Il fuoco dal profondo è il settimo libro dell'antropologo Carlos Castaneda, in cui sono rievocati gli insegnamenti del suo maestro don Juan sulla stregoneria tolteca.

Contenuto Il testo riprende la distinzione, già introdotta nel libro precedente, tra gli insegnamenti impartiti da don Juan al «lato destro» del suo allievo Castaneda, cioè nel suo stato di coscienza quotidiano, e quelli rivolti al suo «lato sinistro», una condizione di concentrazione particolare i cui apprendimenti poterono essere ricordati dallo scrittore protagonista solo dopo anni di dura disciplina.

Destra e sinistra, in tal senso, si riferiscono alle due sezioni in cui è suddiviso il campo luminoso di energia delle persone, visibile solo dai veggenti.

Il fuoco dal profondo tratta quindi delle lezioni ricevute da Castaneda nel lato sinistro, riguardanti in particolare il primo dei tre capisaldi dell'antica conoscenza tolteca detenuta dal suo maestro, ossia: padronanza della consapevolezza, o arte della percezione; arte dellagguato, una specie di strategia per manipolare persone e situazioni; arte dellintento, ossia la forza che dirige la volontà. Don Juan apparteneva ad una nuova stirpe di guerrieri toltechi, che revisionando queste tecniche pratiche erano divenuti capaci di acquisire una libertà totale, con cui dominare persino la propria morte:

Antichi e nuovi veggenti Nel primo capitolo vengono rievocate le spiegazioni di don Juan impartite al suo discepolo Castaneda durante una loro permanenza nella città messicana di Oaxaca.

Mentre gli antichi veggenti, vissuti molto tempo prima della colonizzazione spagnola del Messico, erano talmente esperti nella veggenza da divenirne ossessionati, così da perdere il proprio potere e finire sterminati dai conquistatori, un nuovo ciclo di veggenti affinò dopo di allora i loro metodi con maggior rigore, dedicandosi a coltivare la conoscenza più che la stregoneria, sviluppando in particolare i procedimenti dell'agguato, del sogno e dell'intento, anziché l'uso delle piante di potere, per diventare autentici guerrieri della liberà totale.

Costoro diedero inizio a singole stirpi di toltechi, isolate le une dalle altre. Quella di don Juan, che durava da quattordici generazioni, ognuna guidata da un capo detto nagual, aveva ricevuto un impulso significativo a partire dal 1723.

I Pinche tiranos Nella casa del seguito dei veggenti di don Juan, situata in un luogo imprecisato del Messico meridionale, don Juan spiegò nel dettaglio le strategie dei nuovi maestri dell'agguato, basata su concetti come l'impeccabilità, l'esigenza di non disperdere energia in attività incentrate sull'importanza personale, e cinque attributi del guerriero: controllo, disciplina, equilibrio, tempismo e intento; a questi aggiunse un sesto elemento esterno, chiamato il pinche tirano, ossia un despota o un torturatore, definito «piccolo» o meschino rispetto al grande monarca dell'universo, indicato con una metafora come «l'Aquila».

Grazie ai pinches tiranos, di cui esistono varie classificazioni, il guerriero può forgiare la propria capacità di far fronte alle avversità dell'ignoto e disfarsi dell'importanza personale. L'errore degli antichi veggenti fu di pensare, al contrario, che avventurarsi nell'ignoto li avrebbe resi automaticamente capaci di sfidare qualunque tiranno, quali furono ad esempio i conquistatori spagnoli, da cui invece furono sconfitti, mentre i nuovi se ne avvantaggiarono.

Lo stesso don Juan riferì di una propria esperienza con un pinche tirano quando all'età di 20 anni ebbe la «fortuna» di venir sottoposto in uno zuccherificio alle angherie di un caposquadra, del quale riuscì a liberarsi grazie all'aiuto del suo benefattore, il nagual Juliàn.

