Hipponion (), talvolta Ipponio, è stata un'antica città greca situata nel territorio dell’odierna Vibo Valentia.

Storia

Fondata tra il 620 e il 610 a.C. da coloni greci provenienti da Locri Epizefiri, Hipponion fu un’importante polis della Magna Grecia. La città sorse su un preesistente centro Osco, abitato almeno dall’VIII a.C., probabilmente chiamato Veip (pronuncia: Weip), (in osco 𐌅𐌄𐌉𐌐), da cui derivò il nome arcaico Veiponion (pronuncia: Weiponion), (). Dopo la scomparsa della lettera digamma (Ϝ) dall’alfabeto greco, la città assunse il nome di Eiponion (). Tuttavia, nel resto dell’antica Grecia venne utilizzato il nome di Hipponion – proveniente dal dialetto attico – probabilmente per assimilazione paronomastica alla parola greca hippos (cavallo). Questo fenomeno fonetico si lega direttamente all'origine del nome Italia, nato proprio in questa porzione della Calabria. Secondo le tesi filologiche più accreditate, le popolazioni di lingua osca chiamavano la propria terra Viteliu (pronuncia: Witeliu), un termine che significava "terra dei vitelli". Il nesso con la storia della città risiede proprio nella scomparsa dello stesso suono iniziale: così come i Greci eliminarono il digamma, trasformando Veiponion in Eiponion, allo stesso modo lo cancellarono da Viteliu. Successivamente, i coloni adattarono la parola alla propria lingua assimilandola al termine greco italós (vitello), dando così vita al nome Italía. Un'ulteriore testimonianza, di carattere storico-geografico, proviene da un'opera della seconda metà del V secolo a.C., ovvero Perì Italías (Sull'Italia) (in greco antico: Περὶ Ἰταλίας) dello storico Antioco di Siracusa. Nel descrivere la prima e più antica delimitazione politica e territoriale della penisola, l'autore fissa i confini geografici di questa terra originaria proprio in corrispondenza del golfo di Hipponion sul versante tirrenico.

Alla fine del VI a.C., la città sconfisse in battaglia Kroton con l'aiuto di Locri Epizefiri e Medma: la notizia è riportata su uno scudo con incisa una dedica ritrovato ad Olimpia. È da sottolineare che Hipponion ricopre il primo posto sull'incisione, di certo per la principalità avuta nello scontro e questo lascia presumere che fu colonia indipendente sin dalla sua fondazione. Qualora fosse esistita inizialmente una dipendenza da Locri Epizefiri, questa cessò nel 422 a.C., come testimoniato da Tucidide, quando Hipponion e Medma sconfissero quest'ultima in battaglia. Lo scontro sciolse ogni eventuale vincolo di sottomissione o confederazione, portando Hipponion a una completa autonomia politica.

Hipponion prosperò durante il V a.C., periodo nel quale acquisì potere e ricchezza grazie e soprattutto alla sua posizione strategica, che favorì il commercio con il resto del Mediterraneo. Tra le principali attività produttive dell’antica Hipponion spicca senza dubbio la lavorazione del tonno, legata alla straordinaria qualità del pescato locale. Il celebre Tonno di Hipponion è infatti menzionato nel poema gastronomico Hedypatheia di Archestrato di Gela del IV a.C., che in uno dei pochi frammenti giunti fino a noi scrive: “…e se per caso vai a Hipponion, nella sacra Italia, allora vai verso i moli: quei tonni sono di gran lunga i migliori di tutti, meritano la vittoria”. Nel corso dei secoli, la città fu soggetta a varie dominazioni; la prima fu quella siracusana ad opera del tiranno Dionisio I, nel 389 a.C., quando Siracusa, alleata di Locri Epizefiri, sconfisse Hipponion e tutte le polis confederate della Lega Italiota. La città venne liberata dai Cartaginesi, i quali ne promossero anche la ricostruzione, nel 379 a.C. Nella seconda metà del IV secolo a.C., la città cadde sotto il controllo dei Bruzi. Venne in seguito liberata per brevi periodi dal re Alessandro il Molosso e da Agatocle di Siracusa - quest'ultimo artefice di importanti rifacimenti al porto - prima di essere definitivamente conquistata dai Romani nel 192 a.C. Questi vi dedussero una colonia latina dal nome Valentia, la quale ottenne lo status di municipio romano nell'89 a.C., assumendo il nome di Vibo Valentia.

