La storia di Cadria inizia in tempi antichissimi e le sue origini risalirebbero ad insediamenti di popolazioni celtiche.

Le origini Le popolazioni celtiche che avrebbero occupato il territorio di Cadria sarebbero Stoni o Galli cenomani. Nella parlata locale gli abitanti vengono chiamati “caderge” e il loro soprannome (scotöm) è quello di “patate”. Il primo documento in cui compare il nome del borgo risale a venerdì 7 marzo 1186 e consiste nella Bolla di papa Urbano III spedita dalla Diocesi di Verona all'arciprete Martino di Tremosine, nunzio ed amministratore di un certo Domenico, arciprete della chiesa S. Maria di Tignale, nella quale si confermavano gli antichi diritti di quella chiesa entro la sua giurisdizione che comprendeva anche la Val Vestino.

Tra le varie disposizioni era previsto che Cadria, unitamente al villaggio di Bollone, doveva contribuire al pagamento della “seconda decima” con un determinato quantitativo in denaro, prodotti agricoli e capi di bestiame. Una copia autenticata su pergamena di questo documento è tuttora premurosamente conservata presso l'Archivio Parrocchiale di Turano e, in assoluto, si può considerare il manoscritto più antico presente negli archivi della Valle.

A partire dal 1200 è accertato che la famiglia dei Conti Lodron esercitava indiscutibilmente presso le comunità Valvestinesi i suoi diritti derivanti dall'autorità giurisdizionale concessa dal principe vescovo di Trento, ma è dal 1300 che apprendiamo dal testo di un'investitura feudale dell'esistenza del feudo di Cadria. Il 14 marzo del 1346 in Castel Telvana a Borgo Valsugana, Margherita di Tirolo-Gorizia detta Maultasch e il marito Ludovico V di Baviera o Brandeburgo, investirono Raimondo Lodron con i feudi in Val Vestino di Bollone, Cadria e Droane. Tale investitura sarà riconfermata diciassette anni più tardi.

Il 13 settembre del 1363 a Trento nel Castello del Buonconsiglio, Albrigino, figlio del defunto Pietrozoto di Lodrone, erede per la metà, e Pietrozoto, figlio del defunto Parisino del suddetto Pietrozoto, erede per l'altra metà, dichiaravano di avere in feudo da Rodolfo IV d'Asburgo, come i loro progenitori, la Val Vestino e i villaggi di Bollone, Cadria e Droane. Una prima investitura del feudo di Cadria del conti Lodron alla comunità di Magasa risale al 2 marzo del 1513. Nel 1913 il glottologo Carlo Battisti riportò nella sua ricerca sul dialetto della Val Vestino che gli abitanti del luogo venivano soprannominati: "Patate" in quanto erano soliti mangiare questo tuberoDie Mundart von Valvestino. Ein Reisebericht, Vienna, A. Holder, 1913..

Produttori di legname e carbone vegetale Il suo territorio montagnoso ed accidentato fu nei secoli passati ampiamente sfruttato dai locali per l'allevamento del bestiame e il taglio del legname. Nella vallata del Droanello era fiorente la produzione della pece, venduta esclusivamente ai cantieri navali della Repubblica di Venezia, e la lavorazione del carbone vegetale, commerciato nella Riviera del Garda, nel Bresciano e nel Mantovano, ove era usato come unico e prezioso elemento per alimentare l'insaziabile voracità dei forni delle fucine della nascente industria metallurgica leggera ed anche per il riscaldamento delle abitazioni urbane. Una prima consistente compravendita di legname è documentata nel 1508.

Il 22 novembre, nel palazzo del Caffaro, il notaio Andrea De Zulinis di Vestone stipulava un contratto tra il Comune di Magasa e i conti condomini Sebastiano (+1527), signore di Castel san Giovanni di Bondone, e Ludovico conte Lodron, figli del defunto Paride Antonio detto “Parisotto” (1463-1505), per lo sfruttamento ventennale di legne cedue situate nelle contrade Selve e Crona Lunga.