Le emanazioni dell'Aquila

La successiva lezione di don Juan riguardò la scoperta delle emanazioni dell'Aquila, ossia la forza inconcepibile e onnipervasiva da cui proprompe una quantità incalcolabile di filamenti luminosi che costituiscono tutto quanto esiste. Tali campi di energia determinano la percezione del mondo da parte degli esseri coscienti, come una sorta di comandi, limitando la consapevolezza alla prima delle seguenti suddivisioni: il conoscibile, cioè il mondo quotidiano che l'essere umano è in grado di percepire e spiegare; l'ignoto, che non viene abitualmente percepito dall'uomo, ma può diventare alla portata dei veggenti sciamani; l'inconoscibile, situato al di là delle possibilità conoscitive umane, per il quale sarebbe folle sprecare energie. I sensi umani dunque percepiscono in forma di oggetti qualcosa di irreale, che però non è un semplice miraggio, ma corrisponde a certe caratteristiche di consapevolezza dotate di forza coercitiva.

Gli umani sono infatti una sorta di uova luminose, la cui percezione, riguardante solo una minima frazione dei filamenti dell'Aquila, avviene quando le emanazioni interne, di cui è costituito il loro bozzolo energetico, si allineano con quelle corrispondenti esterne.

Lo splendore dell'uovo luminoso La consapevolezza di qualcosa consiste in un punto di particolare splendore dell'uovo luminoso, situato lungo una fascia ambrata che scorre verticalmente sulla destra di questo, in grado di isolare o bloccare certe specifiche emanazioni interne, per allinearle solo con alcune dell'esterno, le quali esercitano una forte pressione sul bozzolo, e così dirigere il senso della percezione.

Don Juan proseguì le sue spiegazioni nella casa di Genaro, un altro maestro di Castaneda, in cui erano giunti dopo un'escursione, sostenendo come i veggenti siano capaci di manipolare la consapevolezza agendo sulla struttura del bozzolo luminoso umano, grazie alla loro visione che è simile a una voce da udire.

Il grado di consapevolezza degli umani cresce fin dal concepimento, ma l'atto sessuale con cui essa viene donata ai propri figli può in tal modo disperderla, per questo occorre essere avari della sua energia.

La prima attenzione Recatisi in un «posto originario», un tempo dimora degli antichi veggenti, don Juan spiegò che la consapevolezza negli adulti si tramuta progressivamente in attenzione, della quale esistono tre tipologie: la prima attenzione, riguardante la conoscenza ordinaria, che si raggiunge destreggiandosi nel mondo della vita quotidiana; la seconda attenzione, attinente all'ignoto e al lato sinistro, che allinea emanazioni quasi mai utilizzate; la terza attenzione, che non si limita ad accendere un fascio alla volta ma tutto l'uovo luminoso, producendo un fuoco dal profondo. Al cospetto di quest'ultima nel momento della morte, in cui si rompe il bozzolo, riuscire a mentenere la propria energia vitale evitando che venga divorata dall'Aquila era lo scopo ultimo dei veggenti.

A differenza degli altri organismi viventi, che adeguano le proprie emanazioni sotto la pressione di quelle esterne, l'uomo usa la prima attenzione per fare un «inventario» delle sue emanazioni interne, riflettendo su di esse e sviluppando così la logica razionale, ma lasciandole in tal modo inquiete e rendendosi vulnerabile per la possibilità che la loro agitazione rompa il bozzolo, se quest'interesse verso se stesso non venga bilanciato da un senso di sobrietà.

La prima attenzione d'altra parte può fungere da scudo contro il terrore suscitato dai pericoli del lato sinistro, come in occasione di un incontro con strani esseri inorganici che inseguirono Castaneda e i suoi due maestri fin dentro la casa di Genaro.

Gli esseri inorganici Poiché la conoscenza degli antichi toltechi li aveva portati alla rovina, gli esponenti del nuovo ciclo fecero poco ricorso alle loro pratiche: si trattava di formule e incantesimi che usavano la forza diffusa in tutto l'esistente, chiamata volontà dell'Aquila, o intento, ed erano suddivisi in cinque gruppi, composti ognuno da due categorie: 1. terra e regioni di tenebra; 2. fuoco e acqua; 3. sopra e sotto; 4. rumore e silenzio; 5. mobile e stazionario.

