, Deng Jiyuan. Il 1º giugno, gli chiesero di trasferire la residenza della moglie il giorno seguente oppure di pagare yuan ( dollari statunitensi) al fondo di sicurezza sociale per la pianificazione delle nascite. Trasferire la residenza in un solo giorno era impossibile, ma Deng negoziò il pagamento fino a yuan prima di tornare nella contea di Zhenping (in realtà aveva solo yuan che aveva preso in prestito dal lavoro, ma sperava che una cambiale avrebbe coperto il resto). Sulla via del ritorno, Deng ricevette un messaggio di testo che gli intimava di pagare immediatamente la cifra, ormai salita a yuan, «e non un centesimo in meno». Altri membri della famiglia ricevettero messaggi analoghi.
In ospedale, due uomini costrinsero Feng ad apporre l'impronta del pollice su un modulo di consenso e a firmare un documento che autorizzava l'aborto.Un'immagine parzialmente oscurata della donna col bambino morto è visibile su Wikipedia in inglese, alla pagina Forced abortion of Feng Jianmei. Fu portata in sala operatoria e trattenuta da due uomini mentre le venne iniettata una sostanza per uccidere il feto. Feng ha poi dichiarato ad All Girls Allowed, un gruppo statunitense che si batte contro la politica del figlio unico: «Potevo sentire il bambino muoversi dentro di me tutto il tempo, poi è rimasto immobile». Era al settimo mese di gravidanza, quindi l'aborto, volontario o meno, era illegale secondo la legge cinese. Nessun familiare poté essere presente durante la procedura. Dopo che il bambino morì per ipossia intrauterina, a Feng fu indotta la lattazione e partorì una bambina morta alla nascita il 4 giugno. Feng ha poi detto ad All Girls Allowed: «È stato molto più doloroso del mio primo parto. Il bambino era privo di vita e aveva la pelle viola-bluastra».All Girls Allowed, «Officials forcibly abort the baby of Feng Jianmei, who was 7 months pregnant», comunicato stampa, 12 giugno 2012. (Sito archiviato: 21 giugno 2012.) Il corpo fu quindi posto accanto a Feng sul suo letto per essere rimosso dalla famiglia al loro arrivo.
Feng rimase traumatizzata dalla procedura e distrusse la porta e gli armadietti dell'ufficio di un'infermiera in preda alla rabbia. Una settimana dopo, Deng dichiarò al South China Morning Post: «Mia moglie non sta bene. È triste e angosciata. A volte diventa emotiva e confusa». Si riportò che Feng soffrì di forti mal di testa per diverse settimane dopo l'aborto e tentò il suicidio più volte. Il 15 giugno uno zio disse ai giornalisti che Feng era in cattive condizioni di salute e incapace di mangiare. Il 26 giugno Feng era ancora in ospedale e soffriva di emicranie. Disse ai giornalisti che voleva tornare a casa, ma che il personale ospedaliero non le permetteva di andarsene. Il 29 giugno, la sua famiglia riferì che Feng sarebbe stata dimessa il giorno successivo. Tuttavia, le sue condizioni peggiorarono e non tornò a casa fino al 10 luglio. Deng presentò un reclamo ufficiale all'ufficio petizioni di Ankang. Un vicesindaco avrebbe detto a Deng che avrebbero indagato, ma quando non parve accadere nulla, Deng pubblicò la storia della sua famiglia online. Più tardi disse alla CNN: «Sono arrabbiato e voglio giustizia».
Eventi successivi Divulgazione della vicenda La cognata di Feng e sorella di Deng Jiyuan, Deng Jicai (邓吉彩 ), tornò dallo Hubei il giorno dopo l'aborto e portò con sé una videocamera per filmare Feng. Un funzionario della pianificazione familiare, che scoprì la registrazione, chiese poi che fosse cancellata. Tuttavia Jicai riuscì a scattare diverse fotografie con il suo cellulare. L'11 giugno una fotografia che ritraeva Feng distesa in un letto d'ospedale «a fissare il soffitto con lo sguardo vuoto» accanto al cadavere insanguinato fu pubblicata sul sito di social media cinese Sina Weibo insieme all'immagine di un messaggio testuale minaccioso inviato dalle autorità. Le immagini suscitarono indignazione e la notizia si diffuse rapidamente. Commenti d'indignazione da tutta la Cina si riversarono sulla rete, definendo le azioni delle autorità «atroci», «equiparabili all'omicidio». Molti commenti chiedevano la fine della politica del figlio unico, o collegavano il caso ad altri temi controversi come la corruzione dei funzionari locali o il divario urbano–rurale del paese. Molti post furono rapidamente cancellati dai censori governativi. Nonostante ciò, entro il 13 giugno erano presenti su Sina Weibo oltre commenti relativi alle foto, e il 15 giugno le immagini di Feng erano tra i contenuti più inoltrati. «Aborto forzato a sette mesi» divenne la principale voce di ricerca sul sito e furono registrati più di un milione di commenti degli utenti sull'argomento. La discussione si estese anche ad altri servizi di social media, tra cui NetEase, dove i thread critici verso il governo venivano rapidamente bloccati per impedirne l'ulteriore diffusione. Le immagini sono diventate presto virali, scatenando polemiche in Cina e attirando l’attenzione internazionale sulla questione degli aborti forzati.
Nel frattempo, i funzionari del comune avevano preparato una dichiarazione in cui si affermava che Feng era capace di intendere e di volere quando firmò il modulo di consenso informato che autorizzava l'aborto.
Zhang Kai (张凯 ), un avvocato noto per la difesa dei soggetti svantaggiati, pubblicò la vicenda sul suo blog. Li Chengpeng, blogger cinese che all'epoca contava oltre cinque milioni di seguaci, venuto a conoscenza della storia scrisse che «lo scopo della pianificazione familiare era controllare la popolazione, ma ora è diventata uccidere la popolazione … Se questa politica malvagia non viene fermata, questo Paese perderà l'umanità». Lo scrittore Zhao Chu condannò la politica del figlio unico come «un'attività orientata al profitto che tutti odiano», scrivendo che «non si tratta di far rispettare la politica, si tratta di privare qualcuno del diritto di vivere». Liang Jianzhang, amministratore delegato di Ctrip (oggi Trip.com Group), definì il caso di Feng «oltraggioso e violento» e «non unico nello Shaanxi», affermando che «l'abolizione dell'assurda politica di pianificazione familiare è l'unico modo per estirpare questo genere di male».
Il giornale locale Hua Shang Bao pubblicò un articolo su Feng. Il 12 giugno l'attivista per i diritti umani Huang Qi postò anch'egli la storia e le immagini. La vicenda fu quindi ripresa dai principali media cinesi. Sulla sua pagina personale di Weibo il caporedattore del tabloid del Partito Comunista Cinese, il Global Times, Hu Xijin scrisse: «Mi oppongo con fermezza all'aborto forzato barbaro», sottolineando che l'applicazione della pianificazione familiare nel paese andava modificata. Tuttavia dichiarò che nel complesso la politica del figlio unico era una cosa buona, aggiungendo che «le risorse del mondo non possono permettersi di sfamare una Cina con miliardi di persone».