Lintelligenza è un complesso di facoltà psichiche e mentali che, mediante processi cognitivi, consentono di percepire o capire le cose e i significati attraverso l'elaborazione delle informazioni e di organizzare conseguentemente il proprio comportamento sia attraverso le idee che l'attività pratica per risolvere un problema e/o raggiungere un obiettivo. Presente negli organismi viventi, più o meno complessi, è stata definita in molti modi: capacità di astrazione, logica, comprensione, autoconsapevolezza, apprendimento, conoscenza emotiva, ragionamento, pianificazione, creatività, pensiero critico e risoluzione dei problemi. Più in generale, l'intelligenza può essere descritta come la capacità di percepire o dedurre informazioni e di conservarle come conoscenza da applicare a comportamenti adattivi all'interno di un ambiente o di un contesto.
Benché i ricercatori nel campo non ne abbiano ancora dato una definizione ufficiale (considerabile come universalmente condivisa dalla comunità scientifica), alcuni identificano l'intelligenza (in questo caso l'intelligenza pratica) come la capacità di un agente di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti;Una situazione nuova può qui essere anche una situazione che ripresenta un problema già affrontato, utilizzando però caratteristiche e/o circostanze diverse. nel caso degli esseri umani e degli altri animali, l'intelligenza pare inoltre identificabile anche come il complesso di tutte quelle facoltà di tipo cognitivo o emotivo che concorrono o concorrerebbero a tale capacità. Per alcune scuole di pensiero, soprattutto antiche, la sede dell'intelligenza non è il cervello e la si identifica come la qualità, esclusivamente umana, di capire un fenomeno e le sue relazioni con tutti gli aspetti non apparenti che interagiscono con tale fenomeno, la capacità quindi di leggervi dentro.
Tradizionalmente attribuita alle sole specie animali, oggi l'intelligenza viene da alcuni attribuita, in misura minore, anche alle piante e agli organismi unicellulariAntónio Damásio,Sentire e conoscere, Storia delle menti coscienti, trad. Isabella C. Blum, Adelphi, 2022, ISBN 9788845936555; ed. orig. Feeling and Knowing: Making Minds Conscious, 2021, mentre il campo di ricerca dell'intelligenza artificiale tenta di creare delle macchine che siano in grado di riprodurre o di simulare l'intelligenza umana.
Etimologia La parola intelligènza (s. f.) deriva dal sostantivo latino intelligentĭa, a sua volta proveniente dal verbo intelligĕre, "capire".
Il vocabolo intelligĕre è formato dal verbo legĕre, "cogliere, raccogliere, leggere" con la preposizione intus, "dentro" (quindi, 'leggere dentro, in profondità'); l'intelligenza, quindi, è letteralmente capacità di vedere in profondità).
Definizioni scientifiche
Come accennato, sebbene abbia sviluppato dei modelli per la valutazione dell'intelligenza, la comunità scientifica ancora non concorda universalmente su una definizione unica di cosa essa sia.
Una dichiarazione editoriale del 1994 firmata da cinquantadue ricercatori, Mainstream Science on Intelligence, descrive l'intelligenza come:
Tra le altre definizioni si riportano: La capacità generale di adattare il proprio pensiero e condotta di fronte a condizioni e situazioni nuove. - William L. Stern; La misura della capacità di un agente di raggiungere obiettivi in una varietà ampia di ambienti. - S. Legg e M. Hutter (quest'ultima definizione è stata formulata nel tentativo di sintetizzare una varietà di settanta altre definizioni diverse).
Il pedagogista Édouard Claparède vedeva l'intelligenza come la capacità o disposizione a utilizzare in modo adeguato allo scopo tutti gli elementi del pensiero necessari per riconoscere, impostare e risolvere nuovi problemi.
La valutazione dell'intelligenza
Per quanto riguarda l'intelligenza umana, sono stati sviluppati dei modelli per la valutazione o "misura" della stessa. Va però precisato che tali modelli valutano solo aspetti specifici della capacità intellettiva degli individui: i risultati dei test d'intelligenza vanno considerati come giudizi validi solamente in riferimento a dei singoli aspetti, e non all'intelligenza dei soggetti testati nel suo complesso.
