Reso (in greco antico Ῥῆσος Rhḕsos) è un personaggio della mitologia greca, signore di Tracia. Nella letteratura occidentale ha inizio con lui la serie dei giovani guerrieri destinati a venire uccisi nel sonno. Il mito che lo riguarda si conclude con la sua singolarissima risurrezione.
Etimologia Il nome "Reso" (un antroponimo tracio) probabilmente deriva dalla radice Indoeuropea *reg-, "governare" mutata secondo le caratteristiche tipiche di una lingua Satem. In Bitinia c'era anche un fiume chiamato Reso, al quale la mitologia greca attribuisce una divinità protettrice che porta lo stesso nome. Il re trace fu parimenti associato alla Bitinia grazie alla sua storia d'amore con la cacciatrice bitina Argantone, da lui sposata poco prima della partenza per la guerra di Troia, come riportato dagli Erotika Pathemata (Pene d'amore) di Partenio di Nicea.
Il mito Le origini Reso era un giovane re della Tracia che, secondo lIliade, nel corso della guerra di Troia si alleò con i troiani di Priamo. Omero afferma che suo padre era EioneoOmero, Iliade, libro X, verso 435., un personaggio altrimenti sconosciuto, sebbene il suo nome sia evidentemente connesso con la città di Eione che si trova nella Tracia occidentale, alla foce dello Strimone. Scrittori di epoche successive attribuirono a Reso come padre il re trace Strimone, che era originario della città trace di Eione, il che può fare pensare che, in Omero, Eioneo non sia nome proprio di persona ma voglia dire in realtà "l'uomo di Eione", ovvero appunto Strimone. Sempre nelle fonti postomeriche venne data a Reso anche un'origine semidivina, in quanto ritenuto figlio, come già Orfeo, di una delle nove Muse (le fonti oscillano tra Clio, Euterpe e Tersicore), che l'avrebbe fatto allevare da alcune Naiadi; in una variante invece l'eroe è figlio di una donna mortale e di Strimone dopo la trasformazione di costui in dio-fiume.
La morte
Reso salì ancora adolescente sul trono di Tracia, succedendo al padre che aveva abdicato in suo favore. Era da poco diventato re quando giunse la notizia della guerra scoppiata tra greci e troiani, e allora inviò in aiuto del re Priamo un grande contingente di uomini guidati da due nobili in età matura, Acamante (zio di Cizico, il defunto sovrano dei Dolioni) e Piroo: se egli non poté subito intervenire direttamente in prima persona fu perché nel contempo si trovò a dover difendere il suo regno da un attacco degli abitanti della Scizia. Passarono così dieci anni, e finalmente Reso arrivò a Troia con un cocchio decorato in oro e argento, trainato da due cavalli bianchi che gli erano stati donati da Ares, dotati di una grandissima velocità. Gli Achei, preoccupati di questo, inviarono Ulisse e Diomede per rubarglieli. I due eroi, penetrati nell'accampamento con il favore del buio, si introdussero nella tenda di Reso: Diomede con la spada colpì alla gola il re e dodici suoi uomini mentre dormivano, per poi allontanarsi con i preziosi animali trafugati nel frattempo da Odisseo. Ironia della sorte, il giovane condottiero stava sognando di essere ucciso da Diomede, il che aveva contribuito ad agitare ulteriormente il suo sonno, essendo egli già di per sé forte russatore. Alla strage sopravvisse Ippocoonte, cugino e coetaneo di Reso, nonché suo consigliere. Questi fatti sono raccontati nel libro X dell'''Iliade.
«... Intantopiomba su Reso il fier Tidìde, e privalui tredicesmo della dolce vita.Sospirante lo colse ed affannosoperché per opra di Minerva apparsoappunto in quella gli pendea sul capo,tremenda visïon, d'Enide il figlio.Scioglie Ulisse i destrieri, e colle briglieaccoppiati, di mezzo a quella tormavia li mena, e coll'arco li percuote(ché tor dal cocchio non pensò la sferza),e d'un fischio fa cenno a Dïomede.Ma questi in mente discorrea più arditifatti, e dubbiava se dar mano al cocchiod'armi ingombro si debba, e pel timonetrarlo; o se imposto alle gagliarde spallevia sel porti di peso; o se proseguad'altri più Traci a consumar le vite.In questo dubbio gli si fece appressoMinerva, e disse: Al partir pensa, o figliodell'invitto Tidèo, riedi alle navi,se tornarvi non vuoi cacciato in fuga,e che svegli i Troiani un Dio nemico.Udì l'eroe la Diva, e ratto ascesesu l'uno de' corsier, su l'altro Ulisseche via coll'arco li tempesta, e quellialle navi volavano veloci.Il signor del sonante arco d'argentostavasi Apollo alla vedetta, e vistaseguir Minerva del Tidìde i passi,adirato alla Dea, mischiossi in mezzoalle turbe troiane, e Ipocoontesvegliò, de' Traci consigliero, e prodeconsobrino di Reso. Ed ei balzandodal sonno, e de' cavalli abbandonatoil quartiero mirando, e palpitantinella morte i compagni, e lordo tuttodi sangue il loco, urlò di doglia, e fortechiamò per nome il suo diletto amico;e un trambusto levossi e un alto gridodegli accorrenti Troi, che l'arduo fattodei due fuggenti contemplâr stupiti.»
(Omero, Iliade X, traduzione di Vincenzo Monti)
Nella tragedia Reso, la cui attribuzione ad Euripide è tuttora incerta e contestata, si dice che il giovane signore dei Traci fu ucciso la notte stessa del suo arrivo a Troia senza che egli avesse avuto il tempo di dissetare i cavalli con l'acqua dello Scamandro, nel qual caso la città sarebbe divenuta inespugnabile: esausto per le fatiche del viaggio, si era posto a dormire nel suo letto. In quest'opera viene inoltre celebrata la straordinaria bellezza dell'eroe, definito "simile a un nume" mentre incede sul suo splendido carro da combattimento.