Nel Settecento tra i maggiori acquirenti di legna e carbone figurava la nobile e ricca famiglia dei marchesi Archetti, proprietaria degli opifici per la lavorazione del ferro di CampioneFrazione a lago di Tremosine. Tra il 1746 e il 1761 si assicureranno, tramite il loro uomo di fiducia, il signor Angelo Bertella, vantaggiosi contratti con la comunità per lo sfruttamento del territorio boscoso situato a est di Cadria verso il confine con il comune di Tremosine sul Garda.

La famiglia bresciana degli Archetti “già proprietari di fucine in Val di Ledro, che a partire dal 1704 iniziarono ad acquisire alcuni degli impianti esistenti sul promontorio di Campione, acquisendo poi nel 1744 l'intera penisola. Nella seconda metà del Settecento vi erano qui quattro fucine di seconda fusione con circa cento operai che producevano chiodi e ‘ferrarezze’ di vario genere. Nel 1781 la ditta Archetti ottenne poi l'esenzione fiscale per i propri manufatti.

Nella Riviera risultano nel complesso operanti nel 1766 30 impianti da ‘ferrarezze’ e 42 da chioderie. Interi paesi della zona collinare e montana traevano soprattutto dalla metallurgia il proprio sostentamento. Con la fine della Repubblica di Venezia la ‘ferrarezza’ gardesana perse l'importante mercato di Venezia. La rovinosa piena del torrente Tignalga del 1807 portò poi alla distruzione di quasi tutti gli impianti di Campione.

Per vedere il rifiorire economico di questa penisola bisognò attendere il 1896, quando Giacomo Feltrinelli vi impiantò una fabbrica di cotone”S. Onger, Cenni storici sull'economia del Garda bresciano tra Settecento e Ottocento, in "La Comunità del Garda", n. 3, Gardone Riviera, ottobre 2001. La vendita del legname rappresentò sempre per il risicato bilancio del Comune di Magasa un'ottima e sicura entrata, una sorta di manna provvidenziale, si potrebbe dire, al punto che nel luglio del 1874 con il parziale ricavato di questo commercio, i suoi rappresentanti civici furono autorizzati dal Capitano del Distretto Politico di Tione a far “fronte alla spesa nella costruzione dei locali della scuola nella frazione Cadria”.

La nascita del confine tra il trentino e il bresciano. Il confine di Stato e i cippi austro-veneti Il monte Vesta fu terra di confine da tempi immemori tra le comunità della Val Vestino e quella di Gargnano, infatti è accertato che le due terre seguirono destini diversi già a partire dal 1027, quando Corrado II il Salico, imperatore del Sacro Romano Impero e Re d'Italia, donò la contea di Trento, quindi anche la Val Vestino, al vescovo Udalrico II e ai suoi successori e, nel 1035, fece lo stesso donando il territorio di Gargnano, al vescovo di Brescia, Ulderico IOlderico o Odorico., e ai suoi successori. Da allora il vescovo di Trento rivestì anche il titolo di principe del Sacro Romano Impero ed ebbe nelle sue mani il potere spirituale e quello temporale. Poco anni dopo le terre di Val Vestino furono aggregate nuovamente al Trentino insieme alla valle di Ledro, Riva del Garda, Vallagarina, le Giudicarie, Tignale e Bagolino entrando nella sfera di influenza germanica. È presumibile che da quel periodo il monte divenisse confine. Dal 1337 al 1426 segnò la frontiera con la signoria dei Visconti, dei Malatesta (dal 1404) e con il Ducato di Milano, successivamente lo fu con la Repubblica di Venezia, quando il 21 agosto del 1752 a seguito del trattato di Rovereto, stipulato tra l'impero d'Austria e la Serenissima, ne furono determinati nuovamente i confini di Stato con la collocazione nell'anno seguente, il 1753, di numero 34 cippi di pietra calcarea e numero 5 incisioni nella roccia sui soli confini della Val Vestino. Tra questi si cominciò con il n. 9 sul monte Cingolo Rosso, il n. 16 sul monte Stino, il numero 20 sul Dosso di Comione presso l'antica dogana, il n.25 fu posto sulla sommità del monte Vesta, il n. 29 sulla Cocca di Bollone, il n. 30 sul monte Pinel, il n.32 sulla strada da Bollone a Fassane, il n. 35 nella Valle di Cadria e l'ultimo il n.43 sul mote PuriaLionello Alberti e Sergio Rizzardi, Terre di Confine, Brescia, 2010, pp. 111 e 112.. Questi, dopo la caduta di Venezia del 1797, la parentesi napoleonica e austriaca riguardante l'occupazione della Lombardia, continueranno a determinare il confine di Stato con il Regno d'Italia dal 1859 fino al 1918 e successivamente quello comunale fino ai tempi odierni.

