La Madonna Odigìtria, Odighìtria, o anche Odegétria (dal greco bizantino Ὁδηγήτρια, "colei che conduce (mostrando la direzione)", composto di ὁδός «via» e ἄγω, ἡγοῦμαι «condurre, guidare»), altrimenti nota anche come Vergine Odigitria, TheotókosTheotókos è una traslitterazione dal greco antico Θεοτόκος che significa Madre di Dio. Il titolo nella forma greca, parimenti a Panagía (Παναγία, totalmente santa) era ed è utilizzato soprattutto nella tradizione cristiano-ortodossa. Odigitria, Panaghía Odigitria, Madonna dell'Itria, Madonna dell'Idria, Madonna dell'Idra (a seconda della declinazione dialettale che si è andata determinando, nel tempo e nello spazio, nelle varie parlate e nei rispettivi culti localiItria, Idria o Idra sono tutte varianti dialettali ancora oggi adoperate nelle rispettive lingue minoritarie d'Italia, soprattutto nei dialetti appartenenti al continuum meridionale estremo, anche in quanto prosoponimo femminile. Non si tratta di errori di forma, ma semmai di varianti grafemiche e/o fonemiche relative a parlate che rischiano alle volte di non essere accolte come varianti ortografiche dai parlanti italofoni (e quindi italografi) propri, che informano le proprie regole ortografiche quasi esclusivamente sulla grammatica della lingua italiana. Itria insieme alle sue varianti si caratterizza in quanto aferesi del plurisillabico [Odi](g)itria.) o Madonna del (buon) cammino, è una della tante iconografie mariane, diffusa in particolare nell'arte bizantina e nella Rus' di Kiev medioevale.
L'iconografia è costituita dalla Madonna con in braccio il Bambino Gesù, seduto in atto benedicente, che tiene in mano una pergamena arrotolata e che la Vergine indica con la mano destra (da qui l'origine dell'epiteto).
Storia iconografica
Questo tema figurativo trae origine dall'icona omonima che rappresentò, a partire dal V secolo, uno dei maggiori oggetti di culto a Costantinopoli. Secondo l'agiografia, infatti, questa reliquia sarebbe stata una delle icone mariane dipinte dall'evangelista Luca che Elia Eudocia (Aelia Eudocia, circa 401-460), moglie dell'imperatore Teodosio II, avrebbe ritrovato in Terra santa e traslato a Bisanzio.
L'icona era conservata nella basilica omonima che venne edificata per l'occasione in riva al mare, in posizione decentrata rispetto al complesso costituito dal palazzo imperiale, il circo e le due chiese di Santa Sofia e Santa Irene (nella parte più antica della città, corrispondente all'antica Bisanzio pre-romana).
L'icona originaria, che veniva portata in solenni processioni e durante i trionfi, andò perduta quando Costantinopoli cadde in mano agli ottomani nel 1453. Alcuni resoconti - storicamente di dubbia attendibilità - riferiscono che l'icona si sarebbe infranta, mentre veniva portata in processione, il 28 maggio 1453, esattamente il giorno prima della caduta della città che subiva l'assedio finale dell'esercito di Maometto II. Più probabilmente, fu distrutta dagli stessi ottomani il giorno della caduta della città.
Scrive lo storico dell'arte Ennio Concina, parlando dell'icona della Madonna Nicopeia custodita nella Basilica di S.Marco, a Venezia, di artista bizantino del XII secolo e identificata dalla tradizione come Odighitria imperiale :"... l'inno bizantino alla Vergine Madre...questo è la Nicopeia, la rigida e ieratica immagine avvolta nel severo panneggio del maphorion esposta a S.Marco, dov'è giunta nel primo duecento dopo la presa di Costantinopoli. Non una semplice tavola dipinta, ma una delle icone poste al centro della liturgia imperiale: custodita in una cappella del palazzo di Bisanzio, la Condottiera delle legioni è insegna dell'esercito e patrona dei romani. È la Nicopeia dunque, effigiata un tempo sulle porte dell'antica capitale sul Bosforo, a fare di Venezia, una volta che vi si è trasferita, città -santuario della Theotokos, città regale... della madre di Dio".
Il culto di quest'icona fu particolarmente popolare: a essa sono intitolate chiese e luoghi di culto, soprattutto in Grecia, nell'Italia meridionale, in Sicilia e in Sardegna.
Il culto in Sardegna Storia, tradizione e devozione alla Vergine D'Itria a Portoscuso
La Tradizione popolare vuole che il Culto alla Vergine D’Itria si sia propagato grazie ai tonnarotti che durante una mattanza, trovarono tra le reti una misteriosa cassa di cedro che issarono sulla barca (musciara, barca del Rais), e la portarono sigillata a Su Pranu (Tonnara di Portoscuso), dove finalmente aprirono la cassa e trovarono un quadro raffigurante una Madonna con due moretti ai suoi piedi. Questo quadro raffigurante l’Odigitria, attribuito alla mano di San Luca Evangelista, sarebbe sfuggito alla guerra iconoclasta per intervento di una nobile fanciulla che, per preservarlo da una sicura distruzione, lo mise in una cassa di cedro e lo affidò ad alcuni marinai che partivano da Costantinopoli per recarsi in Italia.
Durante il viaggio questa nave fu travolta da una tempesta, gli uomini si salvarono ma il quadro andò perduto per ricomparire dopo diverso tempo fra le reti dei tonnarotti portoscusesi. I dirigenti spagnoli, che erano molto religiosi, pensarono che questo fosse un segno del cielo, quindi decisero di onorare degnamente la Madre di Gesù, e il proprietario della tonnara costruì una Chiesa per la Comunità dei pescatori che risiedevano stabilmente a Portoscuso.