Manca, nell'opera teatrale, la figura di Ippocoonte: la descrizione dell'uccisione di Reso viene fatta dal suo auriga In questo testo è proprio il cocchiere, e non Reso, a ricevere un sogno profetico., che nella strage è rimasto ferito:
« E, alzando il capo, un rantoloudii di moribondi; e un caldo rivolodi giovin sangue mi colpì, sprizzantedal signor mio, miseramente ucciso.»
(Pseudo-Euripide, Reso, traduzione di Ettore Romagnoli)
La risurrezione Stando al finale della tragedia pseudoeuripidea, la Musa madre di Reso (non se ne fa mai il nome) prese con sé il cadavere dell'eroe, e pur straziata per la sua morte prematura ne profetizzò l'imminente risurrezione ad opera degli dei inferi, che dopo aver riunito corpo e anima gli avrebbero anche dato l'immortalità facendolo però per sempre restare nelle viscere della terra, lontano dunque dagli uomini viventi ma anche dal regno dei morti, in un luogo misterioso e inaccessibile a tutti, divinità comprese, con un'oscurità inferiore a quella dell'Ade ma non luminoso come i Campi Elisi. Egli dunque diventerà un demone sotterraneo, e come tale verrà venerato dai Traci.
«Ma d'ora innanzi,per me sarà come se morto ei sia,né luce vegga più. Perché trovarsidove io mi trovi, e della madre il voltovedere, ei non potrà. Dell'argentíferaterra nascosto negli oscuri anfratti,uomo e Nume sarà, vivo e sepolto» (Pseudo-Euripide, Reso, traduzione di Ettore Romagnoli)
Fortuna dell'episodio Letteratura latina e moderna Il tragico assassinio di Reso è ben noto a Virgilio, che nel libro I dellEneide pone una sua raffigurazione in un tempio di Cartagine: Enea, che l'ha riconosciuto, non riesce a trattenersi dal pianto. Virgilio non si rifà solo a Omero ma anche all'opera teatrale, in quanto accenna alla fatale dimenticanza dell'eroe.
«Né senza lagrimar Reso conobbeai destrier bianchi, ai bianchi padiglioni,fatti di sangue in mille parti rossi:che sotto v'era Dïomede, anch'egliinsanguinato; e si facea d'intornoalta strage di gente che nel sonno,prima che da lui morta, era sepolta.Vedea quindi i cavalli al campo addotti,che non potêr (fato a' Troiani avverso!)di Troia erba gustare, o ber del Xanto.» (Virgilio, Eneide, libro I, traduzione di Annibal Caro)
Ma soprattutto il poeta latino narra, nel libro IX del poema, un episodio quasi del tutto analogo, in cui i due grandi amici troiani Eurialo e Niso seminano un'ingente strage nelle tende dei guerrieri italici addormentati. Due di questi in particolare richiamano il re trace: il condottiero Remo, che ha un cocchio da guerra trainato da cavalli, e l'augure Ramnete ("Amnete" nella traduzione di Adriano Bacchielli), sovrano come Reso, oltre a essere caratterizzato dal russare affannoso (ed è da osservare che mentre Ramnete non sa prevedere la fine violenta pur essendo augure, nellIliade Reso, che non ha poteri divinatori, viene colpito nel momento in cui vede in sogno la scena della propria uccisione). Costituisce invece un'innovazione, rispetto al modello omerico, la morte, mediante decapitazione, di alcune vittime, Remo, Lamiro e Lamo, e il bellissimo Serrano: spettacolare quella di Remo, col sangue che intride tutto il letto su cui è coricato l'eroe.
«nel sonno e nel sopor del vino immersi,vedono ovunque Rutuli fra l'ombre,carri funesti col timone al cielo,uomini ed armi fra le briglie, ed elmied anfore di vino a terra prone.E l'Irtacide allora: « Questo, Eurialo,è il momento di osare!» » [...] « Così dice, e si tace; e d'improvvisoassale con la spada il tronfio Amneteche su cumulo folto di tappetiroco soffiava dai polmoni il sonno: ed augure egli era, e a Turno caro, ed egli stesso re; ma l'arte sua non lo salvò da morte. Poi tre serviaccanto a lui sorprende, alla rinfusain mezzo all'armi placidi giacenti,e l'auriga di Remo fra i cavalli;e taglia loro la riversa gola.Poi con un colpo mozza il capo al siree lascia il tronco sussultar nel sangueche il letto intiepidisce e il suolo imbruna;e a Lamo poi, a Lamiro, a Serranoche fino a tarda notte avea giocato:bello d'aspetto, al suol giacente, immemore,avvinti i sensi nel sopor del vino.» (Virgilio, Eneide, libro IX, traduzione di Adriano Bacchielli)
Non si deve dimenticare, nel poema virgiliano, il passo del sesto libro in cui l'anima di Deifobo racconta ad Enea, sceso vivo nell'Ade, la propria uccisione, avvenuta per mano di Ulisse e Menelao, che lo trucidarono nel sonno dopo essere entrati in casa sua la notte della caduta di Troia. L'episodio era narrato già nella Iliou Persis, opera perduta del ciclo troiano, che fu composta dopo l'Iliade, e dunque la figura di Reso è alla base anche dello sviluppo del mito concernente Deifobo, benché le varie mutilazioni subite da costui siano un elemento di cui non si trova traccia nel modello di partenza.