Giovinezza

La biografia di Santa Chiara, scritta da Tommaso da Celano subito dopo il processo di canonizzazione, descrive la piccola Chiara riservata, dedita alle preghiere e alle rinunce. L’agiografo è a conoscenza del fatto che questa opera sarà letta soprattutto dalle monache, che prenderanno ispirazione dal modus vivendi della santa, per questo non può fare a meno di darci una visione di parte della vita definendola dedita alle preghiere fin da bambina, come sostiene la storica Chiara Frugoni.

Altre fonti che ci parlano dell’infanzia di Chiara sono monache e laici di Assisi che avevano conosciuto la santa e che parlano di lei durante il processo di canonizzazione.

Secondo Tommaso da Celano, Chiara nasce dal conte Favarone di Offreduccio degli Scifi e da Ortolana Fiumi, entrambi appartenenti ai “boni homines” (classe nobile) di Assisi. La madre insegnò alla figlia i principi religiosi a cui lei stessa credeva, soprattutto orazioni a Dio ed elemosine per i poveri, e rendendola sensibile alla sofferenza altrui. La figlia imitò presto la madre nella carità, preparando pranzi per i poveri che non serviva in prima persona per timidezza, come ricorda Bona di Guelfuccio. Giovanni di Vettuta, parente di Chiara, si stupisce delle condizioni di vita della piccola che, nonostante vivesse in una delle famiglie più ricche di Assisi, non solo era estremamente caritatevole con i poveri, ma non apprezzava neppure il buon cibo e vestiva poveramente, preferendo indossare la stamigna, tessuto di lana sottile e resistente, anziché gli abiti adatti al suo rango.

Chiara, perciò, divenne presto donna autonoma e coraggiosa e partecipò a numerosi pellegrinaggi, come testimonia Pacifica, compagna di viaggio ed amica di famiglia (diventata poi suora a San Damiano): in realtà, però, si capisce che Chiara preferiva ai pellegrinaggi una vita contemplativa, amando sopra ogni cosa parlare di Dio nei confini della propria dimora.

Della giovinezza di Chiara sappiamo poco altro, in quanto l’unica fonte di notizie sono le scarse testimonianze date al processo di canonizzazione da famigliari e conoscenti.

Torniamo a sapere qualcosa tramite sua sorella Beatrice; è da lei che veniamo a conoscenza dei primi rapporti intercorsi fra Francesco e Chiara. Rufino, frate che aveva seguito Francesco nella conversione, era il cugino di Chiara e probabilmente fu lui a parlargli delle opere pie compiute dalla cugina. Così Francesco le parlò della sua visione di vita ispirata al vangelo. Per Francesco, homo populi, riuscire a portare al suo ideale di povertà una figlia della nobiltà assisiate, destinata a nozze importanti, sarebbe stato un modo clamoroso di dimostrare la validità della sua parola e la possibilità di pacificazione fra cittadini maiores e minores (secondo la studiosa Chiara Frugoni).

Vita monastica

Domenica delle palme Nella biografia ufficiale viene narrato un racconto simbolico del momento in cui Chiara rinuncia alla sua vita terrena per intraprendere la vita monastica. La ragazza chiede a Francesco consiglio per prendere i voti dato che era consapevole di non poter contare sull’autorizzazione della famiglia. Francesco le suggerisce di recarsi in chiesa la Domenica delle Palme vestita nel modo migliore, poi, il giorno successivo, fuggire dalla città e convertirsi. Chiara fa quanto le viene detto: la domenica si reca alla funzione ma, sopraffatta da altre persone, resta indietro. Il vescovo, vedendola schiva, scende i gradini e le si avvicina porgendole una palma. Il giorno dopo fugge come da accordi.

Il racconto della Domenica delle Palme è presente solo nella leggenda di Chiara, e né la sorella né le nipoti menzionano l’accaduto al processo di canonizzazione. Il possibile motivo della presenza di questo racconto va cercato nel contrasto fra l’apparizione di Chiara riccamente vestita la Domenica delle Palme e quella di Chiara nella radicale spoliazione alla Porziuncola, allusione alle rinunce della nuova vita.