Mitologia Ratto di Persefone

Secondo alcuni autori antichi, come il filosofo Proclo e il geografo Strabone, Hipponion era il luogo in cui la dea Persefone (Proserpina per gli antichi romani) era solita cogliere fiori in compagnia delle sue tre fidate ancelle: Ligea, Leucosia e Partenope. In una di queste occasioni, Ade, dio degli inferi, nonché zio di Persefone, emerse dal sottosuolo a bordo del suo cocchio, trainato da quattro cavalli neri: Aetone, Meteo, Nonio e Abaste. Il signore dell’oltretomba la rapì con la forza e la portò nel suo regno per sposarla. Demetra, dea dell’agricoltura e madre di Persefone, disperata per la scomparsa della figlia, fece cessare la crescita delle piante e dei raccolti, portando la terra in uno stato di sterilità e carestia. Per risolvere la situazione, Zeus trovò un accordo: Persefone avrebbe trascorso sei mesi negli inferi in compagnia del marito e sei mesi sulla terra in compagnia della madre, pertanto, quando dimorava nel regno di Ade la terra si copriva di gelo e oscurità, mentre al suo ritorno rifioriva di luce e calore. Nacquero così le stagioni.

Ulisse e le Sirene

Le tre ancelle di Persefone, per non aver impedito il rapimento della dea, vennero trasformate da Demetra in sirene, creature mostruose, con la parte superiore del corpo di donna e la parte inferiore di uccello. Persa la loro umanità, le tre sirene iniziarono ad ammaliare con il loro canto tutti i naviganti che viaggiavano lungo la costa vibonese per poi divorarli, fin quando si imbatterono nell’eroe greco Ulisse. Il re di Itaca, infatti, seguendo il consiglio di Circe, ascoltò il loro canto dopo essersi fatto legare all’albero della sua nave. Le tre sirene, non essendo riuscite nel loro intento, per frustrazione si gettarono in mare, togliendosi la vita. Il corpo di Ligea venne trasportato dalle onde fino a Terina, quello di Leucosia fino a Poseidonia e infine quello di Partenope fino al luogo in cui sorse l’omonima città.

Scrimbia e Calameo

Un altro mito locale molto importante è quello legato alla ninfa Scrimbia. Scrimbia era una ninfa dell’acqua che viveva ad Hipponion. Un giorno si innamorò di un giovane ipponiate, Calameo. Anche lui si innamorò di lei e cominciarono a incontrarsi di nascosto vicino a una sorgente. Il loro amore però andava contro le leggi degli dei e quando Zeus lo venne a sapere, si infuriò. Decise di punirli trasformando Calameo in una pianta, quella che ancora oggi porta il suo nome: il calamo aromatico, che cresce lungo i corsi d’acqua. Scrimbia, distrutta dal dolore, cominciò a piangere senza sosta. Le sue lacrime divennero una sorgente. Gli dei, commossi, la trasformarono in una fonte perenne, così che potesse stare per sempre accanto al suo amato, ormai pianta.

Archeologia

I resti dell’antica Hipponion furono riscoperti intorno ai primi anni ‘20 del Novecento da Paolo Orsi. Gli scavi hanno portato alla luce i resti del basamento di diversi templi ed edifici, tra cui quelli di un tempio di ordine dorico, identificato come il Tempio di Persefone e uno dei soli cinque templi di ordine ionico rinvenuti in Italia, identificato come il Tempio di Demetra e Kore. Oltre a ciò, sono stati rinvenuti circa cinquecento metri della cinta muraria difensiva, nota come mura greche di Hipponion, la quale circondava e proteggeva la città. Quest’ultima rappresenta il sito di età greca con la maggiore estensione dell’intera Calabria, nonché le mura elleniche più imponenti conservate in Italia e tra le più imponenti al mondo. Tra i principali reperti rinvenuti, invece, figurano statue, ceramiche, monete, utensili e armi in bronzo, provenienti principalmente da un’area sacra denominata Scrimbia. Quest’ultima è stata identificata come una stipe votiva, relativa ad un grande tempio dorico non ancora localizzato, molto probabilmente dedicato ad Ade o a Persefone. In quest’area archeologica, inoltre, stando ad alcune vicende giudiziarie, pare essere presenti delle statue in bronzo ad altezza naturale, tanto che il sottosuolo di Vibo Valentia è stato paragonato al mare di Riace.

Il reperto più significativo, ritrovato al momento, è però la celebre lamina orfica di Hipponion, rinvenuta nel 1969 all’interno della sepoltura di una donna, localizzata nella necropoli occidentale della città. La lamina, datata al V-IV a.C. è costituita da una sottile sfoglia in oro (circa 6 cm X 5 cm) e presenta un testo lungo sedici righe, completamente leggibile, il ché la rende il più pregevole esemplare delle circa quaranta lamine rinvenute il tutto il Mediterraneo. Il suo scopo era quello di guidare l'anima del defunto nel mondo dei morti, istruendola a bere dalla fonte di Mnemosine (la Memoria), anziché da quella di Lete (l’Oblio), per conservare la memoria della vita precedente; per poter bere da questa fonte, l'anima doveva superare il controllo dei suoi custodi pronunciando la formula: “sono figlio della Terra e del Cielo stellato”. Solo così l'iniziato poteva interrompere il ciclo della reincarnazione ed ottenere, infine, l'immortalità. I reperti sono oggi conservati presso le sale del Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia.

Note

Voci correlate Lamine orfiche Magna Grecia Mura greche di Hipponion Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia Persefone Vibo Valentia

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