Di seguito sono elencati i principali test psicometrici (in ordine cronologico di ideazione):
Alfred Binet (1911) e in seguito Lewis M. Terman all'Università di Stanford (1916) costruirono un test che prende in considerazione soltanto quegli aspetti dell'intelligenza utilizzati in ambito scolastico, composto dunque da prove (diverse) strettamente inerenti all'ambito scolastico stesso. Erede contemporaneo del test sono le Scale d'intelligenza Stanford-Binet. Concetto chiave è il quoziente d'intelligenza (QI) come rapporto tra età mentale ed età cronologica moltiplicato 100. Il valore 100 del quoziente intellettivo è considerato il valore medio della popolazione. Il test Stanford-Binet misura un solo fattore di "intelligenza", e propone prove suddivise per fasce di età; non ha validità per individui più grandi di 13 - 14 anni. Il Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS, 1939) riprende i tipi di compito dello Stanford-Binet, nonché il concetto di quoziente intellettivo, e li ricostruisce per gli adulti. È costituito da più sub-test, ciascuno dei quali è composto da voci a difficoltà progressiva. Il WAIS, al contrario dello Stanford-Binet, non prevede un solo fattore di intelligenza generale, ma comprende anche una serie di dimensioni, coerenti al loro interno per tipologia di prove, che compongono il test: prove verbali (cultura generale, comprensione, analogie, memoria di cifre, ragionamento aritmetico), le prove di performance (riordinamento di figura, completamento di figura, disegno di cubi, ricostruzione di figura, associazione di simboli o numeri). Per entrambi questi test (Stanford-Binet e WAIS) è chiara l'importanza, sulla misura finale, del livello di scolarizzazione del soggetto. Si sono quindi progettati dei test d'intelligenza "culture free", non influenzati dal tipo di educazione e di cultura del soggetto messo sotto analisi; i più noti sono quello delle matrici progressive di Raven (1938), matrici numeriche da completare e il Culture fair intelligence test (1949) di Cattell. Studi su questi test sembrerebbero dimostrare che essi non discriminano in modo adeguato i soggetti con intelligenza superiore alla norma, mentre sembrerebbero più adatti per valutare i soggetti svantaggiati.
Relazioni tra i test d'intelligenza e il razzismo
Nel XX secolo a causa delle crescenti immigrazioni dall'Europa e dall'Asia gli psicologi statunitensi si posero il problema di stabilire: se vi fosse un legame fra QI e "razza" di appartenenza (ma oggi sappiamo che le "razze umane" non esistono); come investire i soldi nell'educazione dei ragazzi e in particolare in ragazzi con QI basso. Questi studi portarono a riscontri molto duri in campo psicologico e non: Carl Brigham, nel suo testo "A study of american intelligence" (1923), affermava che l'intelligenza degli americani, di "razza" bianca nordica, era inquinata dalle "razze" mediterranee e dalle "razze" slave. Nell'anno successivo (1924), tale testo ebbe una notevole influenza nella formulazione, da parte del governo federale statunitense, dellImmigration ActMecacci L., Storia della psicologia del novecento, Laterza Editore, 1999, p. 256, ISBN 88-420-5784-3, mediante il quale l'entrata nei confini degli USA da parte di immigrati venne drasticamente diminuita. Nel '28 la polemica si estinse grazie all'articolo Nature and Nurture nel quale Lewis Madison Terman, pur essendo un convinto ereditarista, propose un compromesso fra la tesi ereditarista e la tesi ambientalista.
Si ipotizza che il dibattito nordamericano sull'ereditarietà dell'intelligenza sia stato dovuto alle leggi razziali (vale a dire "razziste") tedesche e all'afflusso di immigrati alla fine degli anni trenta.
