Biografia Gioventù Paolo, figlio di Fabrizio (1763 - 1832), principe di Castelcicala, e di donna Maria Giustina Pinto, dei principi di Ischitella, nacque a Richmond, nei dintorni di Londra, dove il padre era ambasciatore per il Regno di Napoli; discendete da famiglie nobili sia per via paterna che materna, apparteneva ad un'influente famiglia patrizia delle future Due Sicilie, i Ruffo, a cui appartenevano i cardinali Luigi Ruffo Scilla e Fabrizio Ruffo, famoso per aver fondato e comandato l'esercito della Santa Fede, principale arma anti-giacobina che segnò la fine della Repubblica napoletana del 1799, da cui discenderanno Fulco Ruffo di Calabria, asso della Regia Aeronautica durante la Prima guerra mondiale, padre della regina Paola dei Belgi. Paolo studiò al collegio militare di Eton, da cui uscì col grado di tenente nel 6° reggimento dei dragoni; con questo grado partecipò alla battaglia di Waterloo nel 1815, dove in pieno combattimento fu due volte impiegato come portaordini dal duca di Wellington, che da quel momento lo ebbe in grande stima, anche a causa della grave ferita riportata alla testa il 3 maggio, per la quale ottenne un anno di aspettativa. In seguito tornò in servizio, in qualità di avvocato nella corte marziale di Birr.
Attività diplomatica
Lasciato l’esercito inglese il 24 ottobre 1821, Paolo rientrò a Napoli, dove alcuni mesi erano stati sedati i moti che avevano portato ad un breve periodo costituzionale, iniziato con la rivoluzione del luglio 1820. Il 30 maggio 1824 fu nominato colonnello dell’esercito napoletano e a luglio gentiluomo di camera di re Ferdinando I delle Due Sicilie. Negli anni successivi, l’impegno di Ruffo si esplicò in campo diplomatico: il suo primo incarico, dal 1825 al 1830, fu di inviato straordinario a Berna, per il reclutamento dei quattro reggimenti svizzeri, che sostituirono l’esercito austriaco di stanza nel regno partenopeo dal 1821. Durante la sua permanenza a Berna, conobbe Thaddée de Zeltner, figlia dell’ambasciatore svizzero a Parigi, che sposò il 25 marzo 1835 a Solothurn; dal matrimonio nacquero due figli: Fabrizio (destinato a breve vita, morto nel 1838) e Giustina (1839-1906). Paolo Ruffo fu prima ambasciatore a Vienna (ottobre 1831) e poi a San Pietroburgo (giugno 1832), ma presto rientrò a Napoli, come generale di brigata e aiutante di campo del re Ferdinando II delle Due Sicilie.
Nel 1836 fu uno dei partecipanti all'annuale "banchetto di Waterloo" che Wellington teneva con tutti gli ufficiali che avevano partecipato alla battaglia, come risulta dal famoso quadro di William Salter che del principe fece anche un ritratto ora alla National Portrait Gallery.
Nel 1838 scoppiò la crisi diplomatica con la Gran Bretagna per la questione degli zolfi siciliani, poiché il governo napoletano ne aveva concesso lo sfruttamento a una compagnia francese rinnegando gli accordi contratti nel 1816 con i mercanti inglesi. Per ricucire le relazioni con la potenza britannica, che aveva inviato la flotta nel Tirreno, alla fine di marzo 1840 Ruffo fu inviato a Londra allo scopo di scongiurare un’azione militare inglese. Superata la crisi, il 27 ottobre 1841 fu nominato ministro plenipotenziario del Regno delle Due Sicilie a Londra, ma la carica non fu di suo gradimento, perché non voleva perdere «l’avanzamento ordinario nella carriera militare» che, affermò in una lettera a Ferdinando II, «preferisco alla diplomazia»; inoltre non esitava a definire l’Inghilterra, dov’era nato e vissuto per più di trent’anni, «paese noioso e costosissimo per la vita». Da quel momento ebbe incarichi molto importanti, in campo diplomatico e politico, che lo videro al centro di alcuni dei momenti di svolta della storia del regno meridionale. In Inghilterra Paolo Ruffo fu ambasciatore per un decennio; inizialmente si occupò soprattutto dei problemi derivanti dal soggiorno a Londra del principe Carlo di Borbone, fratello del re Ferdinando II, in volontario esilio per aver sposato senza autorizzazione del sovrano una nobildonna inglese non di sangue reale.