La Comunità Portoscusese è devota alla Vergine D’Itria da circa tre secoli e mezzo. A Lei è dedicata la Chiesa Parrocchiale che è l’unica in tutta la Sardegna e si celebra con grande Solennità e devozione la Sua Festa annuale che ricorre cinquantadue giorni dopo la Santa Pasqua (il Martedì dopo la Pentecoste).
Sull'origine del culto della Vergine D'Itria in Sardegna sono state formulate diverse teorie. Una delle tante teorie afferma l'ipotesi secondo cui molti coloni dell'Italia meridionale, giunti in Sardegna soprattutto per la pesca, non potendo ritornare nelle terre natie per la festa grande dedicata all'Odigitria, d'accordo con il clero locale, avrebbero istituito in molte località sarde la festa in suo onore. Non sono pochi, infatti, i paesi in Sardegna che godono della sua protezione e hanno voluto onorarla con quadri, simulacri o addirittura confraternite. Da Cagliari a Gavoi, da Benetutti a Oristano il culto della Vergine D'Itria è assai diffuso, ma solo a Portoscuso è venerata come Patrona dell'intero territorio comunale.
Per circa una settimana i festeggiamenti civili rappresentano importanti momenti di aggregazione. Le iniziative culturali (mostre di pittura e scultura, artigianato, concerti polifonici, folkloristici, ecc..), ricreative (tornei di sport che coinvolgono i giovani del territorio, tornei di carte e di biliardo, tornei di tiro con l'arco, che coinvolgono i meno giovani), iniziative di folklore locale (canti tradizionali sardi e sfilate in costume), manifestazioni gastronomiche (esposizione e degustazione di prodotti tipici locali ed isolani), intendono mantenere in vita un legame con i tempi passati che, ravvivando la memoria storica, infondano nei cuori un forte desiderio di recupero di quella genuinità e fraternità che ha caratterizzato la Comunità fin dal suo sorgere.
I festeggiamenti religiosi vengono scanditi con una preliminare Novena che raccoglie i fedeli e li sensibilizza all'espressione di fede mariana.
L’inizio dei Festeggiamenti è il sabato quando in serata il Simulacro viene condotto in processione presso il rione “Piano di Zona” accompagnata dai Gruppi Folk locali che cantano il Santo Rosario in lingua Sarda, dove staziona presso la Cappella di S. Ignazio da Laconi. Il giorno seguente (Domenica) il Simulacro fa ritorno processionalmente su un cocchio alla Chiesa Parrocchiale accompagnato dalle Confraternite della Vergine D’Itria e dai Gruppi Folk di diverse località.
Il Lunedì dopo la Pentecoste, il Simulacro viene trasportato processionalmente a spalle dai Tonnarotti a Su Scaru (approdo della Tonnara), accompagnato dai fedeli, i quali eseguono i tradizionali canti votivi de Is Goccius. Giunti a Su Scaru il Simulacro viene imbarcato a bordo di una barca della flotta della Tonnara (Paliscarmotto) e accompagnato dal Clero, dalle autorità civili e militari, e dalle imbarcazioni dei pescatori, salpa per una processione a mare verso l’impianto delle reti della tonnara, dove si benediranno le stesse e si reciterà la preghiera per una abbondante pesca.
Il culmine dei Festeggiamenti è il martedì : giorno de sa Festa Manna. Al mattino avranno inizio le Celebrazioni Religiose con la S. Messa Solenne presieduta dal Vescovo Diocesano e da numerosi sacerdoti provenienti da svariate località dell’Isola e da sacerdoti internazionali specializzandi presso le Pontificie Università. Al termine della Celebrazione il Simulacro viene intronizzato sul Cocchio, addobbato con drappi e composizioni floreali, e trainato da Su Ju de is bois (giogo dei buoi) viene condotto processionalmente al porto industriale di Portovesme. Numerose sono le soste per consentire ai fedeli di deporre un mazzo di fiori o un ex-voto alla Madonna o per consentire "il saluto" alle persone anziane o malate. All'arrivo al Porto il Simulacro viene accolto dal suono delle sirene delle navi mercantili e dalle Autorità Civili e Marittime in picchetto d’onore. Nel pomeriggio il grande Peschereccio con a bordo il Simulacro, viene circondato ed accompagnato fino al porto turistico da una processione di centinaia di imbarcazioni pavesate a festa, dalle Motovedette, dal Traghetto e dal Rimorchiatore che omaggia la Vergine con lo spettacolare getto d’acqua degli Idranti. Lungo la barcheggiata si effettua una sosta per la preghiera e la deposizione di una corona di fiori ai caduti del mare.
Al suo ingresso al porto turistico viene accolta dallo scoppio di granate, fumogeni colorati e da una grande folla di fedeli, turisti. Giunti a destinazione, il Simulacro viene portato a spalle fino al Cocchio de Su Ju de is bois. Inizia quindi la Processione a terra per le vie della Cittadina. Particolarmente suggestivo ed emozionante è il rientro dopo il tramonto alla Chiesa Parrocchiale, dove la piazza gremita di fedeli accoglie il Simulacro. E si procede alla tradizionale Sa Ramadura (viene steso un tappeto di rose sulla Piazza e sul Sagrato della Chiesa). Il Simulacro, viene calato dal Cocchio da uomini rigorosamente vestiti con gli abiti tradizionali sardi e si avvia verso la Chiesa quando giunto sul Sagrato si rivolge al popolo di Dio presente e al suono di campane, dallo squillo di trombe e da rulli di tamburi saluta con tre inchini la folla festante.
Nel resto della Sardegna