Fu uno dei più brillanti ufficiali dell’Esercito piemontese prima e poi di quello italiano. Protagonista di una rapida carriera militare che lo vide generale a 35 anni, percorse tutte le vicende del Risorgimento, partecipando alla guerra di Crimea, alle tre guerre d’indipendenza e alla lotta al Brigantaggio.
Durante la guerra di Crimea fu osservatore militare del Regno di Sardegna presso gli eserciti turco, francese e inglese. Prima e durante l’intervento piemontese partecipò a numerose battaglie e alla carica della cavalleria britannica a Balaklava. Nel corso della terza guerra d’indipendenza si distinse nella battaglia di Custoza come comandante della divisione che tenne la località fino all’ultimo assalto di preponderanti forze nemiche.
Govone si distinse anche in campo diplomatico, in particolar modo in occasione dell’alleanza italo-prussiana, e nel campo dello spionaggio come fondatore del Servizio Segreto Militare Piemontese.
Divenuto ministro della guerra nel 1869, fu osteggiato per la sua politica di tagli alle risorse destinate all’esercito e fu oggetto di pesanti attacchi da parte soprattutto di Enrico Cialdini. Abbandonato anche da re Vittorio Emanuele II, non resse alla tensione emotiva che proruppe in uno stato di disordine mentale che lo portò alla follia. Morì probabilmente suicida a 46 anni.
Biografia La famiglia e la giovinezza (fino al 1848) Giuseppe Gaetano Maria dei conti Govone nacque da una famiglia di piccola ma antica nobiltà che appare nelle cronache dell’XI secolo con i signori di Govone Rodolfo, visconte d’Asti, e il figlio Uberto. Nella prima metà del XVIII secolo si rintraccia Giorgio Govone che fu consigliere e Segretario di Stato e delle Finanze di Vittorio Amedeo II di Savoia; segue il bisnonno di Giuseppe, Gasparo Giuseppe, che sposò una ricca ereditiera e il nonno Vincenzo, Capitano e Cavaliere dei S.S. Maurizio e Lazzaro..
Giuseppe nacque quindi a Isola d'Asti il 19 novembre 1825 secondo figlio di Ercole (1797-1855) avvocato e futuro sindaco di Alba e Francesca Mussi (1806-1848). Oltre a Giuseppe i coniugi ebbero sette maschi e una femmina: Vincenzo (1824-1907), Felice (1827-1845), Angelo (1828-1886), Giulio Secondo (1829-1867) pluridecorato nella seconda guerra d'indipendenza e morto di colera al comando del fratello Giuseppe in Sicilia, Cesare (1832-1870), Giovanni Luigi (1835-1911) generale, Francesco (1838-1859) caduto in una carica di cavalleria nella battaglia di Montebello, e Teresa (-1906)..
Il piccolo Giuseppe, così come di consuetudine, come secondo genito, venne indirizzato alla carriera militare entrando il 16 marzo 1836, a neppure undici anni di età, nell’Accademia Reale di Torino. Il 12 settembre 1843 venne nominato cadetto e, dimostrando una certa predisposizione e buona volontà, il 27 agosto dell’anno successivo sottotenente in ferma per apprendere le “Armi dotte” (ovvero il Genio e l’Artiglieria). Destinato a ottimi risultati, il 28 dicembre 1845 fu nominato tenente, prima in sovrannumero e dopo due anni come effettivo, del Corpo di Stato Maggiore. Nello stesso periodo entrò in un Corpo operativo dell’Esercito piemontese: la 6ª Divisione del duca di Genova, secondogenito di re Carlo Alberto di Savoia. Giuseppe fu assegnato alle dipendenze del colonnello Alfonso La Marmora, la cui conoscenza segnerà profondamente la carriera militare del giovane..
La prima guerra d’indipendenza (1848-1849) Alla vigilia dello scoppio della guerra con l’Impero austriaco, il giovane Giuseppe Govone coltivava idee liberali e democratiche avendo contatti con la redazione del giornale La Concordia del deputato di Sinistra Lorenzo Valerio, che evidentemente preferiva al più moderato Risorgimento di Cesare Balbo e Camillo di Cavour..