Posta a guardia del confine Data la sua posizione strategica Cadria costituì tra il 1426 e il 1796, periodo in cui la Val Vestino si trovò a confinare con i domini della Serenissima, l'estremo avamposto del principato vescovile di Trento posto a guardia della frontiera sudoccidentale rappresentata dai comuni di Tignale, Tremosine sul Garda e Gargnano.

Da questo luogo con delle pattuglie si poteva controllare agevolmente il vicinissimo confine, situato a neanche un chilometro di distanza in linea d'aria, e il relativo transito di uomini e merci sulle strade o sentieri che dal monte Puria, dalla Bocca di Paolone o da Lignago mettevano in comunicazione con il lago di Garda. Successivamente, fino al 1918, fu linea di demarcazione tra l'impero Austroungarico e il Regno d'Italia.

Per oltre tre secoli questi passi di frontiera suscitarono nei provveditori veneti, detti anche rettori, di Salò una morbosa attenzione e “uno stato d'animo di attesa del nemico, simile a quello dei protagonisti del romanzo ‘Il deserto dei Tartari''' di Dino Buzzati”, infatti costoro, in tempo di pace erano costantemente assillati dalla predisposizione di misure utili al loro controllo e, in caso di guerra dovevano provvedere efficacemente alla loro custodia con uomini e con la costruzione di sistemi difensivi, fra i quali era prevista la distruzione di alcuni tratti di carreggiata per impedire il transito della cavalleria avversaria.

Ciascun provveditore nel periodo in cui ricopriva quest'importante carica amministrativa, forte della sua passata preparazione militare, poiché la maggioranza di loro giungeva a quest'incarico dopo aver prestato un lungo periodo di servizio nelle piazzeforti del Veneto o della Dalmazia, spesso impegnati nella lotta sanguinaria contro i Turchi, si recava personalmente nella vasta area di confine ed in incognito s'infiltrava anche più in là, all'interno del territorio trentino, ove raccoglieva importanti informazioni che poi puntualmente spediva, nel più assoluto segreto, al Doge ed al Senato Veneto. Dal 1428 al 1796 i provveditori della Riviera compilarono ben 44 “Relazioni”.

Alcune di queste, oltre a dettagliate descrizioni geografiche della Val Vestino, accennano pure alla sua situazione politica, sociale ed economica. Dalla relazione del provveditore Melchior Zane, datata 3 giugno 1621, cogliamo notizie interessanti sulla condizione della rete viaria che dal paese di Cadria si snodava attraverso la vallata del Droanello fino a raggiungere il confine di Stato scriveva: “Il secondo passo che entra in Comune di Gargnano è quello di Cocca di Pavolon con due strade. Una viene da Cadria, luogo della Valvestino, passando per la montagna di Risech del Comune di Tignale con cavalli e pedoni e l'altra che da Camiolo – luogo di detta Valle - sale sul monte del Pinedo del Comune di Gargnano e va nel fiume Droane, venendo a dirittura della Cocca di Pavolone […] Il terzo passo è quello del monte Notton, nel Comune di Tignale, ove da Cadria, terra della Valvestino situata sopra un monte asperrimo discende un sentiero da pedoni solamente che va nella valletta di Bergn […] Dei molti passi che vengono dal Valvestino nella Riviera, le incursioni non possono essere evitate con il semplice taglio delle strade: sarebbe necessaria, per ciascun passo, molta gente per la difesa il che risulterebbe dispendioso e poco facile a causa delle numerose difese da istituire”.