Le Filippiche sono orazioni che Marco Tullio Cicerone pronunciò contro Marco Antonio dal 2 settembre del 44 a.C. al 21 aprile del 43 a.C., ad eccezione della II Filippica, immaginata come pronunciata in Senato, in risposta agli sprezzanti attacchi di Antonio nei suoi riguardi durante l'assemblea del 19 settembre (a cui Cicerone non partecipò). Questa orazione di Cicerone, accuratamente preparata nella sua villa a Pozzuoli, poi inviata all'amico Attico, che ne apprezzò molto la vis retorica, e mai pronunciata, venne presumibilmente fatta circolare negli ambienti politici romani prima del 20 dicembre del 44 a.C., giorno in cui la III e la IV Filippica vennero presentate rispettivamente in Senato e davanti al popolo.
Introduzione
La denominazione di "Philippicae" venne attribuita dallo stesso Cicerone alle sue orazioni, tra il serio e il faceto, in una lettera a BrutoAd. Brut. 2,3,4. con lo scopo di omaggiare il grande oratore greco Demostene, suo grande modello, non solo dal punto di vista oratorio, ma anche morale e patriottico. Difatti, come l'oratore greco si scagliò contro Filippo II di Macedonia, facendosi promotore della difesa e della libertà dello Stato, Cicerone, schierandosi contro Antonio, si prefisse di raggiungere nelle Cesarine e nelle Filippiche l'eloquenza demostenica sotto il profilo retorico e oratorio.CICERO, Marcus Tullius, Le Orazioni, a cura di G. Bellardi, ed. UTET, vol. IV, Torino, 1978, p. 59. Questo perché Demostene rappresentava per Cicerone il modello ideale dell'oratore politico che si è formato attraverso lo studio dei testi filosofici.
Inoltre, l'intensificato contatto con l'eloquenza di Demostene portò Cicerone all'elaborazione di uno stile oratorio purificato, depurato di parecchia pinguedine ornamentale. Il fraseggio si fa più breve, semplice, più netto che in precedenza.E. Narducci, “Introduzione a Cicerone” Editori Laterza, Roma – Bari, 2010, p. 204
La tradizione storiograficaSEN. Suas VI-VII; GELL. I 22,17. attesta per l'opera ciceroniana anche la denominazione, forse più corretta, di Antonianae. Si sa anche che un grammatico latino, tale Arusiano Messio, cita alcuni brani dell'orazione XVI e la Filippica XVII.ARUSIANUS MESSIUS, GLK VII, 476. Inoltre due scoliasti (Ad. Cic., Mil. 10 e Ad. Iuv. 7, 199) riportano che Publio Ventidio era chiamato "mulattiere (mulio) nelle Filippiche": quasi certamente doveva trattarsi di una Filippica posteriore alla XIV, perché Cicerone dà a Ventidio lo stesso appellativo in una lettera (Fam. 10, 18, 3) che è del 18 maggio 43. Secondo altri autorevoli studiosi, come Gian Biagio Conte e Bruno Mosca, in origine le Filippiche dovevano essere probabilmente 18, ma ne sono sopravvissute solo 14.AA. VV. Scriptorium, coordinata e diretta da G. B. Conte, Le Monnier, Firenze, 2000 vol. II, p. 857. Tra le orazioni andate smarrite, una molto conosciuta ai tempi doveva essere quella pronunciata in Senato tra il 26 e il 27 aprile,M. T. CICERONE, Le Filippiche, a cura di B. Mosca, Mondadori, Milano, 1972, vol. I, p. 62 subito dopo un'altra fondamentale vittoria militare ottenuta dal console Aulo Irzio e da Ottaviano sulle truppe guidate da Antonio il 21 aprile del 43.Ad Brut.1, 3, 4; 5, 1; Fam. 10, 21, 4.
Le Filippiche costituiscono un importante documento dell'acceso contrasto tra Cicerone e Antonio, scoppiato durante gli ultimi mesi di vita della Repubblica romana. In esse, ogni singola fase di quella drammatica crisi che stava attraversando la Res publica sembra stagliarsi su di uno sfondo di alti valori etici e civili, resi ancor più vigorosi dalla meditazione filosofica ciceroniana.
