Il pontificato di Pio XII coincise con alcuni degli eventi storici più gravi e significativi del XX secolo. Salito al soglio pontificio nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, egli - in ragione della peculiarità del suo ufficio - si trovò in una posizione particolare riguardo all'Olocausto perpetrato dalla Germania nazista. A guerra finita fu uno dei protagonisti - sia a livello mondiale, sia relativamente alla politica italiana - della forte contrapposizione ideologica (simboleggiata dalla Cortina di Ferro) sviluppatasi nell'ambito della guerra fredda. Sopravvisse per cinque anni a Stalin (morto nel 1953), del quale fu, in virtù del suo intransigente anticomunismo, uno dei più fieri avversari.

Le difficoltà e l'importanza cruciale delle scelte connaturate all'attraversamento, durante il suo pontificato, di un periodo storico caratterizzato da scontri ideologici e militari tra i più duri che la storia ricordi, non potevano che porre Pio XII al centro d'una controversia storiografica - ben lungi dall'esser conclusa - e di aspre critiche e polemiche relative al suo operato (vedi bibliografia), sorte già alla fine del secondo conflitto mondiale, sia oltrecortina che nell'ambito del cattolicesimo progressista.

In particolare, Pacelli è oggetto di accuse circa una sua connivenza con i regimi nazi-fascisti, specialmente per quanto riguarda la firma del concordato con la Germania nazista, quello che i critici definiscono il suo «colpevole silenzio» di fronte all'Olocausto e un suo possibile ruolo nella fuga di gerarchi al termine della guerra. Avverso il presunto antisemitismo di Pio XII, vi sono testimonianze e giudizi espressi da personalità ebraiche talora di rilievo, che accreditano a Pio XII e alla Chiesa cattolica lo svolgimento, durante la guerra, di attività caritatevoli e umanitarie a salvaguardia e protezione di coloro che erano minacciati dalla prospettiva dei campi di sterminio, in stragrande maggioranza ebrei.Il dibattito sulla condotta di Pio XII ha avuto un risvolto polemico anche a proposito di una didascalia posta nello Yad Vashem, il memoriale-museo della Shoah a Gerusalemme. La didascalia redatta inizialmente dal museo venne giudicata dalla Santa Sede gravemente accusatoria nei confronti del papa. Per questo il nunzio apostolico in Israele, Antonio Franco intraprese una campagna di pressione, ottenendo una revisione del testo. Questo è il testo della precedente didascalia dello Yad Vashem:

Questo, invece, il testo della didascalia modificata:

Cfr.

Il rapporto con la Germania nazista Gli anni in Germania

Uno dei punti in assoluto più controversi del pontificato di Pacelli è certamente il rapporto della Chiesa cattolica con la Germania nazista da una parte e gli ebrei dall'altra. Fu nunzio apostolico a Monaco dal maggio 1917 fino all'estate del 1925 e poi a Berlino dal 1925 fino al 1929. In tutto visse in Germania 12 anni riportando una conoscenza diretta dei problemi di quella nazione. Fu l'artefice dei Concordati stipulati dalla Santa Sede con la Baviera (1925) e con la Prussia (1929). Nel 1929 quando Pio XI lo nominò cardinale e segretario di stato, condusse personalmente i negoziati decisivi per i concordati con il Baden (1932) e con il Reich di Hitler (1933) (Reichskonkordat). Inoltre, la sua elezione al soglio pontificio suscitò da parte tedesca commenti ostili e accuse al conclave di scarsa acutezza politica («L'elezione del cardinale Pacelli non è accettata con favore dalla Germania perché egli si è sempre opposto al nazismo»La citazione originale è "Die Wahl Pacellis wird in Deutschland nicht günstig aufgenommen, da er dem Nationalsozialismus stets feindlich gegenübergestanden hat." Die Frankfurter Zeitung schrieb am 3. Berliner Morgenpost, organo del movimento nazista, 3 marzo 1939; citato in ; «In una maniera mai conosciuta prima il papa ha ripudiato il Nuovo Ordine Europeo Nazionalsocialista. È vero che il papa non ha mai fatto riferimento al Nazionalsocialismo germanico per nome, ma il suo discorso è un lungo attacco a ogni cosa che noi sosteniamo e in cui crediamo […] Inoltre egli ha parlato chiaramente in favore degli ebrei»Rapporto della Gestapo riportato nel servizio «Judging Pope Pius XII», Inside the Vatican, giugno 1997, p.12, idem .). Altre reazioni di preoccupazioni da parte tedesca sono presenti nella pubblicazione "Männer um den Papst - Wer macht die Politik des Vatikans?" edita nel gennaio 1938 dal Berlin Zentralverlag der NSDAP Franz Eher Nachf.In originale: "Pacelli ist schließlich verantwortlich für die schroffe Haltung des Vatikans gegen die Achse Rom-Berlin. Er hofft auf eine Rettung seines politischen Systems durch eine Anlehnung an die westlichen Demokratien", p. 11, in Italiano: "Pacelli è il responsabile ultimo della dura presa di posizione del Vaticano contro l'asse Roma-Berlino. Spera che il suo sistema politico venga salvato appoggiandosi alle democrazie occidentali".