Per diversi anni, Paolo si impegnò a valutare l’adattamento delle macchine a vapore nelle navi a vela costruite nei cantieri britannici; a partire dal 1843 comprò pertanto due corvette e cinque fregate, di cui l’ultima, acquistata nel 1849 dal governo rivoluzionario siciliano, fu posta sotto sequestro a Liverpool su istanza di Ruffo per due anni, per poi essere consegnata al governo napoletano. Frattanto svolse un ruolo importante nella stipula del trattato di commercio con l’Inghilterra del 1845, soprattutto per l’efficace «azione persuasiva» verso il diffidente governo di Napoli. Tra il 1848 ed il 1849 ottenne dal ministro degli Esteri inglese Henry John Temple, visconte di Palmerston, che la Gran Bretagna non intervenisse in difesa dei rivoluzionari siciliani.
Nell’aprile del 1851, William Ewart Gladstone, tornato da poco da un lungo soggiorno a Napoli, inviò al primo ministro lord George Hamilton Gordon, conte di Aberdeen, una lettera in cui condannava la forte repressione in atto nel Regno delle Due Sicilie e le terribili condizioni di vita dei prigionieri politici, arrivando a definire l’assolutismo borbonico «la negazione di Dio eretta a sistema di governo». Prima di consentirne la pubblicazione, Aberdeen comunicò l’accaduto a Ruffo, palesando la possibilità di impedirne la stampa se Ferdinando II si fosse impegnato a mitigare la condizione carceraria dei patrioti. Ruffo, che era stato informato anche dallo stesso Gladstone, ne scrisse a Napoli, ma non ebbe risposta dal ministro degli Esteri Giustino Fortunato e dal segretario particolare del sovrano, Leopoldo Corsi. La lettera venne pubblicata l’11 luglio, seguita da una seconda più circostanziata pochi giorni dopo. Entrambe furono diffuse, tramite gli ambasciatori inglesi, tra le corti europee.
Sicilia
Paolo, rimasto senza incarichi per circa tre anni, con l’eccezione di una breve missione a Vienna nel marzo del 1853 per portare le felicitazioni del re delle Due Sicilie all’imperatore Francesco Giuseppe d'Austria, scampato ad un attentato, nel 1855 fu scelto per sostituire come luogotenente generale in Sicilia il dimissionario Carlo Filangieri. La nomina avvenne il 13 marzo, ma Ruffo non partì subito a causa della malattia della moglie, morta il 6 aprile successivo, quindi si recò a Palermo solo a fine maggio. Ruffo venne considerato dai contemporanei inadatto a un compito così gravoso: «apatico e poco intelligente» lo giudicò Alexander von Hübner, inviato austriaco a Napoli, mentre per altri osservatori era «stupidissimo, [...] inetto [...] anche a comprendere quanto gli si esponeva», oppure «imbecille [...] inetto a governare, essendo stato circuito dallo scaltro Maniscalco direttore di polizia, abbandonò a lui ogni potere». Raffaele De Cesare lo definì «privo di attitudine negli affari di amministrazione civile». Il sentimento di ostilità e sfiducia verso le sue capacità non dovette sfuggire a Ruffo stesso che, fin da subito, in più occasioni sentì l’esigenza di lamentarsene con re Ferdinando II, non perdendo occasione di sottolineare le sue divergenze con le vedute del ministro per la Sicilia Giovanni Cassisi e con i direttori dei vari dicasteri siciliani, a eccezione di Salvatore Maniscalco, direttore della Polizia.