Dunque, queste sue ultime orazioni possono essere considerate come un vero e proprio testamento morale che Cicerone lasciò al popolo romano: le sue impetuose parole mantennero per mesi desta l'attenzione del popolo sulla lotta politica e sull'urgenza e il dovere di difendere l'integrità della patria.
Il contrasto tra Cicerone e Marco Antonio ebbe origine all'indomani dell'uccisione di Cesare: la plebe urbana acclamava ancora il defunto e si schierava apertamente contro i suoi uccisori (non giudicandoli affatto come dei "liberatori"); il partito cesariano manteneva il suo vigore grazie al suo nuovo leader, Marco Antonio.
Così si giunse ben presto a un compromesso tra la fazione senatoria e i cesaricidi, che prevedeva l'amnistia per i congiurati (promossa anche da Cicerone) e la ratifica di tutti gli atti e le disposizioni di Cesare. Ma il compromesso ebbe breve durata. Mentre i congiurati, investiti di varie cariche in lontane province romane, abbandonavano la città, Antonio abilmente cercava di trarre a sé tutte le forze tradizionalmente favorevoli a Cesare (soprattutto i veterani di Cesare e alcuni settori del Senato), rafforzando così la propria posizione politica e militare e palesando l'intenzione di vendicarsi dei presunti "liberatori".
L'aggravarsi della situazione indusse Cicerone a tenersi alla larga dai vari giochi delle fazioni politiche, in attesa di tempi migliori (pensava probabilmente che una situazione più favorevole sarebbe giunta con l'entrata in carica dei consoli Irzio e Pansa, cesariani moderati), e a lasciare Roma per intraprendere un viaggio in Grecia. Ma fu costretto a interrompere il suo viaggio e a tornare subito a Roma, dove sempre più tesi si facevano i rapporti tra Antonio e il Senato, e il partito cesariano sembrava dividersi fra la fedeltà ad Antonio e quella ad Ottaviano. Questi era il giovanissimo erede di Cesare, entrato da poco nella scena politica dell'Urbe ma già a capo di un consistente esercito, messo in piedi in brevissimo tempo.
Cicerone, così, giunto in Senato, pronunciò la sua prima Filippica (2 settembre 44 a.C.) dai toni relativamente contenuti, alternando magistralmente moderate critiche a timidi elogi, per cercare ancora di ricondurre l'audace Antonio al rispetto verso l'autorità del Senato e di avvicinare a sé le diverse parti dell'opposizione.E. Narducci, Cicerone. La parola e la politica, Laterza, Roma-Bari, 2009, p. 418. Ma la violenta invettiva scagliata da Antonio contro Cicerone il 19 settembre in assemblea segnò la totale rottura tra i due.
Infatti nella sua seconda orazione i toni si fanno più accesi: vengono lungamente descritte la corrotta e dissipata giovinezza di Antonio e la sua successiva carriera politica, segnata da un'umiliante e continua ricerca di sostenitori.
Anche nelle altre Filippiche Cicerone metterà in evidenza i tratti più turpi di Antonio, gli stessi con cui Demostene dipingeva la figura del tiranno Filippo di Macedonia.
Cicerone, ormai anziano, si lanciava con tutto il suo ardore in questa sua ultima battaglia, proprio per ritrovare quell'antica gloria di quando aveva salvato la patria dalla congiura di Catilina.
A partire dalla seconda, in tutte le 14 orazioni è evidente la fermezza dell'oratore che segue la linea dell'intransigenza nei confronti dell'azione antoniana, e abbandona definitivamente quella politica "conciliante" dei giorni successivi alle Idi di marzo; egli, dinanzi ad un Senato sempre più debole e titubante, si dichiara ancora una volta patriota promotore della pace, ma purtroppo sono le circostanze politiche che lo inducono a divenire un fautore della guerra.E. Narducci, Cicerone. La parola e la politica, Laterza, Roma-Bari, 2009, p. 420.
Con le sue serrate argomentazioni Cicerone mira principalmente a indebolire e separare il partito antoniano in Senato, servendosi per tale scopo dell'antagonista di Antonio, il giovane Ottaviano. Eliminare dalla scena politica Antonio e i suoi seguaci, a suo giudizio personaggi scellerati, criminali e di dubbia moralità, significa sottrargli il forte sostegno del partito cesariano.