Dopo le Cinque giornate di Milano, all’apertura delle ostilità, il 23 marzo 1848, Govone si trovava in una delle poche unità pronte a muoversi, nella Brigata “Piemonte” comandata dal generale Michele Bes, facente parte del 2º Corpo d’armata del generale Ettore De Sonnaz. Partita all’avanguardia, la brigata passò il Ticino a Boffalora e dopo essere entrata a Milano che era nelle mani degli insorti, si diresse verso Brescia, che fu raggiunta il 31 marzo. Quello stesso giorno il capo delle truppe austriache, il generale Josef Radetzky si ritirava nella fortezza di Peschiera e due giorni dopo era a Verona. L'8 aprile il grosso delle sue truppe era disposto nel Quadrilatero presso Villafranca. L'esercito piemontese, intanto, si era schierato lungo la sponda destraCioè quella occidentale dato che il fiume scorre da nord verso sud. del Mincio....
Percorrendo l’itinerario Brescia, Castenedolo, Montichiari, Castiglione delle Stiviere, Guidizzolo, con le sue forze Bes giunse a Peschiera e il 10 aprile inviò Govone presso il comandante della guarnigione austriaca per intimargli la resa. Il vecchio generale Joseph von Rath (1772-1852) rifiutò. Così, tre giorni dopo, iniziò un fiacco assedio, i cui tiri di artiglieria dovettero essere corretti su istruzioni di Bes da Govone. Per stringere maggiormente l’assedio, i piemontesi decisero di prendere Pastrengo, sulla sponda destra dell’Adige e il 30 aprile attaccarono il caposaldo austriaco. Nella battaglia che ne seguì la Brigata “Piemonte” che costituiva l’ala sinistra dello schieramento piemontese si batté contribuendo alla vittoria. Govone, quale componente dello Stato Maggiore della brigata, era sul campo; ma il successo non fu decisivo e si dovette attendere fino al 30 maggio per ottenere la resa di Peschiera..
Sulla conduzione della guerra, Giuseppe Govone espresse delle critiche su quello che sarà poi riconosciuto come uno dei punti deboli della compagine piemontese: la mancanza di unità di comando. In una lettera a un cugino del 28 maggio scriveva:
La campagna militare non tardò a volgere al peggio e, nelle concitate fasi della battaglia di Custoza del 22-27 luglio, il generale De Sonnaz rifiutò dapprima di intervenire con il suo Corpo poiché le truppe erano stanche e poi fu costretto da Carlo Alberto a tentare inutilmente di riprendere Volta Mantovana che aveva abbandonato. Dopodiché non rimase al 2º Corpo di ripiegare su Cerlongo. Nella disfatta, Govone riuscì con vigore a non far sbandare gli uomini stanchi e demoralizzati e organizzare la ritirata, tanto da meritare l’elogio del generale Ardingo Trotti. Ciò che gli procurò la sua prima medaglia d’argento al valor militare e la promozione a capitano..
La nomina a capitano avvenne dopo l’armistizio Salasco quando Govone era tornato a far parte dello Stato Maggiore della 6ª Divisione, comandata ora da Alfonso La Marmora. Quest’ultimo, in attesa di riprendere le ostilità contro l’Austria, gli affidò, sul finire del 1848, il compito di mobilitare in Italia centrale una forza che avrebbe dovuto costituire una minaccia per l’Austria. Primo incarico assegnatogli come agente segreto..
Govone partì per Livorno, ma la ripresa delle ostilità e la improvvisa sconfitta di Novara del 23 marzo 1849 fecero precipitare gli eventi che determinarono i moti repubblicani di Genova. La Marmora, la cui unità non aveva partecipato alla ripresa della campagna militare si trovò così a reprimere nel sangue i disordini, ma alcuni forti della cinta muraria furono presi da Govone senza colpo ferire. Le sole intimazioni produssero la resa del forte Belvedere, il cui comandante si arrese a Govone e a quattro bersaglieri, del forte Crocetta e, con un po’ più di difficoltà, del forte Tenaglia. Ma il grosso dei rivoltosi rifiutava di arrendersi e le forze di La Marmora e quelle di Govone dovettero penetrare nella città. Il 5 aprile le truppe di Govone presero le chiese di San Francesco e di San Rocco, in posizione strategica e, soprattutto, la polveriera del Lagazzo. Poco dopo i rivoltosi si arresero. L’esercito piemontese aveva perso nella repressione dei disordini 19 fra ufficiali e soldati e 179 erano stati i feriti. Per questi fatti, il 19 luglio, Govone fu insignito della seconda medaglia d’argento al valor militare..
