La mafia messinese giornalisticamente definita anche Camorra peloritana, è un sistema di cosche mafiose che operano nella Provincia di Messina e che intrattengono rapporti con la 'Ndrangheta e con le maggiori famiglie mafiose del resto della Sicilia, in particolare catanesi e palermitane. Messina e il territorio circostante di fatto, pur non essendo particolarmente conosciuti per fenomeni di natura mafiosa, rappresentano il confine tra Cosa nostra siciliana e 'Ndrangheta calabrese. La realtà mafiosa messinese venne messa maggiormente in luce dal "blitz dei 69" del 1981, dal maxiprocesso di Messina celebratosi nel 1986 a seguito del "blitz della notte di San Paolino" o "blitz dei 290" del 1985, e dai processi Peloritana del 1995, per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione e omicidio. Altre attività illecite emerse in seguito sono: riciclaggio di denaro, contrabbando di armi, scambio elettorale politico-mafioso, sfruttamento della prostituzione, scommesse clandestine e furti con conseguenti ricettazioni.
Storia
Le origini del fenomeno Origini della criminalità organizzata nella città di Messina: testimonianze storiche della seconda metà dell'800 Esistono testimonianze che evidenziano come la mafia a Messina e dintorni, contrariamente a quanto si dice, abbia radici abbastanza antiche; secondo Giuseppe Borghetti, prefetto di Messina nel lontano 1875 «La maffia a Messina ebbe ed ha capi supremi e sapienti, in secondo rango i bravi in guanti gialli, in terzo gli accoltellatori e i sicari, in ultima linea i ladri». Alcune di queste testimonianze sono state raccolte attraverso un progetto di ricerca all'interno del libro "La mafia prima della mafia", in cui si fa riferimento ad alcune presunte organizzazioni criminali messinesi attive nella seconda metà dell'800. Si parla ad esempio di sodalizi criminali di truffatori e falsari a New York di origine messinese, e di altre bande attive sul territorio di Messina, tra queste presunte bande si annoverano: la Banda Cucinotta e la Società degli Accoltellatori e degli Sparatori. L'organizzazione criminale più celebre nella Messina ottocentesca è sicuramente quest'ultima. La Società degli Accoltellatori e degli Sparatori era infatti una "cosca" di oltre un centinaio di cospiratori provenienti da ogni ceto sociale, che ricorrendo alle intimidazioni e talvolta all'omicidio, mirava a controllare la città sotto il profilo politico ed imprenditoriale, secondo alcuni venendo alimentata dal pensiero repubblicano mazziniano, molto radicato in città come dimostra l'elezione di Mazzini per ben tre volte al collegio di Messina. Pur potendo essere un'organizzazione dedita al "brigatismo politico", presentava i tipici tratti di una cosca mafiosa, condizionando l'esercizio delle attività commerciali e ricorrendo a intimidazioni. In una lettera del 17 luglio 1868 pubblicata nel giornale "La Riforma" di Firenze, si fa riferimento a tale società, la cui fondazione si fa risalire al 1850, ed il cui scopo originario si rintracciava nel controllo delle dogane. Nel 1871 fu istruito un processo contro tale organizzazione, a causa dell'omicidio di Pasquale Bensaia avvenuto il 25 settembre 1870. Prima di morire Bensaia aveva dichiarato informazioni cruciali che portarono a 30 arresti. Anche "L'Aquila Latina" giornale di Michelangero Bottari (ex capitano garibaldino e e deputato nel 1867), raccontava di tale organizzazione. Proprio per questo motivo il Bottari fu vittima di un agguato dal quale si salvò per miracolo. Il questore Sborni mise agli atti parecchie informazioni in un rapporto del 2 luglio 1868. Furono trovati nelle case di due soggetti sospetti di nome Curaro e Quartarone, delle foto ritraenti gruppi di persone armate di pistole. Nel 1871 venne istituito un processo, eseguito poi a Trapani (per ragioni di ordine pubblico) nel 1873 su 22 imputati (altri 9 si erano dati alla fuga). Nel frattempo un'altra decina di omicidi era avvenuta nell'anno 1872. Il processo si concluse con l'assoluzione degli imputati, a causa delle numerose negazioni dei potenziali testimoni, incluso il direttore della Gazzetta di Messina Stefano Ribera. Lo stesso Bottari si mostrò molto vago e timido nell'accusa... Fatto sta che negli anni a seguire continuarono a Messina ferimenti e omicidi caduti nel mistero. Non è assolutamente rintracciabile un collegamento diretto tra quella associazione e gli attuali clan, anche se vi sono delle similitudini nelle strategie e nelle modalità d'azione, ma specificare la passata esistenza di un'organizzazione di tale pericolosità è utile a comprendere come la città di Messina non sia mai stata immune al fenomeno della criminalità organizzata. Contemporaneamente nel resto della Sicilia agivano altre bande, tra cui gli Stuppagghieri di Monreale, i Fratuzzi di Bagheria, la Fratellanza di Favara.