A tal fine Cicerone giustifica e glorifica l'illegale azione politico-militare di Ottaviano (illegale al pari di quella di Antonio) e di tutte le milizie che si sono schierate dalla sua parte. Inoltre egli non si astiene di certo da aspri giudizi nei confronti dell'assemblea senatoria, troppo debole e indugiante, al fine di indurla a condannare tutte quelle iniziative private che si andavano a sostituire alle sue deliberazioni.
Sebbene i suoi discorsi siano pieni di parole elogiative nei riguardi di Ottaviano, probabilmente nel pensiero politico ciceroniano questi non rappresenta nient'altro che il male minore, anche se l'unico davvero all'altezza di contrastare Antonio e di attirare i vecchi cesariani dalla parte della res publica; però, secondo tale pensiero, una volta portato a compimento questo suo progetto di servirsi dell'erede di Cesare quale strumento per far fronte comune contro la minaccia antoniana, anche Ottaviano stesso sarebbe infine stato messo da parte. Un progetto, questo, che prevedeva altissimi rischi per la repubblica e di cui Cicerone era perfettamente consapevole.E. Narducci, “Cicerone. La parola e la politica”. Editori Laterza, Roma – Bari, 2009, pp.420-421.
Ottaviano, dopo aver collaborato per qualche tempo con il Senato e i cesaricidi, decise di firmare la pax con Antonio e con un altro autorevole cesariano, Lepido: tutti e tre si unirono in un triumvirato, sulla base dell'omonimo accordo sottoscritto da Cesare, Pompeo e Crasso. Ma a differenza dell'accordo privato del 60 a.C., questo del 43 a.C. venne istituzionalizzato attraverso la Lex TitiaM. Pani, E. Todisco, Storia romana dalle origini alla tarda antichità, Carocci, Roma, 2008, p. 187. con lo scopo di ricostituire la Repubblica (rei publicae Constituende); esso consisteva in una magistratura cum imperio che consentiva ai triumviri di mantenere gli eserciti, convocare il Senato, nominare i magistrati ed emanare editti. Così il progetto ciceroniano si rivelò del tutto fallimentare.
Uno dei primi provvedimenti presi dai triumviri fu quello di eliminare tutte quelle personalità ostili nei loro confronti; il nome di Cicerone fu il primo della lista redatta da Antonio. Cicerone così fu assassinato a Formia il 7 dicembre del 43 a.C.
Fu Tito Livio, che nel descrivere la morte di Cicerone, compose il panegirico più equo; ce lo trasmette Seneca:
«Vixit tres et sexaginta annos, ut, si vis afuisset, ne immatura quidem mors videri possit. ingenium et operibus et praemiis operum felix, ipse fortunae diu prosperae; sed in longo tenore felicitatis magnis interim ictus vulneribus, exilio, ruina partium, pro quibus steterat, filiae amatae exitu tam tristi atque acerbo, omnium adversorum nihil, ut viro dignum erat, tulit praeter mortem, quae vere aestimanti minus indigna videri potuit, quod a victore inimico (nihil) crudelius passus erat quam quod eiusdem fortunae compos victo fecisset. si quis tamen virtutibus vitia pensarit, vir magnus ac memorabilis fuit, et in cuius laudes (ex)equendas Cicerone laudatore opus fuerit.»SEN, Suas, 6, 18–22.
«Visse sessantatré anni, tanto che la sua morte non parrebbe nemmeno immatura se non fosse stata violenta. Intelligenza feconda di opere e di successi, ebbe anche la sorte lungamente prospera, ma nella sua lunga e continua fortuna fu colpito talvolta da profonde ferite – l'esilio, la rovina del suo partito, la morte della figlia, la fine così triste e crudele – e nessuna di queste avversità seppe sopportare da uomo, tranne la morte; che del resto, a un giudizio sereno, potrebbe sembrare meno indegna, pensando ch'egli non fu trattato dal suo avversario vittorioso per nulla più crudelmente di quel che avrebbe fatto lui se avesse vinto. Ma chi ne bilancerà i vizi con le virtù lo troverà grande e degno di memoria: un uomo il cui elogio soltanto l'eloquenza di Cicerone potrebbe degnamente celebrare.»P. Fedeli, Storia letteraria di Roma: con brani antologici, Ferraro Editori, Napoli, 2004, p. 193.
Contenuto delle orazioni Filippica I