Il toro di Falaride è uno strumento di tortura creato, secondo la tradizione, nel VI secolo a.C. dall'artigiano Perillo per il tiranno siceliota Falaride, da cui prende il nome. Si trattava di un grande toro di bronzo, cavo all'interno e capace di ospitare una persona adulta: il condannato, rinchiuso in esso, moriva lentamente per ustione grazie a un fuoco acceso sotto il ventre bronzeo dell'animale.

La verità sulla sua esistenza è stata messa più volte in discussione dagli storici a causa dell'assenza di prove archeologiche: è possibile che la leggenda sia stata inventata successivamente al periodo di Falaride per illustrare la natura violenta e abietta della tirannide.

Storia

Secondo la tradizione a ideare lo strumento fu Perillo di Atene, uno bronzista attico che propose al tiranno akragantino Falaride un nuovo sistema per giustiziare i criminali: si trattava di un possente toro di bronzo, cavo all'interno e con una porta sul fianco da cui far entrare il condannato. Quest'ultimo, una volta dentro, sarebbe morto per ustione grazie a un fuoco accesso sotto il ventre del toro; inoltre le sue grida sarebbero fuoriuscite dalla scultura con un suono diverso, pari a quello del muggito di un bovino. Falaride, sorpreso e disgustato da un'idea così malvagia, lo ingannò a entrare nel toro e per punirlo lo uccise, testando la sua stessa invenzione:

Dopo interminabili minuti di dolore Perillo, ormai morente, venne tirato fuori dal toro e gettato giù da una rupe affinché il suo corpo non rovinasse la scultura.

Sempre da Diodoro si apprende che il toro fu saccheggiato dai Imilcone II nel 406 a.C., durante l'assedio di Agrigento, e spedito a Cartagine; l'opera fu restituita agli akragantini solo nel 146 a.C. da Publio Cornelio Scipione, a seguito della battaglia di Cartagine. Anche Cicerone, nella sua orazione contro Verre, conferma la restituzione del toro agli abitanti di Agrigento.

A opporsi a questa precisazione fu lo storico siceliota Timeo di Tauromenio, le cui argomentazioni ci sono pervenute solamente attraverso uno scolio alla prima Pitica di Pindaro e ad alcune critiche ricevute da Polibio e Diodoro Siculo, dettate con molta probabilità da fraintendimenti. Nel testo originario, Timeo sollevava dubbi sulla provenienza del toro rubato dai cartaginesi, ritenendolo non originario di Agrigento: a suo dire, infatti, era solo una copia in bronzo del fiume Gela (storicamente raffigurato come un toro) mentre il vero toro appartenuto a Falaride sarebbe stato gettato in mare dagli stessi akragantini dopo la morte del loro tiranno:

Nella letteratura La figura del toro di Falaride ebbe molto successo in letteratura, al punto da essere ripresa da autori di disparate epoche. La fonte più antica a riportare questa storia risale al V secolo a.C. ed è quella del poeta Pindaro, che la trattò brevemente in una delle sue Pitiche:

Luciano di Samosata dedicò ben due orazioni declamatorie a Falaride, opere dove il tiranno declama la sua innocenza descrivendo, tra le tante cose, anche la creazione del toro.

Nel mondo romano l'argomento venne trattato da Plinio il Vecchio e da Giovenale, che lo menziona in una satira più volte ripresa da Immanuel Kant:

Plotino ne fa menzione nelle Enneadi, riferendosi alla tesi dei filosofi ellenistici secondo cui il saggio può essere felice anche negli atroci tormenti del toro:

Secoli dopo anche Dante Alighieri, nella Divina Commedia, parlò del toro con questi versi:

Nel Novecento fu ripreso dallo scrittore Gesualdo Bufalino per descrivere il caldo insopportabile dell'estate siciliana. Umberto Eco lo cita invece nei capitoli finali de Il nome della rosa, in riferimento alla morte di uno dei protagonisti della vicenda.

Kurt Vonnegut fa un breve riferimento al toro di Falaride nel suo romanzo La colazione dei campioni raccontando l'utilizzo che ne avrebbe fatto l'imperatore romano Eliogabalo.

Cronache cristiane

Secondo alcune cronache, questo strumento sarebbe stato utilizzato per uccidere alcuni martiri cristiani, in particolare sant'Eustachio e sant'Antipa, vescovo di Pergamo. Anche Pelagia di Tarso si narra sia stata fatta seppellire in un toro di Falaride nel 287 dall'imperatore Diocleziano.

Nella cultura di massa Lo show televisivo statunitense 1000 modi per morire ha dedicato una delle proprie morti proprio al toro di Falaride, anche se con delle inesattezze: si dice infatti che il toro fosse completamente insonorizzato per non far sentire le urla dei prigionieri che arrostivano al suo interno e che quando Perillo ne uscì era già morto. Nel videogame Assassin's Creed: Origins si fa spesso riferimento al toro di Falaride come strumento di tortura in uso presso l'Antico Egitto. Questo sistema di tortura fa la sua apparizione anche nel videogame Amnesia: The Dark Descent; l'interazione con esso è prevista ai fini del proseguimento della trama. Nel film Cappuccetto rosso sangue, un cacciatore di lupi mannari utilizza un surrogato di toro di Falaride (qui in forma di elefante), per punire un giovane. Nel film Saw 3D, un toro di Falaride viene utilizzato per uccidere la moglie del "protagonista" delle torture dell'enigmista, reo di aver lucrato con libri e interviste sulla sua presunta sopravvivenza a Jigsaw, senza che però fosse mai stato "messo alla prova". Nella puntata 10 della stagione 8 di The Blacklist il toro di Falaride viene menzionato in quanto una criminale, che tortura su commissione i nemici dei suoi clienti, viene simbolicamente chiamata Perillo. Nel film "Immortals" il toro di Falaride viene usato dal minotauro per torturare i prigionieri. Nel film horror Antrum del 2018 viene utilizzato un toro di Falaride, seppur con la forma di Bafometto.

Note

Bibliografia

Altri progetti

Collegamenti esterni http://www.medievality.com/brazen-bull.html

Categoria:Strumenti di tortura Categoria:Personaggi citati nella Divina Commedia (Inferno) Categoria:Metodi di esecuzione capitale