Porziuncola La leggenda continua con Chiara che, lasciata casa, arriva a Santa Maria della Porziuncola, dove la attendono i frati francescani con le fiaccole accese. Chiara, sposa di Cristo, evoca la parabola delle vergini prudenti che escono incontro allo sposo che giunge a mezzanotte. Questa parabola viene citata più volte durante la cerimonia di monacazione. L’agiografo lesse dunque la cerimonia penitenziale alla Porziuncola come il luogo che vede nascere sia l’ordine di Francesco sia quello di Chiara.

Dibattito sul taglio dei capelli Compiuto il rito, i frati le tagliano capelli rendendola una penitente. Sul taglio dei capelli ci sono opinioni contrastanti. Secondo Chiara Frugoni, il taglio dei capelli sarebbe stato eseguito da tutti i frati “manu fratrum crines deponens” ("...per mano dei frati", la frase indica in realtà solo che i frati deponevano le ciocche dei capelli), un tentativo bello, sicuramente della Chiesa, secondo la suddetta autrice, di allontanare la figura di Chiara da quella di Francesco. Ipotesi parziale, quella della Frugoni, visto che più avanti l'agiografo parlerà del taglio di Agnese e veniamo a conoscenza del fatto che anche il taglio di Chiara fosse ad opera di Francesco. Le stesse sorelle affermarono concordemente che il taglio dei capelli fosse stato fatto dal Santo.

Gli studiosi hanno discusso a lungo se Francesco avesse l’autorità di tagliare i capelli a Chiara. Hanno capito che infatti egli non poteva. In realtà, come già scritto, il gesto del taglio dei capelli fa di Chiara una penitente e non una monaca. I penitenti avevano la garanzia della difesa della Chiesa contro l’opposizione dei famigliari. Opposizione che non tardò ad arrivare. Il biografo fa velocemente giungere Chiara a San Damiano. Da questo punto il santo esce di scena, la biografia si concentra principalmente su Chiara dedita alla vita di clausura, ritornando molto più avanti all’atto del taglio dei capelli di Agnese.

San Paolo delle Abbadesse In realtà, dalle testimonianze date al processo di canonizzazione, sappiamo che dopo il taglio dei capelli Chiara andrà a San Paolo delle Abbadesse, nel territorio di Bastia Umbra, dalle monache benedettine di clausura. Qui non vi era intenzione di restarvi, ma solo di rimanervi finché Francesco non avesse trovato una sistemazione definitiva.

Tentato rapimento di Chiara Dopo pochi giorni dal suo trasferimento, i familiari di Chiara la vennero a cercare. Chiara non soltanto aveva rinunciato ad aiutare la sua famiglia con un matrimonio programmato, ma, essendosi convertita senza una dote, aveva tradito la propria origine aristocratica. Senza dote Chiara non sarebbe mai potuta diventare una monaca da coro, istruita e dedita ad occuparsi di letteratura negli uffici liturgici. Il suo unico ruolo sarebbe stato quello di serviziale: monaca ‘serva’ addetta agli umili lavori manuali. Questa era un’onta agli occhi dei suoi famigliari.

Qui l’agiografo racconta il tentativo dei parenti di portare via con la forza Chiara, episodio confermato da Beatrice, sorella carnale di Chiara. I famigliari arrivarono a San Paolo per prenderla e riportarla a casa. Ricorsero alla violenza “impetuosa”, a lusinghe, promesse e a “trame avvelenate” pur di dissuaderla dalla vita che stava cercando di intraprendere, ma lei non desistette. Aggrappatasi al tavolo fece resistenza ai suoi parenti che tentarono di trascinarla via; a questo punto lei si scoprì il capo mostrando il suo stato di penitente. Così i suoi parenti presero atto che, giunta a quel punto ormai era al di fuori della giurisdizione familiare.