A tale proposito nell’agosto del 1855 scriveva al sovrano: Maniscalco «è il solo che fa il suo dovere [...] e ciò dispiace sommamente al Ministro [Cassisi], che nutre odio contro di lui, e che avrebbe amato, che egli avesse usato con me quella stessa indifferenza, che con me serbano gli altri Direttori ed anche gli intendenti delle Provincie ai quali ho dovuti far minacce per chiamarli al dovere». Infatti, ogni affare in Sicilia «procede[va] da sé» senza tenere conto di Ruffo, che aggiungeva: «Io non sono ambizioso, Vostra Maestà lo conosce, ma essendo il rappresentante Suo, voglio esserlo con quella dignità che richiede l’alto posto che occupo, e non posso permettere, che mi si faccia fare la figura d’imbecille». Nel corso della sua luogotenenza svariati furono i problemi di carattere civile di cui Ruffo si occupò cercando appoggio al centro, in diretto contatto con il monarca. Un problema molto sentito fu la diffusa povertà, per cui propose varie soluzioni, senza successo. Nell’agosto del 1856, alla speculazione dei fornai di Palermo che alzavano il prezzo del pane con vari espedienti, rispose facendo scendere in piazza la polizia e requisendo il pane per darlo ai poveri. La condizione dello spirito pubblico fu una costante preoccupazione per Ruffo, consapevole del municipalismo e autonomismo che caratterizzava ampi strati della popolazione dell’isola.
Fin dall’inizio del suo incarico si confrontò con alcune turbolenze che cercò di sminuire agli occhi del sovrano con rassicurazioni e soluzioni rapide; nel contempo moderò alcuni provvedimenti fortemente repressivi, come le pene per i detentori di armi (arresti in luogo della pena capitale). Nel biennio iniziale della luogotenenza fronteggiò prima i disordini di Messina e Catania (ottobre 1855) e un anno dopo il tentativo insurrezionale di stampo mazziniano di Francesco Bentivegna. Ai primi rispose con l’invio di una colonna mobile per percorrere le due province; al secondo con l’invio del VII battaglione Cacciatori e di un plotone di cavalleria, che gli consentì di riprendere nel giro di poco meno di un mese il controllo della situazione e di ricevere gli elogi del re per la fermezza mostrata. Negli anni successivi, il timore delle ripercussioni sul Regno dei nuovi equilibri politici che si andavano delineando in Europa dopo gli accordi di Plombières, firmati il 21 luglio 1858, lo avvicinarono ancora di più alle posizioni del sovrano, rafforzandolo nella sua opposizione a ogni forma di liberalismo. Per impedire la diffusione delle idee mazziniane tra i carcerati, ottenne il trasferimento di quindici reduci della spedizione di Sapri nel carcere di Favignana; tenne alta l’attenzione sui segnali delle possibili ingerenze straniere sullo spirito pubblico dell’isola, intensificando le segnalazioni sui consoli degli altri Paesi, sui comportamenti degli equipaggi delle navi straniere nei porti, sulle manifestazioni di dissenso della popolazione, sullo stato dell’esercito e sulla fermezza del corpo ufficiali; acuì la sorveglianza per contrastare l’eventuale ritorno di esuli.
Dal giugno del 1859, con la morte di Ferdinando II, la successiva ascesa al trono di Francesco II e il mutato scenario politico italiano, portato dalle vittorie franco-piemontesi nella seconda guerra d’indipendenza, aprirono una fase di crescenti preoccupazioni, che spinsero Ruffo a chiedere la sua sostituzione con un principe di stirpe reale, per lusingare una popolazione che da sempre ambiva alla presenza di una corte e togliere così l’appoggio agli agitatori. L’obiettivo di preservare l’immagine della monarchia e il consenso verso di essa fu a guida della sua azione anche di fronte all’intensificarsi delle manifestazioni di dissenso, in aperto contrasto con l’azione repressiva di Maniscalco. «La gravità dei tempi», scriveva al re nell’ottobre del 1859, «ingiunge la più stretta vigilanza [ma] meglio prevenire, scoprendo le mene dei tristi, che far loro paura con apparato di forza». Il dissenso nei confronti di Maniscalco procurò a Ruffo l’accusa di averlo delegittimato e di essere stato dunque la causa indiretta dell’attentato subito dal direttore della Polizia il 27 novembre 1859. Egli respinse con fermezza queste accuse, assicurando di aver sempre fornito tutto l’appoggio necessario a Maniscalco, anche se lo faceva «perché il bene del servizio del Re lo richiedeva, e non per simpatia», fino al punto da sentirsi dire che si «facea guidar per naso da lui troppo ciecamente». La divergenza era insanabile: «sarà mai contento di me?» scriveva al re di Maniscalco «Nol potrà esser mai: egli è uomo di partiti, io non ò partiti: egli crede che il governo ordina, io credo che il Re governa».