Il giorno successivo alla sua elezione al soglio pontificio, il consigliere Du Moulin, capo dipartimento affari vaticani presso il ministero degli affari esteri tedesco, si premurò di redigere un memorandum in cui definiva Pacelli come un amico del popolo tedesco, ma tuttavia chiaramente avverso al nazismo.

L'enciclica Mit brennender Sorge Come diplomatico, Pacelli riuscì spesso a smussare le difficoltà tra Pio XI e il regime nazionalsocialista. Fu proprio Pacelli a convincere Pio XI a non presentare ulteriori proteste ufficiali, a quelle già inviate, per le violazioni concordatarie da parte del Reich. Infatti, segretamente insieme ad eminenti vescovi tedeschi, era in preparazione la nuova enciclica Mit brennender Sorge di Pio XI, scritta nel 1937, in cui si condannavano la prassi e la filosofia del nazismo; l'apporto del futuro Pio XII fu determinante. La Mit brennender Sorge (14 marzo 1937) fu stampata in Germania clandestinamente (far pervenire in Germania dal Vaticano le copie già stampate venne considerato troppo pericoloso), distribuita ai vescovi ed ai parroci per essere letta da tutti i pulpiti delle 11.500 chiese cattoliche della Germania il 21 seguente, domenica delle Palme. Le cronache riferiscono che alcuni parroci, per timore che venisse scoperta dal regime prima di poterla leggere, la nascosero anche nel tabernacolo.

Gli storici concordano nel dire che Hitler, colto di sorpresa, si sentì completamente spiazzato, e andò su tutte le furie: "Il documento colpì di sorpresa il Reich, che in una violenta campagna di stampa lo definì come un tentativo criminoso su scala mondiale contro lo stato nazionalsocialista e il popolo tedesco".Giacomo Martina, La Chiesa nell'età dell'Assoluitismo, del Liberalismo, del Totalitarismo, Brescia, Morcelliana, 1970, p. 751; cfr. anche A. Rhodes, o.c., pp. 213-218; M. Bendiscioli, Germania religiosa nel Terzo Reich, Brescia, Morcelliana, 1977, pp. 277-285; M. Maccarrone, o.c., pp. 117-194. "Per la Chiesa tedesca l'enciclica ebbe come conseguenza un notevole inasprimento dell'oppressione. Bastava l'unico risultato positivo raggiunto a bilanciare le conseguenze negative?"B. Schneider, Pio XII - pace, opera della giustizia, Roma, Paoline, 1984, p. 26; Luigi Villa, Un grande pontificato Pio XII, Brescia, Ed. Civiltà, 1964; Luigi Villa, Pio XII - Papa calunniato e scomodo, Brescia, Ed. Civiltà, 1978. Difatti il regime nazista inviò subitamente in Vaticano una nota di protesta dell'ambasciatore von Bergen: "Questa enciclica, come anche le note della Segreteria di Stato, mostrano che la Santa Sede non vuol capire la mentalità del nazionalsocialismo e che non ha per esso nessuna benevolenza" dove trasparisce chiaramente l'accusa all'ex-nunzio Pacelli di non aver agevolato per nulla il lavoro del Führer.