Sant'Angelo di Panzo Chiara si trasferì a S. Angelo di Panzo con Agnese. Tentato rapimento di Agnese Agnese aveva raggiunto sua sorella sedici giorni dopo la conversione di Chiara. Avendo saputo la notizia, ci narra il biografo, i famigliari tentarono un nuovo rapimento con maggior determinazione. Agnese, a differenza della sorella, non aveva ancora tagliato i capelli e questo non la rendeva penitente, inoltre Agnese non si trovava a San Paolo, dove poteva vantare la giurisdizione della chiesa. Così un giorno i famigliari arrivarono e tentarono di prenderla con la forza. In dodici andarono a S. Angelo e la trascinarono con sé lungo la china del monte. Agnese chiamò la sorella che, sentendo le sue grida, si prostrò in preghiera. A questo punto, secondo la tradizione, il corpo di Agnese si fece pesantissimo e nessuno riuscì più a smuoverla. Uno zio paterno, Monaldo, preso dalla rabbia tentò di sferrare un pugno alla nipote, ma fu bloccato da un dolore che gli paralizzò il braccio finché la stessa Chiara raggiunse la sorella e convinse i parenti a desistere. Questo sarebbe dunque il primo miracolo compiuto da Chiara.

Il biografo aggiunse un dettaglio importante. “Anche ad Agnese” il solo Francesco recise i capelli. Accennò anche al fatto che la presenza di Francesco a S. Angelo era assidua in un intenso scambio spirituale fra Francesco e le sue sorelle.

Progetto di Francesco per le donne Quest'ultimo dettaglio suggerisce che intorno al 1211-1212 Francesco stava portando avanti un progetto che riguardava le donne. Francesco a quell’epoca poteva contare soltanto sull’approvazione concessa oralmente da Innocenzo III nel 1209-1210 presentata solo per il ramo maschile. Ad ogni modo la presenza di Francesco a Sant’Angelo, la lettera di Giacomo da Vitry (vescovo di Acri in Palestina), la lettera scritta da Francesco stesso “ad fideles”, narrano di un progetto vasto per estendere il suo carisma - a "maggior gloria di Dio e in obbedienza alla Chiesa", contrariamente a quanto avveniva per alcuni movimenti cosiddetti eretici del tempo - a uomini e donne. Da qui il progetto di una clausura aperta.

San Damiano

Mentre Chiara ed Agnese passavano da un monastero all’altro, Francesco e i suoi confratelli mettevano a posto un piccolo alloggio vicino alla chiesa di San Damiano. Questo è suffragato da ritrovamenti archeologici. A validare la tesi che fosse già presente una struttura ci giungono: la leggenda dei tre compagni, e la lettera di Giacomo da Vitry .

La Chiesa in quel periodo riteneva che la spiritualità femminile si dovesse esprimere esclusivamente con la clausura, staccandosi completamente dal mondo. E perché le donne potessero dedicarsi esclusivamente alla preghiera e alla penitenza, avevano necessità di una rendita derivante da proprietà, ed era quindi impossibile che la chiesa concepisse un monastero femminile interamente dedito alla povertà. Chiara Frugoni ritiene che, almeno nei primi tempi, il lavoro di Chiara e delle sue compagne, comprendesse anche l’aiuto delle persone raccolte intorno a San Damiano.

Nei primi anni di San Damiano, Chiara si sentiva parte della comunità Francescana. Nel 1215 il IV Concilio di Laterano vietava l’istituzione di nuove regole. Di fronte a questo Chiara fu costretta ad accettare una regola già esistente, la regola Benedettina. Questo comportava il piegarsi accettando l’ufficio di badessa del monastero. Questo ruolo significava essere alla guida di una comunità di monache e di abbracciare la clausura. L’adesione alla regola benedettina le imponeva di accettare le rendite feudatarie e quindi di venir meno al principio di povertà assoluta tanto caro alla regola Francescana. Chiara fino ad allora aveva potuto applicare la regola benedettina ‘mitigata’, grazie alla presenza di Francesco, il cui supporto però venne a mancare quando lui si imbarcò per il viaggio in Marocco intorno al 1214-1215. Con Francesco lontano, Chiara capì che il precetto della povertà non era più al sicuro, e che doveva fare qualcosa per continuare a mantenerlo di fronte alle costrizioni della santa sede. Chiara ottenne nel 1216 da Innocenzo III il permesso di non essere mai costretta a ricevere possedimenti e lasciti per il sostegno delle suore.