Lo sviluppo tra XIX e XX secolo La criminalità organizzata di Messina presenta sin dagli albori una struttura meno violentà ma più occulta. La mafia infatti in quasi tutto il meridione nasce come meccanismo di "protezione" e di manipolazione della libera concorrenza per le grandi proprietà agricole nei territori rurali, ma a Messina tale settore non era così cruciale, quanto invece lo era l'imprenditoria mercantile. Tali caratteristiche hanno portato allo sviluppo di un fenomeno mafioso diverso e meno evidente, spesso basato sull'usura e sul controllo delle attività economiche. Inoltre eventi storici che hanno segnato la città, come il catastrofico terremoto del 1908, a cui seguirono nell'immediato la Prima Guerra Mondiale, l'avvento del fascismo e la Seconda Guerra Mondiale, contemporaneamente alla radicale ricostruzione della città terremotata, hanno non solo distratto l'opinione pubblica locale ma anche probabilmente condizionato il fenomeno mafioso. La stessa ricostruzione di Messina, e la successiva speculazione edilizia del dopoguerra, non sono esenti da fenomeni sospetti in materia di collusioni tra enti pubblici e privati. Tuttavia la scarsità di fatti di sangue condusse a sottovalutare la criminalità organizzata messinese fino agli anni 70, facendo guadagnare alla città l'appellativo di "città babba", ovvero innocua e priva di scaltrezza mafiosa. Tale menzogna, riproposta tuttora, e spesso ripetuta erroneamente dagli stessi cittadini, è ormai stata ampiamente smentita dalla cronaca giudiziaria. È importante evidenziare come già dagli anni '60 si rintracciasse una collusione di vari centri di potere con massoneria deviata e gruppi dell’estrema destra (soprattutto giovanili e universitari) come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. In particolare si ricordano nel 1969 i due ordigni esplosivi collocati negli ingressi di Tribunale e Duomo, la bomba lanciata da un'auto all'ingresso della Gazzetta del Sud, una presunta riunione a Roma nel 1970 tra rappresentanti neofascisti di Torino, Pavia, Bari, Napoli e Messina, e numerosi altri scontri ed agguati da parte di organizzazioni neofasciste, fino a metà anni 70. Si scopriranno in seguito legami tra organizzazioni neofasciste e criminalità organizzata, proprio tra la provincia di Messina e la Calabria meridionale.
Gli anni 70 Le prime accuse rilevanti e le successive rivelazioni dei pentiti Nei primi anni '70, a Messina avvennero fatti parecchio sconcertanti, tra cui l'attentato dinamitardo al Motel Faro dell’allora assessore Valore e l'attentato dinamitardo al circolo "Ariston" per il quale furono accusati Lorenzino Ingemi e Francesco Molonia. In merito a questo, secondo le deposizioni di Nicola Mazza (capo di una banda di rapinatori ed estortori) del 1975, sarebbe stato Lorenzino Ingemi a vantarsi di essere il responsabile di tale attentato. Erano infatti state documentate delle divergenze tra due presunti gruppiː quello facente capo ad Ingemi, e quello con a capo Benito Taglieri "protettore" del circolo "Ariston". Gli episodi allarmanti non si limitavano alla sola Messina, ma arrivavano anche in provincia, come avvenuto ai danni dell'imprenditore palermitano Nicola Ancione, la cui macchina fu fatta esplodere mentre si stava occupando dei lavori nel tratto dell'autostrada A20 tra Messina e Patti. Come presunto responsabile fu indagato anche stavolta Lorenzino Ingemi, in concorso con Domenico Barrese, un "anziano" uomo legato al quartiere Giostra, già condannato per un tentato omicidio avvenuto nel 1960. Tuttavia Ingemi fu sempre assolto dalle accuse più gravi. Il suo potere andò ad affievolirsi dopo il 1980, anno in cui subì un agguato armato, dal quale uscì illeso. Nel maxiprocesso di Messina del 1986, il pentito Giuseppe Insolito parlò di un gruppo di modeste dimensioni facente capo ad Ingemi. Tale organizzazione, secondo le dichiarazioni del pentito, intratteneva rapporti con un boss della 'Ndrangheta di nome Zito, con elementi autorevoli di Palermo e Trapani e con i fratelli Di Mauro di Catania (alleati prima di Alfio Ferlito, e successivamente passarono allo schieramento di Nitto Santapaola)Gli articoli di giornale da cui sono tratte le informazioni sono citati nella pubblicazione citata del giornalista Antonio Mazzeo. Di cui è presente il link. Del clan Ingemi parla anche un rapporto su una commissione parlamentare del 1985. Anche il superpentito della 'Ndrangheta Giuseppe Scriva si espresse sulla criminalità organizzata messinese, dichiarando che “nel 1970-72 esisteva a Messina, una organizzazione delinquenziale che agiva quale promanazione della ‘ndrangheta e di cui l’esponente più in vista era Ingemi Lorenzino; di tale organizzazione la ‘ndrangheta otteneva aiuto in favore dei propri latitanti, segnalazione di notizie utili e manodopera per alcuni fatti criminosi, dando ad essa in cambio, prestigio, armi e denaro”. In un'udienza del "Processo "Orsa Maggiore I" il pentito Gaetano Costa ha parlato dell'esistenza nel '72 di una locale della 'Ndrangheta a Messina, gestita non da calabresi ma da messinesi, e capeggiata a suo dire da Alessandro De Tullio, una figura tanto nota nella Messina degli anni 70 quanto occulta ad oggi, in quanto le informazioni disponibili attualmente sul suo conto sono scarse. In sostanza dei reali schieramenti e gerarchie criminali messinesi prima dei tardi anni 70 si sa poco e nulla.
Fine anni 70 e anni 80 L'inizio della guerra tra clan nel 1978