Quarant'anni dopo, nel 1969, venne dato alle stampe l'articolo di Arthur Jensen, "How much can we boost IQIQ sta per "Intelligence quotient", il corrispettivo inglese dell'italiano QI (quoziente d'intelligenza). and scholastic achievement?", che portò a feroci attacchi a livello personale e a battaglie a suon di articoli sui quotidiani. In tale articolo si poneva la seguente riflessione: posto che il QI dei bambini neri è basso a causa del loro patrimonio genetico deficitario, ha senso spendere soldi nella loro, così costosa, educazione? Per comprendere a pieno in che periodo culturale siamo, è opportuno ricordare che sei anni prima, nel 1963, ci fu la marcia su Washington per il lavoro e la libertà ad opera di Martin Luther King,La marcia avvenne il giorno 28 agosto 1963. contro la segregazione razziale. Il 4 aprile 1968 Martin Luther King viene assassinato, un anno dopo verrà dato alle stampe il citato articolo di Jensen: è facile comprendere per quale motivo venne accolto come un manifesto in difesa della razza bianca dagli attacchi della razza nera.
Nel '73 e nel '74 verranno dati alle stampe due testi che faranno storia: IQ in meritocracy di Richard HerrnsteinHerrnstein R.J., I.Q. in the meritocracy, Atlantic Monthly Press Book, 1973. e The science and politics of IQ di Leon Kamin.Kamin L.J., The Science and Politics of I.Q., Potomac, MD, Lawrence Erlbaum Associates, 1974. Il primo proponente le tesi ereditariste, il secondo ambientaliste. Nel '75 uscì il libro Race difference in intelligence di John Loehlin, et al.,Loehlin J.C., Lindzey G., Spuhler J.N., Race differences in intelligence, San Francisco, Freeman, 1975. proponendo una tesi conciliativa: il QI dipende dal genoma ed è modificabile nel tempo mediante l'ambiente culturale nel quale la persona vive.
Negli anni ottanta vi fu una nuova ondata di polemiche riguardanti "razza" e QI. Ma di tutt'altro tipo: stavolta la diatriba non era sul QI deficitario dei bambini di "razza" nera, ma, paradossalmente, sul QI eccedente dei bambini di origini asiatiche. I principali testi al riguardo furono: Educational achievement in Japan di R. Lynn del 1988, The boat people and achievement in America di N. Caplan, J.K. Whitmore e M.H. Choy e anche l'articolo del 1990 pubblicato su American Psychologist, Asian-American educational achievements: a phenomenon in search of an explanation di S.Sue e S. Okazaki.Come negli anni '60, in cui si affermò che era inutile investire denaro nell'educazione dei neri poiché poco dotati di QI, così si affermava alla fine degli anni '80 che era inutile spendere denaro nell'educazione di bambini di origine asiatica poiché già dotati di un QI elevato per natura.
In Europa, e in particolar in Italia, il dibattito sul rapporto fra QI e "razza" di appartenenza non è stato così forte e deciso.Comunque è opportuno pensare che «la questione si potrebbe presentare in un futuro non tanto lontano in relazione all'immigrazione in crescente espansione dai paesi del Terzo Mondo (e probabilmente anche dai paesi dell'Est) verso i paesi della Comunità Europea».Mecacci L., Storia della psicologia del novecento, Laterza Editore, 1999, p. 257, ISBN 88-420-5784-3
La questione del rapporto tra l'intelligenza e la "razza" va d'altronde posta in altri termini perché non si può non considerare che la maggior parte dei test che valutano l'intelligenza (come la WAIS-R) non sono "culture free" (cioè scevri dall'effetto culturale), sebbene si dichiarino tali. L'effetto culturale è dunque importante nell'esito finale del test e, di conseguenza, influisce anche sulla valutazione dell'intelligenza. L'effetto culturale vale quindi sia per le conoscenze acquisite (intese come scolarità) sia per la cultura d'appartenenza (intesa come cultura asiatica, africana, ecc.). La questione della relazione tra QI e "razza" deve quindi rimanere aperta ad ogni riflessione.
Gli studi differenziali sull'intelligenza