In missione per Alfonso La Marmora (1849-1852) Appena insediatosi come ministro della guerra del governo d'Azeglio nel novembre del 1849, Alfonso La Marmora decise di affidare a Govone il compito di studiare da vicino le forze armate delle due potenze dell’Europa centrale: il Regno di Prussia e l’Impero austriaco. Lo scopo era quello di modernizzare la struttura e l’amministrazione dell’antiquato esercito piemontese. Affiancarono Govone nella missione Genova di Revel e Agostino Petitti di Roreto..
Benché sotto falso nome, Govone non ebbe successo a Vienna, poiché gli austriaci sospettavano di qualsiasi italiano che si interessasse di questioni militari. Maggiore successo, invece, riscosse a Berlino, dove l’atmosfera era più serena. A Berlino Govone acquisì e trasmise in patria informazioni sull’amministrazione militare prussiana, sulla sua organizzazione della leva e sui Corpi dell’artiglieria e del Genio. Nei suoi rapporti a La Marmora parlò anche della situazione di tensione con l’Austria sulla quale criticò l’atteggiamento pacifista della Prussia che, alla fine, con il Trattato di Olmütz del novembre 1850 dovette cedere alle richieste di Vienna..
Imparato bene il tedesco, nel marzo 1851, Govone lasciò Berlino per un giro di visite soprattutto alle fortificazioni tedesche: Francoforte, Colonia, Coblenza, Magonza, Strasburgo. Tornato a Torino, gli venne assegnato un incarico di insegnante alla scuola di topografia di Novara e altri più riservati e segreti per una missione a Venezia (all’epoca ancora austriaca), per una perlustrazione sul confine con il Lombardo-Veneto del Ticino, per lo studio di una divisione austriaca in Lombardia e per raccogliere a Milano informazioni su una recente insurrezione mazziniana..
La guerra di Crimea (1853-1856) Sul Danubio con i turchi
Naturale prosecuzione dei suoi incarichi in Prussia, al volgere della crisi che contrapponeva l’Impero ottomano a quello russo, Govone fu spedito da La Marmora quale osservatore presso l’esercito turco. Giuseppe partì da Genova il 10 luglio 1853 e giunse a Costantinopoli dodici giorni dopo. Gran Bretagna e Francia erano già politicamente schierate con la Turchia e Govone, prevedendo lo scoppio di quella che sarà ricordata come la guerra di Crimea, decise di raggiungere il Danubio, al di là del quale i russi ai primi di luglio erano provocatoriamente penetrati sia nella Moldavia che nella Valacchia. Giunto sulla sponda destra del fiume, Govone riferirà sullo schieramento delle truppe ottomane di Omar Pascià..
Dopo l’apertura delle ostilità della Turchia, l'esercito ottomano (uno dei più antiquati d'Europa) occupò Calafat, sul Danubio, il 28 ottobre e si trincerò lungo il corso del fiume attendendo la reazione dei russi che, il 4 novembre, attaccarono senza successo Oltenița. A questo primo scontro ne seguirono altri in altre località, come Măcin e Giurgiu, dove i russi fallirono ancora il passaggio del fiume.. Govone in questi frangenti percorse in lungo e in largo il fronte degli scontri spingendosi da oriente a occidente per circa 500 km. fino a Calafat e Vidin, l’una di fronte all’altra sulle due sponde del Danubio. Da qui il 31 dicembre inviò consigli ad agire a Omar Pascià che, distante e malato, il 6 gennaio prese i russi alla sprovvista attaccando Cetate, dietro Calafat..