Questi risultati fecero ricordare a Pacelli, una volta eletto papa, con quale gente doveva trattare. Nella prima parte del documento vengono riassunti i rapporti tra Stato e Chiesa in Germania dal 1933, fermandosi soprattutto sulle vane speranze poste nel concordato e nella lotta aperta contro la Chiesa. Nella seconda si condanna la filosofia del nazionalsocialismo, le sue tendenze panteiste, la divinizzazione della razza, del popolo, del capo dello Stato, l'ostilità verso l'Antico Testamento e gli ebrei, il rifiuto di una morale oggettiva universale e del diritto naturale.

Purtroppo le cose precipitarono e la persecuzione rincrudì proprio in seguito all'enciclica. Delle 55 Note di protesta inviate dal Vaticano a Berlino dal 1933 al 1939 nemmeno 12 ebbero rispostaP. Lugaro, Cinquant'anni fa le encicliche di Pio XI contro il nazismo e il comunismo, Avvenire, 19 marzo 1987, p. 13.

Diverse fonti confermano che il cardinale Pacelli dal 1937 cadde in uno sconfinato pessimismo in quanto notava vani tutti i tentativi di frenare il Reich dall'attuazione dei suoi folli progetti. Ciò che aumentava la sua preoccupazione era il notare che neanche l'episcopato tedesco era concorde nell'intravedere il baratro in cui Hitler stava precipitando il mondo.

Lo storico S. Friedlander rileva, tra l'altro, come in numerose altre occasioni Pacelli aveva avuto modo di mostrarsi non ostile nei confronti della Germania, in particolare in occasione di colloqui avuti con il presidente del Senato di Danzica Greiser nel 1938, in cui era emersa chiara la volontà di negoziare con il Reich; lo stesso Du Moulin riferì che proprio l'attività conciliatrice di Pacelli durante il Conclave fu la chiave per la sua elezione a Papa, cosa questa confermata anche da Galeazzo Ciano, all'epoca ministro italiano degli Esteri, che riferì di aver saputo essere Pacelli cardinale preferito dai tedeschiLa confidenza gli venne da Pignatti di Custoza, ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede (S. Friedlander, op. cit.).

Durante il pontificato Tra i primi atti di Pacelli da papa vi fu, in effetti, l'incontro tra questi e l'ambasciatore tedesco Bergen, il primo rappresentante straniero ricevuto in Vaticano durante il suo pontificato. Nel corso dell'incontro ebbe parole distensive nei confronti della Germania ed espresse l'augurio di poter addivenire presto a una pace tra Chiesa e Stato tedesco.

Era chiaro il cambio di rotta rispetto al pontificato di Pio XI: secondo Friedlander, Pacelli usò i toni concilianti per arrivare a quei traguardi - in primis la difesa degli interessi della Chiesa cattolica in Germania - a cui l'intransigenza di Pio XI non aveva permesso di arrivare. Fu, per l'appunto in questo spirito di conciliazione che Pio XII scrisse a Hitler una lettera il 6 marzo 1939«Essendo stati eletti al trono pontificio, in seguito ad un regolare scrutinio del Collegio dei cardinali, pensiamo dovervi informare, come capo di Stato, della Nostra elezione. Nello stesso tempo, desideriamo, sin dall'inizio del Nostro Pontificato, esprimere il desiderio di rimanere uniti, per i legami di una profonda e cordiale amicizia, al popolo tedesco, affidato alle vostre cure. Invocando Dio Onnipossente, Noi gli auguriamo paternamente quella reale felicità che solo la religione può alimentare ed accrescere. Già in quei lunghi anni, cari alla nostra memoria, in cui abbiamo vissuto in Germania, come nunzio apostolico, abbiamo fatto quanto era in Nostro potere per stabilire rapporti di armonia fra la Chiesa dello Stato, in uno spirito di mutua intesa e di leale collaborazione, nell'interesse di entrambe le parti, ed abbiamo in seguito cercato di attuare in modo soddisfacente quanto era stato concordato. Ed oggi che le responsabilità della Nostra carica pastorale accrescono le Nostre possibilità ed al tempo stesso i Nostri desideri, desideriamo ancor più ardentemente conseguire questo fine. Formuliamo altresì l'auspicio che questo grande desiderio che Noi nutriamo per la prosperità del popolo tedesco e per il suo progresso riceva da Dio il suo pieno completamento» (S. Friedlander, op. cit.)..

Atteggiamento verso la Germania