Don Juan ne parlò nella casa del suo seguito di veggenti, dove erano ritornati, spiegando come le profondità della terra siano abitate da creature viventi ma inorganiche, prive cioè di metabolismo e riproduzione, ma dotate anch'esse di un bozzolo della consapevolezza, seppure diverso rispetto agli esseri organici.

Insieme a Castaneda fece quindi un esperimento sconvolgente in un torrente, attirando attraverso uno specchio un essere inorganico dagli strati del sottosuolo, usando la capacità di trasporto fluido dell'acqua: si trattava di quelle entità conosciute già nei libri precedenti come «alleati», molti dei quali però risultano per lo più inutilizzabili, e pochi invece realmente utili all'uomo, dotati di emanazioni a lui simili.

Egli riferì di un analogo episodio della sua gioventù, quando fu inseguito da un cataplasma orripilante che il proprio benefattore aveva fatto fuoriuscire da uno specchio, attratto dalle sue emozioni di spavento; lo stesso terrore veniva spesso utilizzato come esca dagli antichi veggenti per assoggettarli.

Il punto d'unione

Mesi dopo, nel Messico settentrionale, nella casa di Sonora di don Juan, questi colse l'occasione di un incontro terrificante che Castaneda ebbe con un suo alleato per aggiungere un ulteriore tassello alle precedenti spiegazioni, ossia che la percezione viene convogliata da un punto luminoso specifico che sceglie quali emanazioni interne al bozzolo raggruppare e allineare con quelle esterne dell'Aquila, a seconda di dove si localizza lungo la fascia ambrata dell'uomo, sulla superficie della quale si sposta la consapevolezza.

La prima attenzione, ad esempio, mette in rilievo certe emanazioni di quella fascia, unificando il mondo della vita quotidiana: si tratta del lato destro, chiamato anche tonal, mentre quelle scartate costituiscono l'ignoto, esteso anche oltre la fascia stessa, e attinente al nagual o alla seconda attenzione. Riuscire a muovere deliberatamente tale punto di unione consente la percezione di un alleato, o la comprensione di una verità, che non è questione di raziocinio ma di energia.

Un veggente può spostare il punto di unione di un suo allievo assestandogli sulle spalle il «colpo del nagual», producendo una tacca provvisoria sul suo bozzolo e facendolo entrare nella seconda attenzione. Più esso scende in profondità verso il centro, più lo splendore della consapevolezza si intensifica, ma questi stati di esperienza vengono presto dimenticati una volta che il punto d'unione sia tornato nella sua posizione abituale: ricordarsene significherebbe riattivare quelle insolite emanazioni dell'ignoto, recuperando la totalità di se stessi.

L'interesse egoico verso di sè conduce a mantenere fisso e indurito il punto di unione nell'auto-riflessione dell'inventario umano, per questo gli stregoni devono addestrarsi a muoverlo come sotto la pressione dei comandi dell'Aquila, conservando al contempo un'impeccabile serenità per far fronte agli effetti devastanti che un simile scardinamento comporta. Accendere tutte insieme le emanazioni dell'uovo luminoso produce infine la propria consumazione in un fuoco dal profondo.

Lo spostamento del punto d'unione Tornati nella casa dei veggenti nel Messico meridionale, chiamata anche la «casa delle ombre» ritenuta di proprietà di Silvio Manuel, don Genaro diede una dimostrazione di come spostare il punto d'unione di Castaneda facendolo camminare al «passo del potere»: come conseguenza, quest'ultimo visse un momento di intensa religiosità e di amore per Dio.

L'indomani don Juan gli spiegò che grazie alla sua capacità di pervenire al silenzio, bloccando il dialogo interiore della mente, il suo punto d'unione si era spostato lateralmente, pur restando sulla superficie, verso il bordo sinistro della fascia di consapevolezza: in questa zona marginale, chiamata di «pattume», si hanno visioni mistiche e spirituali, mentre sul bordo destro si producono allucinazioni di violenza e sensualità.